PORNOTASSA 2006 LE RAGIONI DEL PORNO

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18/gen/2006 12.17.16 Guido Robustelli Contatta l'autore

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PORNOTASSA 2006

 

LE RAGIONI DEL PORNO

 

A fine dicembre 2005, come universalmente noto, con la finanziaria 2006 è stata approvata anche la cosiddetta Pornotassa. Misura punitiva e dannosa da rifiutare in blocco, senza speculazioni su una presunta “legalizzazione” del porno che la norma porterebbe con sé. In grazia di quale “peccato originale”, ci si chiede, il porno dovrebbe forzatamente passare per una sovratassazione selvaggia per poter arrivare ad una regolamentazione che il settore stesso chiede da anni? Le uniche certezze, ad oggi, sono l’ingiusto e grave danno che verrà arrecato alle aziende più serie e la totale inutilità economica per lo Stato che vedrà le stime sui fatturati ridimensionarsi, gli utili (pochi) scomparire, il sommerso aumentare, la pirateria avere nuovo stimolo.

E’ stato appena pubblicato su www.deltadivenere.com un dossier sull’argomento che ripercorre la vicenda “Porno Tax” dalla proposta Falsitta del 2002 all’attualità. Contiene il testo ufficiale della legge appena approvata, alcuni articoli in tema editi sulla rivista VideoImpulse (per molti anni l’unica voce autorevole dell’hard italiano) a cavallo fra il 2002 e il 2003 e importanti contributi alla conoscenza dello stato delle cose (modifiche articolo 528; porno in edicola; iva per l’editoria hard; proposta di legge Falsitta, …). Propone inoltre un approfondimento sull’attuale situazione che sollecita una seria riflessione, interna ed esterna al settore, volta a porre le basi di una nuova e sensata regolamentazione della produzione e commercializzazione di materiale pornografico in Italia.  

 

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Editoriale

 

La pornotassa, il governo e gli «esaltati»

 

di Pietro Adamo e Giorgio Bortoluzzi

 

È tempo di pornotassa. Ogni tanto il governo si ricorda di pornografi e pornofili, ma solo con lo scopo di tassarli. Nella recente legge finanziaria è infatti previsto un notevole aggravio fiscale per chi produce o commercializza pornografia. Qui di seguito Pietro Adamo e Giorgio Bortoluzzi proseguono un discorso sulle pornotasse già avviato tre anni fa, all’epoca di un analogo tentativo sempre concepito nell’attuale maggioranza. Vi riproponiamo quindi il loro intervento sull’argomento comparso in Video Impulse (# 120, gennaio 2003, pp. 44-48), soprattutto perché risulta più che attuale dal punto di vista dell’analisi del senso e dell’orientamento del provvedimento. Mettiamo inoltre a disposizione una serie di documenti relativi alla regolamentazione (o meglio, alla «non regolamentazione») della materia nella legislazione italiana, insieme a qualche altro intervento utile.

 

Alla fine del 2002, in occasione della discussione sulla Finanziaria, il deputato Vittorio Emanuele Falsitta di Forza Italia presentò per la prima volta l’ipotesi di una pornotassa, scatenando un’ampia discussione parlamentare. Nelle ultime settimane, nel corso del passaggio della Finanziaria 2006, l’ipotesi è sembrata concretarsi, sia pure tra molti ondeggiamenti, indecisioni e ritrattazioni nella stessa maggioranza, grazie anche all’insistenza della relatrice, onorevole Daniela Santanchè (Alleanza Nazionale). Nonostante le giustificazioni del provvedimento sembrino differenti (nel 2002 si insistette molto sul senso etico della sovrattassa, nel 2005 l’enfasi è andata su motivazioni estremamente pratiche), pensiamo che di fatto le cose non siano cambiate molto. Come abbiamo argomentato a fondo nell’articolo che scrivemmo insieme alla fine del 2002 (e che potete consultare qui in allegato), la pornotassa è un provvedimento liberticida: il governo si arroga cioè il diritto di decidere, in luogo dei cittadini, quali siano i beni «indispensabili» e quali quelli «non indispensabili», prefigurando una soluzione che va nella direzione dello Stato etico. Cosa anche più grave, nel 2002 come nel 2005, la pornotassa si fonda su una rappresentazione del tutto fittizia dell’industria del porno, dipinta come fonte di enormi profitti, senza alcuna considerazione dello stato reale del settore, in crisi da molti anni per l’ampliamento globalizzato del mercato, per la costante presenza di «aziende» (per modo di dire) che operano nel sommerso e per l’incredibile mancanza di una legge-quadro sulla pornografia (l’Italia è l’unico grande paese dell’Europa occidentale a esserne privo).

Cominciamo con le (pretese) differenze rispetto al tentativo del 2002. Nonostante le insistenze sul principio che, questa volta, la pornotassa non si basi affatto su una presa di posizione etica e sia il semplice frutto di un calcolo economico, il ragionamento del governo si basa ancora su una logica illiberale (ed è significativo che i suoi membri pensino di cavarsela adducendo motivazioni «laiche»: la cosa dimostra solo quanto abbiano bisogno di un buon abbecedario – basterebbe forse un bigino – di liberalismo). L’onorevole Santanchè pensa che sia diritto del governo tassare i beni «non indispensabili»; detto in altri termini, che spetti al governo incoraggiare alcuni consumi e scoraggiarne altri. È in questa pretesa che si manifesta pienamente, oggi come nel 2002, la concezione autoritaria (tendenzialmente totalitaria) dell’azione di governo dei nostri attuali dirigenti: domani potrebbero senza problemi decidere che alcuni libri, alcuni giornali, alcune trasmissioni televisive, essendo «irrilevanti» e «dispensabili», sono beni che possono esser tassati più di altri.

Se dal punto di vista della teoria politica l’impresa è quindi discutibile, la sua natura reale è evidenziata dalla scelta concreta: perché, tra tante palesi possibilità (motoscafi, orologi e auto di lusso, eccetera), si è scelto proprio il porno, oggetto di un consumo trasversale e di massa? È qui che riemerge l’afflato moralistico. Detto in altri termini, ci sono certo buoni motivi «pratici» per prendersela con l’hard: la materia è tanto «disonorevole» da non sapersi guadagnare difensori (in Italia il mondo a luci rosse non è dotato di alcuna Free Speech Coalition o affini). Soprattutto, su di esso grava una condanna (appunto moralistica) bipartisan, che vede uniti bacchettoni di destra e moralisti di sinistra nel presupposto (ancora una volta moralistico) che il porno sia materiale indegno, volgare, diseducativo, scorretto, eccetera: tutto questo contro quei consumatori che evidentemente la pensano in modo diverso. Tocca ovviamente a loro stessi, pensano i nostri governanti (a destra come a sinistra), educare la nazione: tocca a loro, investiti di non si sa quale potere sacrale, decidere chi debba usufruire di cosa, quando e come. La filosofia di fondo che ispira la pornotassa – tocca al governo indirizzare le scelte etiche dei cittadini verso il «bene» – emerge con altrettanto forza nel provvedimento adottato contro i film violenti, con l’aggravante che, in questo secondo caso, nessuno sembra avere idee chiare su cosa costituisca «incitamento» alla violenza. Che, a domanda specifica, l’onorevole Santanchè citi come esempio della cosa  un titolo inattaccabile  come Arancia Meccanica rende drammaticamente evidente l’irragionevolezza della norma.

Ma l’aspetto francamente più ridicolo della questione sta nella valutazione del reddito del comparto. Qui emergono plateali incapacità e incompetenze, e non solo da parte governativa. Il contesto generale è dato dalla tendenza a conglobare realtà ed esperienze che sono strutturalmente differenti, a mettere sullo stesso piano i video hard e le fiere del sesso, i siti web e le televisioni commerciali, le riviste di contatti e magari – dulcis in fundo, ci verrebbe da dire - la prostituzione … Per quanto riguarda la pornotassa, il governo indica il materiale tassabile con locuzioni quanto meno vaghe. Pur non potendo prevedere come sarà applicata la legge, ci viene da pensare che il riferimento alle opere «teatrali» e «visive» potrebbe facilmente applicarsi agli spettacoli dei vari locali notturni e a quelli delle fiere; il riferimento ai periodici potrebbe senza problemi chiamare in causa le riviste di contatti, quelle che pubblicizzano escort e simili; più in generale, il richiamo al contenuto «visivo» potrebbe implicare ogni genere di sito web (anche quelli che non sono altro che cataloghi di prostitute/i). La tendenza a conglobare insieme realtà differenti è ancora più evidente nel Rapporto Eurispes, spesso citato da molti come la fonte delle valutazioni governative. E se nel dettato della pornotassa non c’è alcun riferimento diretto all’indotto della prostituzione, nel Rapporto abbiamo la miglior dimostrazione della totale assurdità dell’atteggiamento conglobante – un atteggiamento che trova purtroppo appoggio e sostegno in alcuni «entusiasti» che si muovono appunto ai margini del mondo dell’hard e che non si sa bene se definire ingenui sprovveduti o palesi imbecilli. Si veda la significativa tabella intitolata Volume d’affari complessivo dell’industria pornografica. Stime (p. 251), relativa agli anni 2002-2004. Le voci della tabella sono:

 

Siti web commerciali

Home video (vendite e noleggi)

Pay Tv (generaliste e specializzate)

Videotelefonini di terza generazione

Prostituzione generata da annunci (su riviste, cataloghi e siti web)

Telefonia erotica (escluse telefonate per sex on demand)

Sexy Shop off line e on line (esclusi prodotti videografici)

Riviste pornografiche, scambiste e cataloghi di prostitute/i

Altro

 

Ora, è evidente che nel loro complesso le voci della tabella costituiscono un’impressionante serie di assurdità. La più ovvia è che nel calcolo del reddito complessivo dell’«industria pornografica» vadano prese in considerazione le cifre della prostituzione (sia pure generata, sembrano pensare i compilatori del rapporto, «via» porno, o porno-assimilabili). Ma non è tutto. Possibile che i redditi delle pay tv generaliste (Sky e altre) debbano essere contati tra quelli dell’industria dell’hard? Ammettiamo pure che in quest’ultimo caso l’industria pornografica abbia un ruolo (ovvero la vendita dei film alle pay tv), certamente minore rispetto al reddito complessivo fornito dalla commercializzazione televisiva di tali prodotti, ma quale potrebbe mai essere il suo ruolo nella telefonia erotica? Ed è sensato arruolare nell’«industria pornografica» i produttori di oggettistica e di lingerie? Vibratori, creme, frustini, manette e affini hanno a che fare con il sesso, non con il porno. Al limite, se tale criterio fosse adottato dal governo (per esempio insistendo sullo statuto «visivo» di lingerie e affini), un coordinato intimo piuttosto suggestivo realizzato da La Perla (e a dire il vero alcuni dei loro prodotti sono più «suggestivi» di quelli di Eros Veneziani) genererebbe un introito che dovrebbe essere calcolato all’interno dell’«industria pornografica» … Inoltre, il calcolo sui telefonini di terza generazione per il 2004 sembra piuttosto arrischiato: a tutt’oggi il mondo del porno via videotelefono è una nebulosa difficilmente decifrabile; ovviamente, anche in questo caso contare i redditi di Tre o altri all’interno della pornoindustria è francamente ridicolo.

Insomma, il totale del volume d’affari ipotizzato dall’Eurispes – che, a onor del vero, insiste sullo statuto di «stima» dei calcoli in questione – è a dir poco – a dir molto poco… – fuori dal mondo. Che tra le diverse aree d’affari prese in considerazione nella tabella esistano rapporti anche stretti e una certa sovrapposizione di personale – in soldoni, che alcuni pornostar e alcune pornostar facciano anche il mestiere più antico del mondo e che certi imprenditori dell’hard si interessino anche di fiere, di locali e altro – è fuori discussione: ma considerare un unico comparto pornografia, spettacoli sexy, riviste di contatti, prostituzione e via dicendo, è completamente assurdo. Pur se il governo non ha adottato la prospettiva limite del Rapporto (cioè si è ben guardato dal conglobare l’industria del porno con quella della prostituzione), è implicito che Showtime, Pink’O, Salieri, Moonlight, Blue Movie, eccetera, saranno tassati in base a un’aliquota che tiene conto dei guadagni delle riviste di contatti, dei siti di escort, dei locali di lap dance e delle fiere del sesso (e se qualche pazzo adottasse il criterio del Rapporto Eurispes persino dei guadagni delle prostitute …). Lo ripetiamo, il fatto che tra queste sfere d’affari esista una certa sovrapposizione non può indurre a pensare che l’indotto di fiere e locali  (o addirittura quello della prostituzione) sia organicamente legato al mondo della produzione di materiali hard core.

A fronte di tali fantasie, dislocazioni logiche e cifre aberranti, che, lo ripetiamo, sono state ribadite qualche volta anche ai margini del mondo del porno da qualche «entusiasta» che evidentemente capisce poco sia di porno sia di aritmetica, abbiamo una situazione che peggiora sempre di più nel corso degli anni. In particolare, l’evidente saturazione del mercato aumenta la quota complessiva spettante al porno nel contesto del comparto del divertimento, ma spalma tale aumento su un impressionante numero di nuovi soggetti, rendendo di fatto difficile la sopravvivenza anche alle aziende più solide e da maggior tempo attive nel settore. Inoltre, nonostante tutte le divagazione sui nuovi media (internet, telefonia, eccetera), tali media non hanno ancora prodotto benefici economici importanti per tali aziende.

Le difficoltà maggiori sono causate dalla mancanza di una legge-quadro. In primo luogo, se la discriminante per decidere cosa è porno e cosa non lo è fosse la descrizione del sesso esplicito, che dire allora di Baise-Moi, La donna lupo, Guardami, Intimacy, i film della Breillat? Inoltre, il particolare regime di tassazione previsto dalla legge non è difficilmente compatibile con i regolamenti dell’Unione Europea? (Almeno, così sembrerebbe a giudicare da alcune dichiarazioni di politici appartenenti allo stesso centro-destra). Ma l’elemento decisivo è il seguente: proprio perché in Italia la produzione, la distribuzione e la vendita di materiale pornografico sono sottoposte a un regime giuridico ambiguo, trionfano la pirateria e tutte le altre pratiche che ben conosciamo e che in altri settori industriali e commerciali risulterebbero apertamente illegali e perseguibili per legge. Il regime di tolleranza di fatto che alcuni, e apparentemente la stessa onorevole Santanché (ma nel suo caso addurremo piuttosto la furbizia volgare di voler tassare la pornografia senza ammettere che ciò significa legittimarla), confondono con una reale regolamentazione legislativa, aggrava così la situazione, rovesciando sulle imprese che operano alla luce del sole il debito fiscale maturato da pirati e affini. In questa situazione non è difficile comprendere perché sia tanto difficile attirare nel settore capitali freschi e imprenditori preparati. In altri termini, la pornotassa, fondata su un’analisi fantasmatica del settore del porno e pronta a confonderlo con altre realtà che nulla hanno da spartire con esso dal punto di vista industriale e commerciale, risulta di fatto economicamente assurda: rende impossibile alle imprese costruire un utile da reinvestire, concretamente le spinge all’evasione, in sostanza non tende a sfruttare il settore, ma piuttosto ad affossarlo. 

Ora, l’approvazione della Legge finanziaria ha reso realtà la pornotassa. Non sappiamo ancora con quali modalità sarà applicata, come vada esattamente interpretato il comma che stabilisce al 120% l’acconto dell’imposta e se sopravviverà all’esame europeo (o di qualche corte nostrana). Quel che è certo è che la legge è fatta. E se anche non reggesse a ulteriori scossoni giuridici (o a quelli del buon senso), il fatto che sia infine stata promulgata senza alcun vero contributo da parte del mondo del porno è importante. Può darsi che le elezioni dell’anno prossimo cambino contesti e panorami e che un governo di sinistra risulti pure disposto a rinunciare all’impatto propagandistico/moralistico della tassazione/punizione dell’hard (ma noi non ci conteremmo più di tanto). Insomma, non si può davvero sperare che anche questo ciclone, come altri in passato, passi lasciando le cose come stavano prima. Occorre quindi che gli operatori del mondo del porno (e con questo intendiamo chi produce e commercializza pornografia, non chi si occupa di escort e fiere del sesso …) si organizzino e facciano gruppo (o lobby, se si preferisce), in modo da assicurarsi che il prossimo provvedimento – sperando che ve ne sia uno – sia una vera legge-quadro, che a fronte di una giusta misura di tassazione fornisca cioè quelle garanzie e quelle certezze che in molte altre zone d’Europa permettono di pianificare investimenti, detrazioni et similia, ovvero di rendere pienamente imprese le aziende che lavorano nel settore.

 

P.S. Pur ritenendo ancora pienamente attuali gli Appunti di lavoro presentati nel nostro ormai “antico” intervento nelle pagine di Videoimpulse, torneremo presto sull’argomento allo scopo di integrarli e aggiornarli, in concerto con il mondo della produzione e della distribuzione di materiali hard e tenendo conto delle esigenze, dei suggerimenti e delle proposte che da tale mondo emergeranno. La nostra intenzione è che tali appunti, integrati e corretti, possano costituire una piattaforma per la definizione di una legge-quadro sulla pornografia in Italia, basata su numeri e fatti reali, ma anche su una visione non punitiva, volta a generare vantaggi per lo Stato, per la società civile, per le aziende del settore.

 

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