Arriva Mandara, terzo album di Gennaro De Rosa

Arriva Mandara, terzo album di Gennaro De Rosa Se il precedente album (Alatul, 2004) era una sorta di viaggio sonoro fino ai confini del Mediterraneo, il terzo lavoro per Gennaro "Mandara" de Rosa porta con sé, chiare e ben visibili, tutte le caratteristiche di un ritorno.

04/mar/2010 11.37.12 Progetti Rizoma Contatta l'autore

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Se il precedente album (Alatul, 2004) era una sorta di viaggio sonoro fino ai confini del Mediterraneo, il terzo lavoro per Gennaro "Mandara" de Rosa porta con sé, chiare e ben visibili, tutte le caratteristiche di un ritorno. Dopo aver avuto modo di crescere dal punto di vista artistico e professionale, attraverso importanti collaborazioni tra le quali ci piace ricordare i tour europei come batterista e percussionista de Il Parto delle Nuvole Pesanti, l'esperienza di Pentole&Computer assieme al "99 Posse" Marco Messina, gli spettacoli teatrali con la compagnia Kripton del regista Cauteruccio e, infine, il tour che sta accompagnando la reunion dei 99 POSSE, questo disco rappresenta, prima di tutto, la migliore metafora per rappresentare ciò che oggi è l'artista "Mandara". Meglio: una cartina tornasole dei colori e degli umori dell'animo di un musicista, che dopo aver girato il mondo in tournée, incontrando artisti di ogni genere e cedendo alla fascinazione di suoni, luoghi, linguaggi e stili quanto mai disparati, riporta tutte queste esperienze a casa per farne materia sonora.

Così è nato "Mandara", e non a caso, questa volta - nonostante per il percussionista calabrese sia già il terzo album - il titolo del disco coincide con il nome del progetto a cui de Rosa è legato fin dagli esordi. Il risultato è un album energico e corale, in cui trovano spazio, una per brano, tutte le anime del suo complesso background musicale. Dai ritmi africani e indiani fino al miglior rock progressive anni settanta, passando per i suoni digitali, le colonne sonore per il teatro e l'etno-rock italiano. Così, per rappresentare il suo mondo artistico in tutta la sua poliedrica ricchezza, per le voci di questo album Mandara attinge alle collaborazioni che lo hanno arricchito negli ultimi anni di carriera. Trovano allora spazio nel progetto, oltre all'immancabile apporto del "secondo Mandara", Gianfranco De Franco, nomi del calibro di Marco "Posse" Messina (autore delle programmazioni in "Hassan I Sabbah"), Peppe Voltarelli (riconoscibilissima la sua vena poetica nelle parole di "Apfelsaft"), il jazzista Marco Zurzolo (sassofono in "Yallah"). Poi un lunga scia di collaborazioni di grande lustro: come Amy Denio, versatile musicista e cantante della scena alternativa statunitense (è sua la voce in "Wind Song" e "Hassan I Sabbah"), il rapper Kiave (voce in "Wind song"), l'intera banda musicale della Città di Corigliano (autrice di una straordinaria coda nel finale di "The pot head pixies"), Lino Vairetti (leader degli "Osanna" e voce in "L'uomo"), il musicista tunisino Marzouk Mejiri (voce e percussioni in "Tiiri tiiri"), Alessandro Castriota Scanderberg e l'attorecantante statunitense Jay Bethay Simba (voci in "B.B. the Kings") e Narajan Chandra Adhykari, musicista del bengala, esponente del movimento Baul (voce in "Shundor Naya").

Un benefico melting-pot di nazionalità e culture, segno che confrontarsi con linguaggi e culture diverse non ha mai rappresentato un problema per Mandara. de Rosa, infatti, reso ormai elastico e reattivo come la pelle dei suoi tamburi, ne dà ampia dimostrazione fin dalle prime note del disco con "Yallah", gioco atletico di ritmi e percussioni "cantate" in un originalissimo etno-scat, paradiso per percussionisti in cui le parole contano solo per il proprio ritmo e le sensazioni che evocano in chi le ascolta. Da qui, proseguendo attraverso viaggi ideali, ecco spuntare l'inglese di Wind Song, l'arabo in "Tiiri Tiiri", il bengali di "Shundor Naya", e le reminiscenze tedesche di "Apfelsaft". E neanche le prove testuali in italiano sono da meno. Lo si misura dal gioco ironico di "B.B. the King", dalla ricca prova cantautorale di "Next Step", e poi nelle rime veloci di Kiave, che anticipano la degna chiusura del disco con "Hassan I Sabbah", in cui rivive in musica un'immortale poesia-denuncia di W. Burroghs. A dare spessore a tutto il lavoro, due preziose cover. Una di queste, "The pot head pixies" degli australiani Gong - brano di culto del rock-progressivo anni settanta - è davvero capace di non farsi dimenticare. Le fa da contraltare il rifacimento di "L'uomo" dei partenopei "Osanna" (cui prende parte lo stesso cantante della band), con cui Mandara sceglie di rendere merito ad una delle pagine più significative del rock nostrano. Tutto questo è "Mandara", e chissà quanto altro ancora: un disco diretto e piacevolmente capace di fissarsi nella mente fin dal primo ascolto, portando con sé i segni palesi di una raggiunta maturità stilistica. Una presa di coscienza artistica finalmente completa. Almeno fino alla conclusione del prossimo viaggio.

 

 

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