Leo Nucci Figaro d'eccezione su Rai Tre

20/lug/2005 00.50.08 Ufficio Stampa Teatro Regio Contatta l'autore

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Teatro Regio di Parma

Fondazione

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Il barbiere di Siviglia del Regio di Parma,

con Leo Nucci, Figaro d'eccezione,

inaugura il programma estivo dedicato all'opera

de La Musica di Rai Tre

Rai Tre

giovedì 21 luglio 2005, ore 24.15

 

 

        Come una sorridente medicina contro le preoccupazioni e le difficoltà della vita di tutti i giorni, l’inarrestabile verve del Barbiere di Siviglia, proposto al pubblico del Teatro Regio di Parma lo scorso mese di gennaio, approda in tv giovedì 21 luglio alle ore 24.15 a inaugurare il nuovo ciclo dedicato all'opera e al balletto da La Musica di Rai Tre. La vincente ricetta per il buonumore è prescritta da un Figaro d’eccezione, Leo Nucci, che torna al Regio in questo ruolo dopo avervi già trionfato vent’anni fa. “La realtà è che per fare Figaro - spiega il grande baritono bolognese - così come altre cose rossiniane buffe, bisogna prima di tutto imparare a divertirsi. Viviamo in un mondo in cui si fa tanta satira, ma poi non ci si diverte. L’opera è vitalità, non ha le complessità del sinfonismo. E se non si è un cantante routiniero, i particolari li si varia. Il resto sono chiacchiere. Bisogna abbandonarsi alla pura arte del divertimento rossiniano, come a una fede. Diceva Trilussa in una poesia: la fede è bella senza perché. Ecco, Rossini è la stessa cosa».

        Il “factotum della città”, scaltro e intraprendente facitor di matrimoni protagonista del capolavoro comico di Rossini è nella nuova produzione parmigiana interpretato dal celebre baritono che con la sua vis comica, la sua perentorietà vocale, ha saputo creare un'interpretazione di riferimento di questo ruolo. Attorno a lui, un cast che alterna cantanti di grande esperienza internazionale, Raùl Gimenez (Conte d'Almaviva), Alfonso Antoniozzi (Bartolo) e Riccardo Zanellato (Basilio), ad una Rosina giovane ma già affermata quale Anna Bonitatibus, con una compagnia completata da due giovani come Gabriella Corsaro nel ruolo di Berta, l’esperto Paolo Barbacini quale Fiorello, Gëzim Myshketa in quello dell’Ufficiale. Lo spettacolo porta la firma di un regista dalla lunghissima esperienza quale Beppe De Tomasi, che immerge la briosa vicenda musicata da Rossini sul libretto che Cesare Sterbini trasse dalla celeberrima commedia di Beaumarchais in una Siviglia festosa e fantasiosa, colorata dai costumi firmati da Artemio Cabassi e dalle scene di Poppi Ranchetti. La guida musicale dell’opera è affidata a Maurizio Barbacini, che dirige Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma.

       

 
 

 


  

 

Intervista a Leo Nucci

di Giuseppe Martini

 

Poche parole su Leo Nucci: tecnica impeccabile, simpatia a bizzeffe, antidivo e attore brillante. Ogni performance è una lezione di canto. Da trentasette anni interpreta Figaro, ed è quasi eponimo del factotum rossiniano. È uno di quei cantanti per i quali non si ha dubbii a usare qualche superlativo. E appena s’innesta la domanda sul Barbiere, Nucci è un fiume di parole e di idee, non di rado con schiettezza e qualche parola bolognese - Nucci è di Castiglione de’ Pepoli - convinto che Rossini è puro divertimento operistico, e l’edonismo è già tutto nella partitura.

 

Com’è cambiata l’interpretazione del suo Figaro dal debutto a Spoleto nel 1967 a oggi?

 

Quando ho vinto il concorso “Belli” di Spoleto nel ’67 avevo venticinque anni ma la preparazione fu talmente accurata che sostanzialmente sono rimaste le fondamenta dell’edificio interpretativo di Figaro, ma naturalmente qualcosa è cambiato nel tempo. Dal punto di vista della freschezza vocale per fortuna mi sento ancora benissimo e non credo si sentano grandi differenze. Ho passato però un periodo, intorno ai quarant’anni, in cui sull’onda delle tendenze culturali che si stavano vivendo, era l’inizio degli anni Ottanta, ho provato a “intellettualizzare” Figaro, sbagliando. Quei registi che vogliono intellettualizzare Figaro sovrapponendogli significati ulteriori sbagliano, non hanno capito la natura di questi personaggi rossiniani. Il barbiere di Siviglia è un’opera scritta in ventiquattro giorni, la sinfonia è ancora di quelle posticce prese da un’altra opera, Rossini l’ha dovuta scrivere di corsa, e un’opera è “buttata su” per divertirsi. Non c’è intellettualizzazione nel Barbiere, è persino un’opera senza finale, di fatto. Ha delle pagine da capolavoro, pensiamo al quintetto. E Figaro è un personaggio viscerale, che s’impone così per quello che è sulla scena, senza chiedere nient’altro. E ce n’è abbastanza, d’altra parte. Ho capito, in questi trentasette anni, che Figaro deve imporsi per la sua immediatezza, per la sua naturalezza, per la sua infingardaggine, per la sua voglia di vivere, senza sovrapporgli altro. Questo è il mio Figaro. E se a Palermo - ecco non voglio esagerare in immodestia, ma è successo veramente - se a Palermo nel 2003 quando ho recitato nel Barbiere hanno detto che da quarant’anni al Teatro Massimo non si vedeva un successo così nel Barbiere, vuol dire che in fondo la mia idea di Figaro non dev’essere sbagliata: io “vivo” il personaggio, non lo “penso”. Vado in scena e cerco di viverlo. Tutto qui.

 

Ha registrato interpretazioni di quel Figaro “intellettualizzato”?

 

Ho due registrazioni di riferimento per i due poli interpretativi del mio Figaro. Una con direttore Chailly, e lì “intellettualizzo” il personaggio, faccio la cavatina senza sovracuti, e via dicendo; l’altra con direttore Patanè e con Cecilia Bartoli, in cul la cavatina ha i sovracuti e in scena si sente l’immediatezza del personaggio. Sono due interpretazioni differenti e ugualmente valide. A distanza  di anni, preferisco la versione del mio Figaro che si ascolta nella seconda versione.

 

Come si svolse quella “preparazione accurata“ di Figaro a Spoleto, che tuttora rappresenta la base della sua interpretazione del personaggio?

 

Per tre mesi studiai la gestualità di Figaro davanti allo specchio, tutte le mattine, per quattro ore, col maestro Carlo Piccinato. Oggi si potrebbe pensare che sia stato un lavoro eccessivo e radicale, ma erano altri tempi e le opere si preparavano in maniera diversa, c’erano anche tempi più agevoli di preparazione, e i registi non avevano ancora lo strapotere che hanno oggi. Eppure quel lavoro era basato su ciò che si vedeva nei bozzetti dell’epoca di Rossini. Dal manierismo al realismo scenico, però il passaggio è tutto affidato all’artista. È lì che il cantante ci deve mettere del suo per rendere efficace il personaggio. Il direttore artistico del Festival di Spoleto credeva molto in me. “Se ’sto ragazzo insiste, diventerà un ottimo Figaro”, diceva. Aveva ragione perché poi debuttai alla Scala con grande successo. Ma la grande cosa che ho imparato in quel periodo oltre al lavoro gestuale è stata quella di “pensare” alla parola cantata: è stata una grande lezione che mi è servita anche per Verdi.

 

Lei ha debuttato nel Barbiere al Regio ventidue anni fa, da allora il successo è stato costante.

 

Sì, nel 1983, in aprile, e fu un successo indimenticabile. C’erano Cappuccilli, Siepi, Ernesto Palacio, Panerai, Trimarchi, un grande cast. L’allestimento fu divertentissimo. Mi ricordo che c’erano state alcune difficoltà nel duettino, ma poi tutto si sistemò e fu un successo grandioso, con bis delle cavatine, una scena tutta bianca e la direzione di un grande maestro, Angelo Campori. Un vero trionfo. Veramente da allora il Regio mi ha accolto sempre con tantissimo affetto e io ci tengo ogni volta a contraccambiarlo. E anche nell’ultimo concerto al Regio, il 10 ottobre per l’anniversario della nascita di Verdi, il pubblico mi ha gridato alcune cose che mi hanno fatto venire i brividi, e certamente dopo tanti anni di carriera fanno un piacere che non è facile spiegare.

E poi in questo allestimento c’è Beppe De Tomasi, che secondo me è un grande regista che capisce davvero quello che serve al teatro d’opera. È sicuramente una garanzia di spettacolo operistico puro, senza troppi pensieri, cheè quello che serve all’opera. All’opera bisogna divertirsi, divertirsi, capito? Niente pensieri. E con Rossini specialmente, e con il Barbiere ancora di più. Rossini è un vigliacco: Figaro lo fa sposato, e risolve tutti i problemi. Non ci sono più le complicazioni che aveva il Figaro mozartiano, non ci sono implicazioni sociali o erotiche, tutto è vissuto nella vicenda rocambolesca che si viene a creare. La realtà è che per fare Figaro, così come altre cose rossiniane buffe, bisogna prima di tutto imparare a divertirsi. Viviamo in un mondo in cui si fa tanta satira, ma poi non ci si diverte. L’opera è vitalità, non ha le complessità del sinfonismo. E se non si è un cantante routiniero, i particolari li si varia. Il resto sono chiacchiere. Bisogna abbandonarsi alla pura arte del divertimento rossiniano, come a una fede. Diceva Trilussa in una poesia: la fede è bella senza perché. Ecco, Rossini è la stessa cosa.

 

 

 
 
Paolo Maier
Responsabile Ufficio Stampa e Comunicazione
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