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A fine dicembre 2005,
come universalmente noto, con la finanziaria 2006 è stata approvata anche la
cosiddetta Pornotassa. Misura punitiva e dannosa da rifiutare
in blocco, senza speculazioni su una presunta “legalizzazione” del
porno che la norma porterebbe con sé. In grazia di quale “peccato originale”, ci si chiede, il porno
dovrebbe forzatamente passare per una sovratassazione
selvaggia per poter arrivare ad una regolamentazione che il settore stesso chiede da anni? Le uniche certezze, ad oggi, sono l’ingiusto e grave danno che verrà arrecato
alle aziende più serie e la totale inutilità
economica per lo Stato che vedrà le stime sui fatturati ridimensionarsi, gli utili (pochi) scomparire, il sommerso
aumentare, la pirateria avere
nuovo stimolo.
E’ stato appena pubblicato su www.deltadivenere.com un dossier
sull’argomento che ripercorre la vicenda
“Porno Tax” dalla proposta Falsitta del 2002 all’attualità. Contiene
il testo ufficiale della legge
appena approvata, alcuni articoli in tema editi sulla rivista VideoImpulse (per
molti anni l’unica voce autorevole dell’hard italiano) a cavallo fra il 2002 e
il 2003 e importanti contributi alla
conoscenza dello stato delle cose (modifiche articolo 528; porno in
edicola; iva per l’editoria hard; proposta di legge Falsitta, …). Propone
inoltre un approfondimento sull’attuale
situazione che sollecita una seria
riflessione, interna ed esterna al settore, volta a porre le basi di una nuova e sensata regolamentazione della
produzione e commercializzazione di materiale pornografico in Italia.
http://www.deltadivenere.com/ultimate/delta/SpotLight/index.asp?ID=1074
di Pietro
Adamo e Giorgio Bortoluzzi
È tempo di pornotassa. Ogni tanto il governo si ricorda di
pornografi e pornofili, ma solo con lo scopo di tassarli. Nella recente legge
finanziaria è infatti previsto un notevole aggravio fiscale per chi produce o
commercializza pornografia. Qui di seguito Pietro Adamo e Giorgio Bortoluzzi
proseguono un discorso sulle pornotasse già avviato tre anni fa, all’epoca di
un analogo tentativo sempre concepito nell’attuale maggioranza. Vi riproponiamo
quindi il loro intervento sull’argomento comparso in Video Impulse (# 120, gennaio 2003, pp. 44-48), soprattutto
perché risulta più che attuale dal punto di vista dell’analisi del senso e
dell’orientamento del provvedimento. Mettiamo inoltre a disposizione una serie
di documenti relativi alla regolamentazione (o meglio, alla «non
regolamentazione») della materia nella legislazione italiana, insieme a qualche
altro intervento utile.
Alla fine del 2002, in occasione della discussione sulla Finanziaria,
il deputato Vittorio Emanuele Falsitta di Forza Italia presentò per la prima
volta l’ipotesi di una pornotassa,
scatenando un’ampia discussione parlamentare. Nelle ultime settimane, nel corso
del passaggio della Finanziaria 2006, l’ipotesi è sembrata concretarsi, sia
pure tra molti ondeggiamenti, indecisioni e ritrattazioni nella stessa
maggioranza, grazie anche all’insistenza della relatrice, onorevole Daniela
Santanchè (Alleanza Nazionale). Nonostante le giustificazioni del provvedimento
sembrino differenti (nel 2002 si insistette molto sul senso etico della
sovrattassa, nel 2005 l’enfasi è andata su motivazioni estremamente pratiche),
pensiamo che di fatto le cose non siano cambiate molto. Come abbiamo
argomentato a fondo nell’articolo che scrivemmo insieme alla fine del 2002 (e
che potete consultare qui in allegato), la pornotassa è un provvedimento liberticida: il governo si arroga cioè il
diritto di decidere, in luogo dei cittadini, quali siano i beni
«indispensabili» e quali quelli «non indispensabili», prefigurando una
soluzione che va nella direzione dello Stato
etico. Cosa anche più grave, nel 2002 come nel 2005, la pornotassa
si fonda su una rappresentazione del tutto
fittizia dell’industria del porno, dipinta come fonte di enormi
profitti, senza alcuna considerazione dello stato reale del settore, in crisi da molti anni per l’ampliamento
globalizzato del mercato, per la costante presenza di «aziende» (per modo di
dire) che operano nel sommerso e
per l’incredibile mancanza di una legge-quadro
sulla pornografia (l’Italia è l’unico grande paese dell’Europa occidentale a
esserne privo).
Cominciamo con le (pretese) differenze rispetto al tentativo
del 2002. Nonostante le insistenze sul principio che, questa volta, la
pornotassa non si basi affatto su una presa di posizione etica e sia il
semplice frutto di un calcolo economico, il ragionamento del governo si basa
ancora su una logica illiberale
(ed è significativo che i suoi membri pensino di cavarsela adducendo
motivazioni «laiche»: la cosa dimostra solo quanto abbiano bisogno di un buon
abbecedario – basterebbe forse un bigino – di liberalismo). L’onorevole
Santanchè pensa che sia diritto del governo tassare i beni «non
indispensabili»; detto in altri termini, che spetti al governo incoraggiare
alcuni consumi e scoraggiarne altri. È in questa pretesa che si manifesta
pienamente, oggi come nel 2002, la concezione autoritaria (tendenzialmente totalitaria) dell’azione di governo dei
nostri attuali dirigenti: domani potrebbero senza problemi decidere che alcuni
libri, alcuni giornali, alcune trasmissioni televisive, essendo «irrilevanti» e
«dispensabili», sono beni che possono esser tassati più di altri.
Se dal punto di vista della teoria politica l’impresa è
quindi discutibile, la sua natura reale è evidenziata dalla scelta concreta:
perché, tra tante palesi possibilità (motoscafi, orologi e auto di lusso,
eccetera), si è scelto proprio il porno,
oggetto di un consumo trasversale e di massa? È qui che riemerge l’afflato
moralistico. Detto in altri termini, ci sono certo buoni motivi «pratici» per
prendersela con l’hard: la
materia è tanto «disonorevole» da non sapersi guadagnare difensori (in Italia
il mondo a luci rosse non è dotato di alcuna Free
Speech Coalition o affini). Soprattutto, su di esso grava una
condanna (appunto moralistica) bipartisan,
che vede uniti bacchettoni di destra e moralisti di sinistra nel presupposto
(ancora una volta moralistico) che il porno sia materiale indegno, volgare,
diseducativo, scorretto, eccetera: tutto questo contro quei consumatori che
evidentemente la pensano in modo diverso. Tocca ovviamente a loro stessi,
pensano i nostri governanti (a destra come a sinistra), educare la nazione:
tocca a loro, investiti di non si sa quale potere sacrale, decidere chi debba
usufruire di cosa, quando e come. La filosofia di fondo che ispira la
pornotassa – tocca al governo indirizzare le scelte etiche dei cittadini verso
il «bene» – emerge con altrettanto forza nel provvedimento adottato contro i
film violenti, con l’aggravante che, in questo secondo caso, nessuno sembra
avere idee chiare su cosa costituisca «incitamento» alla violenza. Che, a
domanda specifica, l’onorevole Santanchè citi come esempio della cosa un titolo inattaccabile come Arancia
Meccanica rende drammaticamente evidente l’irragionevolezza della
norma.
Ma l’aspetto francamente più ridicolo della questione sta
nella valutazione del reddito del comparto. Qui emergono plateali incapacità e incompetenze, e non
solo da parte governativa. Il contesto generale è dato dalla tendenza a
conglobare realtà ed esperienze che sono strutturalmente differenti, a mettere
sullo stesso piano i video hard e
le fiere del sesso, i siti web e le televisioni commerciali, le riviste di
contatti e magari – dulcis in fundo,
ci verrebbe da dire - la prostituzione … Per quanto riguarda la pornotassa, il
governo indica il materiale tassabile con locuzioni quanto meno vaghe. Pur non
potendo prevedere come sarà applicata la legge, ci viene da pensare che il riferimento
alle opere «teatrali» e «visive» potrebbe facilmente applicarsi agli spettacoli
dei vari locali notturni e a quelli delle fiere; il riferimento ai periodici
potrebbe senza problemi chiamare in causa le riviste di contatti, quelle che
pubblicizzano escort e simili; più in generale, il richiamo al contenuto
«visivo» potrebbe implicare ogni genere di sito web (anche quelli che non sono
altro che cataloghi di prostitute/i). La tendenza a conglobare insieme realtà
differenti è ancora più evidente nel Rapporto
Eurispes, spesso citato da molti come la fonte delle valutazioni
governative. E se nel dettato della pornotassa non c’è alcun riferimento
diretto all’indotto della prostituzione, nel Rapporto
abbiamo la miglior dimostrazione della totale
assurdità dell’atteggiamento conglobante – un atteggiamento che
trova purtroppo appoggio e sostegno in alcuni «entusiasti» che si muovono
appunto ai margini del mondo dell’hard
e che non si sa bene se definire ingenui
sprovveduti o palesi imbecilli. Si veda la significativa tabella
intitolata Volume d’affari complessivo
dell’industria pornografica. Stime (p. 251), relativa agli anni
2002-2004. Le voci della tabella sono:
Siti web commerciali
Home video (vendite e
noleggi)
Pay Tv (generaliste e
specializzate)
Videotelefonini di
terza generazione
Prostituzione
generata da annunci (su riviste, cataloghi e siti web)
Telefonia erotica
(escluse telefonate per sex on demand)
Sexy Shop off line e
on line (esclusi prodotti videografici)
Riviste
pornografiche, scambiste e cataloghi di prostitute/i
Altro
Ora, è evidente che nel loro complesso le voci della tabella
costituiscono un’impressionante serie di assurdità. La più ovvia è che nel
calcolo del reddito complessivo dell’«industria pornografica» vadano prese in
considerazione le cifre della prostituzione
(sia pure generata, sembrano pensare i compilatori del rapporto, «via» porno, o
porno-assimilabili). Ma non è tutto. Possibile che i redditi delle pay tv generaliste (Sky e altre) debbano
essere contati tra quelli dell’industria dell’hard?
Ammettiamo pure che in quest’ultimo caso l’industria pornografica abbia un
ruolo (ovvero la vendita dei film
alle pay tv), certamente minore rispetto al reddito
complessivo fornito dalla commercializzazione televisiva di tali prodotti, ma quale
potrebbe mai essere il suo ruolo nella telefonia
erotica? Ed è sensato arruolare nell’«industria pornografica» i
produttori di oggettistica e di lingerie? Vibratori, creme, frustini, manette e
affini hanno a che fare con il sesso, non con il porno. Al limite, se tale
criterio fosse adottato dal governo (per esempio insistendo sullo statuto
«visivo» di lingerie e affini), un coordinato intimo piuttosto suggestivo
realizzato da La Perla (e a dire il vero alcuni dei loro prodotti sono più
«suggestivi» di quelli di Eros Veneziani) genererebbe un introito che dovrebbe
essere calcolato all’interno dell’«industria pornografica» … Inoltre, il
calcolo sui telefonini di terza generazione
per il 2004 sembra piuttosto arrischiato: a tutt’oggi il mondo del porno via
videotelefono è una nebulosa
difficilmente decifrabile; ovviamente, anche in questo caso contare i redditi
di Tre o altri all’interno della pornoindustria è francamente ridicolo.
Insomma, il totale del volume
d’affari ipotizzato dall’Eurispes – che, a onor del vero, insiste
sullo statuto di «stima» dei calcoli in questione – è a dir poco – a dir molto
poco… – fuori dal mondo. Che tra
le diverse aree d’affari prese in considerazione nella tabella esistano
rapporti anche stretti e una certa sovrapposizione di personale – in soldoni,
che alcuni pornostar e alcune pornostar facciano anche il mestiere più antico
del mondo e che certi imprenditori dell’hard
si interessino anche di fiere, di locali e altro – è fuori discussione: ma
considerare un unico comparto pornografia,
spettacoli sexy, riviste di contatti, prostituzione e via dicendo, è
completamente assurdo. Pur se il governo non ha adottato la prospettiva limite
del Rapporto (cioè si è ben
guardato dal conglobare l’industria del porno con quella della prostituzione),
è implicito che Showtime, Pink’O, Salieri, Moonlight, Blue Movie, eccetera, saranno tassati in base a un’aliquota che
tiene conto dei guadagni delle riviste di contatti, dei siti di escort, dei
locali di lap dance e delle fiere del sesso (e se qualche pazzo adottasse il
criterio del Rapporto Eurispes persino dei guadagni delle prostitute
…). Lo ripetiamo, il fatto che tra queste sfere d’affari esista una certa
sovrapposizione non può indurre a pensare che l’indotto di fiere e locali (o addirittura quello della
prostituzione) sia organicamente legato al mondo della produzione di materiali
hard core.
A fronte di tali fantasie, dislocazioni logiche e cifre
aberranti, che, lo ripetiamo, sono state ribadite qualche volta anche ai
margini del mondo del porno da qualche «entusiasta» che evidentemente capisce
poco sia di porno sia di aritmetica, abbiamo una situazione che peggiora sempre
di più nel corso degli anni. In particolare, l’evidente saturazione del mercato aumenta la quota
complessiva spettante al porno nel contesto del comparto del divertimento, ma
spalma tale aumento su un impressionante numero di nuovi soggetti, rendendo di fatto difficile la sopravvivenza
anche alle aziende più solide e da maggior tempo attive nel settore. Inoltre,
nonostante tutte le divagazione sui nuovi media (internet, telefonia,
eccetera), tali media non hanno ancora prodotto benefici economici importanti
per tali aziende.
Le difficoltà maggiori sono causate dalla mancanza di una legge-quadro. In primo
luogo, se la discriminante per decidere cosa è porno e cosa non lo è fosse la
descrizione del sesso esplicito, che dire allora di Baise-Moi, La donna lupo,
Guardami, Intimacy, i film della Breillat? Inoltre,
il particolare regime di tassazione previsto dalla legge non è difficilmente
compatibile con i regolamenti dell’Unione Europea? (Almeno, così sembrerebbe a
giudicare da alcune dichiarazioni di politici appartenenti allo stesso
centro-destra). Ma l’elemento decisivo è il seguente: proprio perché in Italia
la produzione, la distribuzione e la vendita di materiale pornografico sono
sottoposte a un regime giuridico ambiguo,
trionfano la pirateria e tutte le altre pratiche che ben conosciamo e che in
altri settori industriali e commerciali risulterebbero apertamente illegali e
perseguibili per legge. Il regime di tolleranza
di fatto che alcuni, e apparentemente la stessa onorevole Santanché
(ma nel suo caso addurremo piuttosto la furbizia volgare di voler tassare la
pornografia senza ammettere che ciò significa legittimarla), confondono con una
reale regolamentazione legislativa,
aggrava così la situazione, rovesciando sulle imprese che operano alla luce del
sole il debito fiscale maturato da pirati e
affini. In questa situazione non è difficile comprendere perché sia
tanto difficile attirare nel settore capitali freschi e imprenditori preparati.
In altri termini, la pornotassa, fondata su un’analisi fantasmatica del settore
del porno e pronta a confonderlo con altre realtà che nulla hanno da spartire
con esso dal punto di vista industriale e commerciale, risulta di fatto economicamente assurda: rende impossibile
alle imprese costruire un utile da reinvestire, concretamente le spinge
all’evasione, in sostanza non tende a sfruttare il settore, ma piuttosto ad
affossarlo.
Ora, l’approvazione della Legge finanziaria ha reso realtà
la pornotassa. Non sappiamo ancora con quali modalità sarà applicata, come vada
esattamente interpretato il comma che stabilisce al 120% l’acconto dell’imposta
e se sopravviverà all’esame europeo (o di qualche corte nostrana). Quel che è certo è che la legge è fatta. E
se anche non reggesse a ulteriori scossoni giuridici (o a quelli del buon
senso), il fatto che sia infine stata promulgata senza alcun vero contributo da parte del mondo del porno è
importante. Può darsi che le elezioni dell’anno prossimo cambino contesti e
panorami e che un governo di sinistra risulti pure disposto a rinunciare
all’impatto propagandistico/moralistico della tassazione/punizione dell’hard (ma noi non ci conteremmo più di tanto).
Insomma, non si può davvero sperare che anche questo ciclone, come altri in
passato, passi lasciando le cose come stavano prima. Occorre quindi che gli
operatori del mondo del porno (e con questo intendiamo chi produce e
commercializza pornografia, non chi si occupa di escort e fiere del sesso …) si
organizzino e facciano gruppo (o lobby, se si preferisce), in modo da
assicurarsi che il prossimo provvedimento
– sperando che ve ne sia uno – sia una vera
legge-quadro, che a fronte di una giusta misura di tassazione
fornisca cioè quelle garanzie e quelle certezze che in molte altre zone
d’Europa permettono di pianificare investimenti, detrazioni et similia, ovvero di rendere pienamente imprese le
aziende che lavorano nel settore.
P.S. Pur ritenendo ancora
pienamente attuali gli Appunti di lavoro
presentati nel nostro ormai “antico” intervento nelle pagine di Videoimpulse, torneremo presto
sull’argomento allo scopo di integrarli e aggiornarli, in concerto con il mondo
della produzione e della distribuzione di materiali hard e tenendo conto delle
esigenze, dei suggerimenti e delle proposte che da tale mondo emergeranno. La
nostra intenzione è che tali appunti, integrati e corretti, possano costituire
una piattaforma per la definizione di una legge-quadro sulla pornografia in
Italia, basata su numeri e fatti reali, ma anche su una visione non punitiva,
volta a generare vantaggi per lo Stato, per la società civile, per le aziende
del settore.
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informazioni:
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