Il corsaro di Giuseppe Verdi chiude il Festival Verdi 2004

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04/giu/2004 07.18.02 Ufficio Stampa Teatro Regio Contatta l'autore

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Teatro Regio di Parma

Fondazione

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Sulla tolda di un palcoscenico.

Il Corsaro chiude il Festival Verdi 2004

Teatro Regio di Parma

martedì 8, venerdì 11, ore 20.30,

domenica 13, ore 15.30 martedì 15 giugno 2004

 

 

 

            A seguire il successo del Simon Boccanegra, il cartellone lirico del Festival Verdi 2004 si conclude con un omaggio al Verdi meno conosciuto, ovvero a quel Corsaro, su libretto di Piave, tratto dall’omonimo poema byroniano. Un’opera alla quale Verdi pensava con entusiasmo già dal 1843; in una lettera del 6 giugno di quell'anno il Maestro proponeva infatti al conte Nani Mocenigo, che lo richiedeva per un’opera alla Fenice di Venezia, il Re Lear oppure Il corsaro: la scelta cadde su quest’ultimo soggetto e il compositore di Busseto vi si dedicò nell’inverno del 1847-48: è noto come i dissapori con l’editore Lucca abbiano non poco infastidito la stesura di quest’opera, ma occorre sfatare tanta parte di quella letteratura (il primo allestimento moderno si ebbe solo verso la fine degli anni Sessanta) che voleva Il corsaro un’opera verdiana di scarso interesse.

           

        “Non esiste un Verdi minore - spiega Renato Palumbo, maestro concertatore e direttore, impegnato in questi giorni nelle prove - ma un Verdi meno eseguito: Il corsaro è una creazione che non possiede una tradizione d’ascolto pari ad altre opere verdiane, ma è un’opera che offre pagine estremamente suggestive, addirittura anticipando a tratti la scrittura che sarà di Otello”.

“La ricchezza di Verdi - continua il M° Palumbo - sta anche nella ricerca dell’effetto di una singola parola: e nel Corsaro si assiste a una straordinaria ricerca della trasmissione dei sentimenti attraverso il fascino dell’eroe romantico, attraverso un senso drammatico sviluppatissimo nel vivo di significati forti quali l’amore, la lealtà, la vendetta”.

 

            La regia dell’opera è di Lamberto Puggelli, che a proposito della messinscena racconta: “È straordinario come Verdi sia riuscito a dare un grande ritmo vitale a questo poema “a tinte scure” di Byron: Il Corsaro è sicuramente un’opera misteriosa, realizzata con grande semplicità di mezzi: vi è inoltre un forte senso della natura, del mare, ed è per questo che ho pensato l’intera opera sulla tolda di una nave”.

“Ritengo che la semplicità e la chiarezza narrativa siano una delle prime qualità di un regista laddove la ricchezza psicologica dei personaggi (Gulnara è una piccola Lady Macbeth) e delle loro vicende rappresentano al fine le inconguenze della vita stessa”.

 

            Questo nuovo allestimento della Fondazione Teatro Regio di Parma,  realizzato in coproduzione con il Teatro Carlo Felice di Genova, che debutterà martedì 8 giugno alle ore 20.30, con recite venerdì 11, ore 20.30, domenica 13, ore 15.30 martedì 15 giugno 2004, accanto alla coppia Palumbo-Puggelli che torna al Regio dopo il successo de I Lombardi alla prima Crociata della scorsa edizione del festival, porta le firme di Marco Capuana per le scene, Vera Marzot per i costumi e Andrea Borelli per le luci. La preparazione dei figuranti è stata curata dal Maestro d'armi Renzo Musumeci Greco che aveva già curato la preparazione dei figuranti del Simon Boccanegra. La compagnia di canto è formata da  Zvetan Michailov (Corrado), Michela Sburlati (Medora), Renato Bruson (Seid), Adriana Damato (Gulnara), Gianluca Floris (Selimo), Arturo Cauli (Giovanni), Marcelo Puente (Eunuco nero, Uno schiavo), assieme all’Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma, Maestro del coro Martino Faggiani.

 

        Il Corsaro è di fatto una tra le opere verdiane sulla quale può incentrarsi un valido tentativo di messa a fuoco di quei linguaggi drammaturgici e musicali che avrebbero caratterizzato il Verdi degli anni a venire: per tali motivi all'opera verdiana il Festival dedica un prestigioso Incontro di studi che si terrà alla Casa della Musica dall’11 al 13 giugno. Tre giornate di studio, assieme ai nomi più importanti della musicologia internazionale (membri del Comitato scientifico sono Philip Gossett, Gian Paolo Minardi, Pierluigi Petrobelli), che collocheranno l’opera entro una cornice storica e musicale più ricca e aggiornata.

 

        Inoltre, nell’ambito del convegno, per moltiplicare e contestualizzare storicamente l’analisi verdiana, sabato 12 giugno alla Casa della Musica, con ingresso gratuito sino a esaurimento dei posti disponibili, sarà presentata una selezione di brani da Il Corsaro di Giovanni Pacini, con Annarita Gemmabella, Katarina Nicolič, Andrea Patucelli, Samuele Simoncini, Serena Daolio diretti da Stefano Rabaglia e ccompagnati al pianoforte da Raffaele Cortesi.

 

 


 

 

LA TEMPESTA NEL BICCHIERE

Il direttore Renato Palumbo parla de Il corsaro

di Alessandro Taverna

 

Il Corsaro è l’opera di Verdi che detiene almeno un record. È la più breve di tutte eppure non sembra un’opera scritta di corsa.

Si, Il Corsaro dura poco più di un’ora e trentacinque minuti. Da questo punto di vista è un tour de force drammatico perché Verdi riesce a farci stare molti momenti musicali importanti e riesce a rendere benissimo il carattere di ciascun personaggio. Gli basta certe volte un unico tratto per schizzare una situazione. E questa straordinaria concisione non comporta che Il Corsaro sia un’opera scritta in fretta...

Che cosa ha trovato di interessante?

Ho trovato una grandissima vitalità drammatica. È un’opera che brulica di vita soprattutto nei recitativi che fanno ricordare certe pagine di Macbeth. Però non c’è niente in partitura che ti faccia pensare a situazioni appena sbozzate. Sia chiaro, non intendo dire che sia un capolavoro come lo sono, a tutti gli effetti, Rigoletto o Un Ballo in maschera.  Verdi vi dosa bene sia le situazioni che i  personaggi e in poco più di un’ora e mezza riesce a costruire un  melodramma articolato con dovizia di particolari. Prendiamo Medora, è una figura molto romantica, e la senti che è viva, già dalla romanza del primo atto, un brano che ha una struttura ed un  accompagnamento assolutamente efficaci. Mi ha colpito rivelare in genere una sorta di dilatazione drammaturgica ottenuta da Verdi. È la sintesi, la forza di stringere sempre l’azione. Nel Corsaro si tocca il record di concisione. Eppure, come dicevo, avverti che all’opera non manca niente, non c’è niente di abbozzato. Anzi.

Con Verdi si resta sempre sbalorditi dall’economia assoluta dei mezzi espressivi. Facciamo qualche esempio...

Ad esempio: lo spazio generalmente del preludio è occupato da tuoni e fulmini, una tempesta musicale che scaraventa il pubblico direttamente nell’azione del primo atto.

Ma il finale non sembra altrettanto aforistico, non è così veloce come ci si aspetterebbe...

Si, perché il finale ha un carattere che ritroveremo in altre opere che devono ancora essere scritte. Come in Don Carlos o in Aida il finale porta nell’aldilà, nell’altrove.  Si ha la netta  sensazione che di quello che passa sulla terra - amore, onore, guerra - non debba e non possa rimanere più niente. Tutto si consuma verso un orizzonte lontano, celestiale. 

Qualcuno ha parlato addirittura di una sorta di trasfigurazione.

Ma c’è qualcosa d’altro in questa sospensione. Verdi è un drammaturgo davvero spericolato. Chi riuscirebbe a far convivere in poco più di mezz’ora il conflitto fra due soprani? Credo che in questi casi il compito del direttore d’orchestra sia anche esaltare questo teatro allo stato puro che c’è nella musica, la forza vitale che si nasconde nei dettagli.

Sarebbe un Verdi miniaturista?

Per la cura che mette a cesellare certi dettagli potrebbe essere benissimo considerato un miniaturista.  Ma nel senso che grandi effetti nascono da gesti in apparenza molto semplici, elementari. Il corsaro sarà pure un’opera minore, ma bisogna ricordare sempre che Verdi ha creduto fermamente in tutte le opere che ha scritto, in tutte le storie che ha scelto. Lo si sente che ha creduto fino i fondo anche a questa, anche a Byron...

C’è qualcosa di originale nel trattamento della vocalità?

Nel Corsaro la parte del tenore sembra cantabile ma non bisogna lasciarsi troppo ingannare dalle apparenze. Invece Gulnara è una Lady Macbeth ma riportata verso il mare. Seid, è un personaggio che richiede un grandissimo interprete. Non è tanto l’originalità della scrittura in sé quanto la sua funzionalità drammaturgica. In realtà anche se Verdi appone poche, pochissime indicazioni dinamiche, ogni personaggio ha un ritmo che lo connota e lo rende riconoscibile. Per l’intero arco dell’opera la ricerca tonale è molto scaltra e  intelligente per il corrispondere ed il rincorrersi delle tonalità. Tutto è in funzione di una costruzione di tensione che deve movimentare i concertati e deve alimentare il contrasto, il conflitto.

Ha  una scala di preferenze fra le opere verdiane?

No, mi piace, come in questo caso, trovarmi nella situazione di doverne studiare una nuova. Una nuova opera ti riserva sempre delle sorprese, ti appassiona. Mi sono trovato nella stessa condizione due mesi fa quando ho aperto per la prima volta la partitura di Hans Heiling di Marschner. Mi piacciono le opere nuove, da scoprire.

Si sente un direttore di vecchia scuola, come si sente ripetere spesso a proposito del suo modo di far musica?

È una definizione che considero un complimento. Spesso i direttori non capiscono quanto sia difficile cantare e soprattutto fanno il grave errore di considerare la voce alla stregua di un qualsiasi strumento musicale dell’orchestra. Io ho avuto tempo di formarmi ad una vecchia scuola di direzione che era prima di tutto sensibile alle voci. Oggi si è persa quell’arte. Molti la imputano al fatto che manchino le voci di una volta. Mancano piuttosto bravi maestri che sappiano insegnare quell’arte del legato che appartiene al canto di Bellini e Donizetti. Ho cominciato da questi autori, ormai un bel po’ di anni fa e da quegli autori sono risalito a Verdi, a Puccini. Mi piace pensare che si possa infondere un po’ di belcanto nel canto verista. E viceversa.

  

 


 

 

UNA VELA, UN SIPARIO

A colloquio con il regista Lamberto Puggelli

di Alessandro Taverna

 

Quali sono stati i problemi che ha incontrato affrontando la messinscena del Corsaro?

Non che Il corsaro presenti in sé particolari difficoltà drammaturgiche. Semmai in casi come questi il vero problema consiste nell’individuare la tinta dell’opera, la famosa tinta verdiana che caratterizza al fondo ogni opera di questo musicista.  Credo che in fondo il racconto sia tutto sommato ingenuo, semplice nella sua struttura. Il corsaro è un’opera estremamente romantica, non a caso il libretto è tratto da Lord Byron, uno dei poeti che ha saputo meglio di chiunque altro esprimere questo romanticismo avventuroso, portandolo ad un piano quasi emblematico

Allora qual è la tinta che ha individuato?

Il corsaro è un’opera che sa di mare, un’opera dove si sente il mare, come lo si avverte - e lì si avverte in maniera molto forte  - nel Simon Boccanegra. Fatto curioso, se si pensa a Giuseppe Verdi, un uomo così padano, così terragno, eppure proprio lui ha saputo farci avvertire la presenza del mare come se questo elemento occupasse la sua mente. Mi sono mosso allora alla ricerca di quegli elementi che potevano dare conto della semplicità, dell’ingenuità di questo racconto. Per i riferimenti figurativi mi sono rivolto in molte direzioni, anche in esempi di pittura più tarda, come possono essere le opere del Doganiere Rousseau.

E poi?

Poi ho tenuto ben presente alcune preziose osservazioni critiche che ci ha lasciato Gianandrea Gavazzeni a proposito del Corsaro, del suo romanticismo acceso. Ma ho trovato che c’è qualcosa d’altro, qualcosa da contrapporre a questa piena di romanticismo, qualcosa che si ravvisa nella drammaturgia stessa di quest’opera ed è suggerito da questa stessa semplicità  che potremmo definire come una forma di straniamento epico. Così ho cercato di dare conto nello spettacolo di questo processo di semplificazione che tenesse conto del sapore di mare di cui quest’opera sembra impregnata. Ho scelto il partito di abolire le differenze più superficiali fra una scena ed un’altra, per ambientare tutta l’opera  su una nave. Ma è una nave raffigurata in modo che possa rappresentare i due campi contrapposti. Sono i due colori, il rosso o il nero, a suggerire che ci troviamo sulla nave dei musulmani o su quella dei corsari: anche questo elemento cromatico così netto rientra nel discorso della semplificazione.

Ma cosa vedrà il pubblico sulla  scena?

All’inizio il pubblico dovrà avere l’impressione di trovarsi su una nave. Nel corso dell’opera, la scena si semplificherà sempre più e alla fine la scena si rivelerà per quello che materialmente è: un palcoscenico vuoto, e allora gli attributi rappresentativi si riveleranno come elementi simbolici

Che cosa intende dire?

È come se l’opera ritornasse ad essere il luogo della rappresentazione dell’opera: è la tolda di una nave ma è anche un palcoscenico, tutte le vele altro non sono che sipari di teatro. Potrei citare dai miei appunti quel che individua di volta in volta questa giustapposizione. Una vela o forse un sipario. La tolda di una nave o forse il palcoscenico. Gomene, cime, funi, o forse tiri di un teatro. Su questa giustapposizione si costruisce l’intero arco dello spettacolo, che procede verso questa semplificazione. È una maniera per dar conto dell’accelerazione impressa da Verdi alla sua opera: tutto precipita verso la fine con una rapidità ed una forza di sintesi di cui lui resta un maestro ineguagliabile. Così, all’ultima scena c’è solo un palcoscenico nudo, solo una corda con cui il protagonista potrà sparire in alto, da dove l’avevamo visto calarsi all’inizio dell’opera.

La velocità dell’azione lascia qualche spazio all’approfondimento psicologico? Chi sono veramente i  personaggi che si muovono in scena nel Corsaro?

Byron pensava al Corsaro come ad una vicenda dal carattere mediterraneo, solare, ma con la musica di Verdi il racconto prende una direzione diversa, sembra un’opera nordica, nebbiosa: nel Corsaro verdiano non si sa da dove vengono o da dove vanno i personaggi, non si sa bene quali siano certe premesse e implicazioni psicologiche

Non si può negare che il teatro di Verdi abbia occupato uno spazio considerevole nella sua carriera teatrale. Contano anche le contingenze,  ma quel che ne viene fuori è un vero e proprio percorso verdiano. E il percorso è ancora più denso in questi ultimi anni...

Certo, esiste un margine di casualità nel mio percorso verdiano, perché non siamo noi a scegliere i titoli degli allestimenti. Ma infine si tratta pur sempre di  tredici o quindici opere, dovrei fare il conto esatto. All’inizio c’è stato un Attila alla Scala nel 1975,  fu la mia prima regia in quel teatro e fu uno spettacolo che provocò un certo rumore e raccolse anche forti consensi. Così  negli anni seguenti ho potuto allestire quasi tutte le opere maggiori di Verdi, a Milano e altrove. Per tanto tempo non ho fatto nessun titolo degli anni giovanili ed ecco che, nel giro di appena un anno, mi sono trovato ad allestire per la prima volta I Lombardi alla prima Crociata a Parma, Luisa Miller a Palermo e adesso Il corsaro di nuovo al Teatro Regio di Parma. È molto interessante riaccostarsi a queste prime opere, perché ci ritrovi tutto Verdi. Sono melodrammi che possono presentare dei difetti, non sono un blocco perfetto, ma sono pur sempre prodotti di una mano geniale.

In trent’anni è cambiata anche la generazione dei cantanti con cui ha lavorato. Dal punto di vista strettamente teatrale sono migliori i cantanti di ieri o quelli di oggi?

Non è facile trovare una risposta e basta. Spezzerei comunque  una lancia per i cantanti di un tempo che si dice non sapessero stare in scena, cantanti impegnati soltanto a cantare bene ma non a curare la recitazione. Posso dire che non è affatto vero e non vale la pena di fare un elenco di nomi. Certo, ieri come oggi è ancora diffusa l’opinione che fare opera significare fare solo bel canto. Mai come con Verdi è un’opinione errata perché Verdi stesso lo ha detto più di una volta: non faccio musica, ma teatro.

 

 

 

 

Paolo Maier
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