Simon Boccanegra, ovvero la solitudine del potere

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29/apr/2004 22.48.36 Ufficio Stampa Teatro Regio Contatta l'autore

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Teatro Regio di Parma

Fondazione

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Simon Boccanegra,

ovvero la solitudine del potere

L’opera inaugurale del Festival Verdi 2004

diretta dal Maestro Bruno Bartoletti,

regia, scene e costumi di Hugo De Ana.

Nel cast Carlo Guelfi, Daniela Dessì,

Roberto Scandiuzzi/Riccardo Zanellato,

Gianfranco Montresor, Fabio Armiliato.

Teatro Regio, martedí 4, giovedí 6, ore 20.30,

domenica 9, ore 15.30 martedí 11, giovedí 13 maggio, ore 20.30

 

 

            “L’atmosfera dal tipico colore notturno del prologo, il preludio all’aria di Amelia di estrema raffinatezza, la scena del Consiglio con la maledizione, tra le più grandi pagine di Verdi e dell’intera storia del melodramma, la scena del secondo atto in cui Simone si addormenta, …trovatemi una pagina brutta del Simon Boccanegra e perderò la scommessa!”. Così, con intensità e passione, il Maestro Bruno Bartoletti parla dell’opera che dirigerà e con la quale inaugurerà il Festival Verdi 2004, martedì 4 maggio alle ore 20.30 (recite giovedì 6 ore 20.30, domenica 9 ore 15.30, martedì 11 e giovedì 13 ore 20.30)

 

            “Ho diretto il Simon Boccanegra per la prima volta quarant’anni fa a Buenos Aires, poi due volte a Chicago, la prima con protagonista e regia di Tito Gobbi, la seconda con Piero Cappuccilli regia di Giorgio de Lullo scene di Pizzi, poi più vicino nel tempo a Bologna, Roma, Catania, e quest’anno a Parma. Il Simon Boccanegra, alla luce dell’abbondante ventennio che separa le due versioni del 1857 e del 1881 è fertile terreno sul quale un Festival ha motivo di innescare un’opportuna riflessione musicale e musicologica, dunque un modo appropriato per inaugurare il festival” ha dichiarato il Maestro Bartoletti, musicista la cui carriera è legata ad alcune delle pagine più significative della ricezione verdiana degli ultimi quarant’anni e che è stato recentemente insignito del Premio Abbiati 2004 per la freschezza e l'intensità delle sue recenti esecuzioni, in particolare di Jenufa, Turandot (Genova, Carlo Felice), Bohème (Milano, Scala/Arcimboldi) e Nabucco (Parma, Teatro Regio) a sigillo d’un invidiabile cinquantennio artistico al servizio del repertorio italiano e di appassionata divulgazione della letteratura operistica del novecento”.

 

            Questo nuovo allestimento del Simon Boccanegra porta la firma di Hugo De Ana per regia scene e costumi e con le compagini dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio, maestro del coro Martino Faggiani, offre un cast di particolare rilievo: Carlo Guelfi (Simon Boccanegra), Daniela Dessì (Maria), Roberto Scandiuzzi/Riccardo Zanellato (Fiesco), Gianfranco Montresor (Paolo Albiani) e Fabio Armiliato (Gabriele Adorno).

 

Se già la prima stesura del Simon Boccanegra offre in nuce l’insieme di tutti quegli elementi tale da identificare la partitura in guisa di “opera dell’avvenire”, il binomio Boito-Verdi consacra il definitivo progetto di trasformazione linguistica dal “numero chiuso” al dramma musicale.

 

“Ci sono grandi trovate nell’orchestrazione, - prosegue il Maestro Bartoletti - non nel senso di Ravel, s’intende, quanto in senso drammatico-teatrale. Bisogna cercare morbidezza e varietà di colori, dare un senso notturno e un profumo di mare alla musica, pertanto i tempi saranno spaziati.”

 

“Con Boito - racconta il regista Hugo De Ana -, passiamo ad una drammaturgia delle idee, grazie alla quale Verdi crea un nuovo stile, quello che sarà di Otello e Falstaff, due opere che aprono il cammino verso una direzione che nessuno dopo percorrerà”.

“Seppure difficilissima da costringere in una definizione, potremmo definire Simon Boccanegra come la tragedia della solitudine del potere. Il potere e il suo rapporto con la vita dell’uomo è un tema che percorre tutto Verdi. Usato per escludere gli altri rinchiudendosi in se stessi, nella propria solitudine, o per dominare gli altri, relazionandosi da una posizione di superiorità. Simone si aggrappa al potere, più che cercarlo, ma il potere lo porta alla solitudine più totale: l’uomo sembra totalmente scomparire dietro la carica che ricopre. Alla fine il potere soccombe ad una forza ancora più grande, quella dell’amore, che lui riscopre attraverso Maria, la figlia ritrovata”.

“Io credo - prosegue De Ana - che dentro al pessimismo di Verdi esista sempre una via che porti alla salvezza, una salvezza da intendersi non nel puro senso cristiano (sappiamo come la pensasse Verdi a questo riguardo). Ciononostante c’è fortissimo in lui il senso della redenzione dopo la morte, grazie alla quale lo spirito di quest’uomo profondamente laico passa ad uno stadio superiore che trascende la vita terrena, del corpo. E così in Simon Boccanegra: al termine della vicenda la cosa più importante è il perdono di Fiesco, che trova la sua salvezza: solo grazie a quel perdono Fiesco capisce tutta la sua colpa di uomo, che ha vissuto portando fino ad allora il peso della morte di sua figlia”.

 

Le parole del regista argentino immediatamente catapultano l’atteso allestimento del Simon Boccanegra attraverso quelle direttive di attenta analisi del capolavoro verdiano che proprio nell’ideale dimensione di un festival trovano ragione di evidenza: e nell’approccio di De Ana alle vicende del doge genovese traspare in evidenza la consapevolezza di quell’esaltante percorso creativo che, dalla prima versione dell’opera giunge, nell’arco di un quarto di secolo, alle novità di pensiero scaturite dal Boito del Mefistofele e dalla genialità drammaturgica dell’estremo teatro verdiano.

 

 

Carlo Guelfi, dopo aver vinto il Concorso Adriano Pertile ha iniziato una brillante carriera collaborando con i maggiori teatri ed istituzioni musicali del mondo, segnalandosi quale interprete di riferimento del repertorio verdiano e verista. Ha collaborato con i più grandi direttori d’orchestra del mondo fra i quali Claudio Abbado, Leonard Bernstein, Gary Bestini, Semyon Bychkov, Daniele Gatti, Gianluigi Gelmetti, Carlo Maria Giulini, Peter Maag, Zubin Metha, Daniel Oren, Antonio Pappano, Christian Thielemann.

 

Roberto Scandiuzzi nel maggio del 1982 debutta al Teatro alla Scala di Milano nelle Nozze di Figaro con la direzione di Riccardo Muti. Ha ottenuto la fama internazionale dopo il suo debutto al Covent Garden nel 1991 come Fiesco nel Simon Boccanegra con la direzione di Sir Georg Solti. Da allora ha cantato frequentemente in teatri quali il Metropolitan di New York (Turandot, Ernani) la Staatsoper di Vienna (Don Carlo, I Puritani), la Royal Opera House Covent Garden (Messa di Requiem di Verdi), La Scala di Milano (Macbeth), la Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera (Simon Boccanegra e Anna Bolena), San Francisco Opera House (Stabat Mater di Rossini), Comunale di Bologna (Simon Boccanegra), Teatro Regio di Torino (Mefistofele), Teatro dell’Opera di Zurigo (Gioconda), Teatro Real di Madrid (Faust), Teatro Massimo di Palermo (Macbeth), Accademia di Santa Cecilia di Roma (Missa Solemnis di Beethoven).

 

Riccardo Zanellato ha vinto i concorsi Iris Adami Corradetti e A..Belli di Spoleto, debuttando nel Faust di Gounod. Nel 1996 vince a Tokyo il concorso Operalia creato da Placido Domingo e da allora ha cantato i ruoli principali delle seguenti opere: Don Carlo, Rigoletto, La Bohème, Turandot, Il barbiere di Siviglia, I Puritani, Don Giovanni, I Masnadieri.

Ha cantato con grande successo di critica e pubblico nel Don Sebastien di Donizetti al Teatro Comunale di Bologna; a Parma e Piacenza in Attila e Battaglia di Legnano.

 

Daniela Dessì nata a Genova, ha completato gli studi di canto e pianoforte al Conservatorio di Parma e presso l’Accademia Chigiana di Siena. Ha un repertorio di oltre sessanta titoli, da Monteverdi a Prokofiev, ed è particolarmente apprezzata per le sue interpretazioni delle eroine mozartiane e verdiane: tra le prime ricordiamo la Contessa nelle Nozze di Figaro e Fiordiligi in Così fan tutte, Donna Elvira nel Don Giovanni e Vitellia nella Clemenza di Tito; tra le seconde ricordiamo Desdemona in Otello e Maria nel Simon Boccanegra. Il debutto americano avviene nel 1992 con Pagliacci a Philadelphia sotto la direzione di Riccardo Muti, a fianco di Luciano Pavarotti. Recentemente ha cantato nell’Andrea Chenier al Teatro Comunale di Bologna

 

Fabio Armiliato ha in repertorio opere quali La cena delle beffe di Giordano (Festival di Wexford), Il Trovatore (Dublino), Ernani e Tosca (Roma), Cavalleria Rusticana e Madama Butterfly (Stoccarda), Requiem di Verdi (Gerusalemme) La Bohème (Francoforte) e Don Carlo, Macbeth, Tosca, Manon Lescaut, La Bohème ad Anversa. Ha partecipato al concerto Verdi 100 svoltosi al Palacassa di Parma in occasione del centenario verdiano con colleghi come Placido Domingo, José Carreras, José Cura, Ruggero Raimondi, Leo Nucci diretto da Zubin Mehta.

 

Gianfranco Montresor debutta nel 1993 nell’opera Gattabianca di Paolo Arcà presso il Teatro Filarmonico di Verona. In seguito ha preso parte ad un allestimento di Bohème, nel ruolo di Marcello presso il Teatro Massimo di Palermo, e in Madama Butterfly al Teatro Bellini di Catania. Importante e degno di nota il suo debutto presso il Teatro Verdi di Pisa nel ruolo di Pizarro nel Fidelio di Beethoven, col quale ha riscosso ampi consensi di pubblico e di critica. Nel 2002, dopo Don Giovanni presso il Teatro Filarmonico di Verona, ha cantato Bohème nel circuito Emiliano, Carmen presso il New National Theater di Tokyo e all’Arena Sferisterio di Macerata con un’ottima accoglienza ricevuta dalla critica.

  

Francesco Musinu da molti anni prende parte assiduamente alle stagioni liriche italiane ed estere, cantando sotto la guida di prestigiosi maestri fra i quali  Sir Georg Solti, Riccardo Muti, Daniel Oren. In Italia in modo particolare ha collaborato con il Teatro alla Scala di Milano per Vespri Siciliani, Traviata, Rigoletto, con il Teatro S. Carlo di Napoli, per Capuleti e Montecchi, Traviata, Anna Bolena e Simon Boccanegra, con il Teatro Lirico di Cagliari per Ballo in maschera e Otello, con la Fenice di Venezia per Carmen, Traviata, Turandot di Busoni, con il Comunale di Bologna per Don Carlo e La Cena delle Beffe,con  il Regio di Torino per Turandot, Carmen, Die Meistersinger von Nurberg e Simon Boccanegra, con il Carlo Felice di Genova per Rigoletto e Don Carlo, con il Teatro dell’Opera di Roma per Fedora, Traviata e Aida. Inoltre all’estero ha cantato a Tokyo La traviata e Rigoletto, a Bilbao Maria Stuarda, a Oviedo Lucia di Lammermoor, a Lille Madama Butterfly, a Montreal Aida.

 

 

 

Sinossi dell’opera

a cura di Piero Gelli

 

Prologo

A Genova, a metà del XIV secolo, l’elezione del nuovo Doge divide in un’aspra lotta popolo e aristocrazia. L’orefice Paolo Albiani trama per far eleggere il candidato plebeo Simon Boccanegra, corsaro al servizio della Repubblica e suo amico. Da questa elezione pensa di ottenere in seguito non poche ricompense.

Ma Simone, uomo schivo, è piuttosto riluttante a entrare nell’agone politico. Paolo lo convince assicurandogli che, una volta Doge, l’arrogante patrizio Jacopo Fiesco non potrà più negargli in sposa la figlia Maria, che costui tiene prigioniera in espiazione della colpa. I due giovani infatti si sono amati e dalla relazione è già nata una bambina, che Simone ha dato in consegna a una nutrice in un luogo lontano. Intanto dal suo avito palazzo esce Jacopo Fiesco, piangendo la morte dell’adorata figlia e imprecando contro Boccanegra che l’ha sedotta (Il lacerato spirito). I due si incontrano e Simone, ignaro che Maria è morta, chiede a Fiesco di perdonargli la relazione clandestina e di accettare la sua devozione filiale. Colpito dal comportamento del giovane, il patrizio gli dice d’essere pronto a dimenticare l’oltraggio perpetrato all’onore della famiglia se gli consegnerà la figlia avuta dalla relazione. Purtroppo, confessa Simone disperato, la piccola è scomparsa misteriosamente e la nutrice cui era stata affidata è stata uccisa. Negando allora ogni possibile riconciliazione, Fiesco si allontana sprezzante. Rimasto solo, Simone, deciso a ritrovare la sua donna, penetra nel palazzo; e lì, con orrore, scopre come in un terribile sogno il cadavere dell’amata Maria. Sconvolto, torna in piazza mentre sopraggiunge la folla che festante lo acclama Doge.

 

Atto primo

Sono passati venticinque anni dagli avvenimenti narrati nel Prologo. Amelia (che altri non è che la figlia di Simone e di Maria) nel giardino di palazzo Grimaldi attende ansiosa il ritorno dell’amato Gabriele Adorno (Come in quest’ora bruna), che insieme ad altri patrizi sta tramando per abbattere il Doge Boccanegra.

All’arrivo del giovane, Amelia lo implora di desistere dalla pericolosa impresa (Vieni a mirar la cerula) e, poiché ha saputo che il Doge vorrebbe chiederla in sposa per il suo fido Paolo Albiani, lo esorta a chiedere al suo tutore Andrea il consenso per il matrimonio. Sotto le sembianze di Andrea in realtà si cela il vecchio Fiesco, dato per scomparso, e ora partecipe anche lui alla congiura per eliminare l’inviso Doge. Fiesco alias Andrea concede volentieri al giovane patrizio la mano di Amelia, ma lo avverte che essa non è una nobile Grimaldi, bensì una trovatella adottata dalla famiglia il giorno in cui era morta la loro vera figlia; così avevano anche evitato la confisca dei beni ordinata dal Doge per la fuoruscita della nobile casata. Da Amelia, rimasta sola, giunge Simone, che vuole perorare la causa di Paolo Albiani. Fiduciosa nell’umanità del potente signore, la ragazza anche a lui rivela le sue umili origini (Dinne, perché in quest’eremo). Dal racconto, con enorme commozione, l’uomo capisce che si tratta di sua figlia (Figlia!... a tal nome palpito). Poi, saputo che la giovane è innamorata e promessa a Gabriele Adorno, ingiunge Paolo Albiani a rinunciare alle nozze previste. Furente, Albiani progetta allora con il seguace Pietro di rapire Amelia e di nasconderla in casa dell’usuraio Lorenzino.

Sala del Consiglio nel palazzo degli Abati. Simon Boccanegra, alla presenza di tutti i consiglieri nobili e popolani, facendo sua l’appassionata perorazione di Francesco Petrarca perché cessi ogni lotta fratricida, cerca di scongiurare la guerra contro Venezia voluta dai più. D’improvviso dall’ esterno giungono voci di sommossa: si odono grida di evviva e di morte per il Doge. Fiero e coraggioso, costui ordina che si aprano le porte, da cui entrano i manifestanti. Alcuni popolani circondano minacciosamente Gabriele Adorno: chiedono la sua morte per aver ucciso Lorenzino. Gabriele ammette il fatto, perché l’uomo aveva rapito Amelia Grimaldi; tra l’altro, aggiunge il giovane, l’usuraio prima di morire gli aveva confessato di aver tenuto nascosta la donna, per ordine di un uomo molto potente. Il Doge chiede il nome del rapitore. Gabriele Adorno pensa sia il Doge stesso e sfodera la spada per colpirlo, quando sopraggiunge improvvisamente Amelia che si frappone tra il padre e l’amato. La ragazza sgombra dal padre ogni sospetto, chiede perdono per Gabriele e racconta come Lorenzino, per paura del Boccanegra, l’abbia lasciata libera; fissando intenzionalmente Paolo Albiani, dichiara che il colpevole del misfatto è presente in sala. A questo punto, tutti vogliono sapere il nome e scoppia ancora un tumulto, sedato con vigore da Simone (Plebe! Patrizi! - Popolo / Dalla feroce storia!). Il Doge ha intuito, chiama l’Albiani e con sottile sarcasmo chiede il suo aiuto per scoprire il colpevole ma, intanto, lo costringe a maledirlo. «Sia maledetto!»: l’uomo con terrore pronuncia la maledizione contro se stesso, mentre tutto il popolo ripete gridando «Sia maledetto!».

 

Atto secondo

Stanza del Doge, nel Palazzo Ducale. Paolo Albiani, bandito da Genova, per vendicarsi del Boccanegra versa del veleno ad azione lenta in una coppa sul tavolo. Poi fa introdurre il prigioniero Andrea e tenta di convincerlo ad assassinare il Doge (nel caso che il veleno non funzionasse). Ma il vecchio patrizio, fiero avversario da sempre, ma non vile, rifiuta. Albiani ha più fortuna con Gabriele Adorno, insinuandogli che Amelia è diventata l’amante di Simone. Rimasto solo, il giovane riflette su quanto gli è stato detto (Sento avvampar nell’anima), e il dubbio cresce quando vede giungere l’amata nell’appartamento del Doge. Invano Amelia, non potendo svelare la verità, cerca di convincerlo che i sentimenti suoi nei riguardi dell’anziano potente sono d’altro genere (Parla - In tuo cor virgineo). All’arrivo del Doge, Gabriele si nasconde e equivoca il tono del colloquio tra i due; vi legge come una conferma delle accuse dell’Albiani. In realtà la ragazza dichiara di nuovo il suo amore per Gabriele e ottiene per lui la grazia, dopo che il padre gli ha detto che il suo nome era nella lista dei congiurati. Simone prega la figlia di allontanarsi e rimasto solo, prima di assopirsi, beve dalla tazza avvelenata. Giunge a questo punto Gabriele, deciso a uccidere e il nemico della famiglia Adorno e il supposto rivale in amore. Ma ancora una volta Amelia arriva in tempo a salvarlo, mentre la verità aggalla: Simon Boccanegra rivela che la ragazza è sua figlia Maria e nipote di Fiesco. Il giovane, commosso, promette allora che cercherà di fermare la congiura offrendosi come mediatore; se non vi riuscirà, tornerà a combattere al suo fianco.

 

Atto terzo

All’interno del Palazzo Ducale. I congiurati sono stati vinti. Andrea viene liberato e riceve di nuovo la spada. A lui Paolo Albiani, mentre viene condotto alla forca, rivela di aver avvelenato il Doge e di essere l’autore del rapimento di Amelia. Il vecchio patrizio è indignato: non era questo che aveva voluto per vendicarsi dell’antico avversario. Entra Simon Boccanegra, cui cominciano a fare effetto i segni del veleno (M’ardon le tempia): cerca invano refrigerio dall’aria marina e invoca il mare. Esce dall’ombra Andrea: gli rivela che la morte è ormai vicina e che lui è Jacopo Fiesco (Delle faci festanti al barlume). Ma è anche il momento in cui tutti i nodi si sciolgono. Simon Boccanegra ora può essere perdonato, perché la nipote è stata ritrovata: è Amelia / Maria ormai sposa ad Adorno. Sopraggiungono anche i due giovani sposi, mentre il Doge, additando in Gabriele il suo successore, spira tra la commozione generale.

 

 

 
 
 
 
 
 
Paolo Maier
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