I PADRONI DI SANREMO: UNA STORIA ITALIANA

I PADRONI DI SANREMO: UNA STORIA ITALIANA VERSO IL FESTIVAL/I SEGRETI DEL BACKSTAGE I PADRONI DI SANREMO: UNA STORIA ITALIANA GOSSIP, SOLDI, SCANDALI E POLEMICHE: CHI SALE E CHI SCENDE DAL GRANDE CARRO DELLA MANIFESTAZIONE.

21/gen/2011 15.28.11 STUDIO 254 Contatta l'autore

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VERSO IL FESTIVAL/I SEGRETI DEL BACKSTAGE 
I PADRONI DI SANREMO: UNA STORIA ITALIANA 
GOSSIP, SOLDI, SCANDALI E POLEMICHE: CHI SALE E CHI SCENDE DAL GRANDE CARRO DELLA MANIFESTAZIONE. A MENO DI UN MESE DAL DEBUTTO DI UNO SHOW DOVE CONTA TUTTO TRANNE LE CANZONI. 



DI CESARE LANZA*
 

Il Festival di Sanremo è uno show televisivo mostruoso e incontenibile, che si rinnova ogni anno, nel 2011 in calendario dal 15 al 19 febbraio, su un copione consolidato, ma con continui, stravaganti aggiornamenti. Le canzoni, da tempo, paradossalmente abbassano gli ascolti, quindi, ecco la prima finzione, sono ormai solo un pretesto televisivo per il varietà, gli ascolti si inseguono con ospiti a sorpresa e provocazioni: da Gorbaciov a Tyson, dal Moulin rouge a Dita Von Teese, regina del burlesque, dal caso Morgan a Belen, entrambi profumati di scandalo, fino ai temi esistenziali più delicati, l'eutanasia, l'emarginazione dei gay, perfino le guerre, la fame nel mondo! 

E i cantanti, una volta al centro della manifestazione? Tra quelli pomposamente definiti big (a ciascuno, un rimborso spese di ben 48 mila euro) molti sono privi di appeal o stanchi e logori: dagli eterni Al Bano e Patty Pravo ad Anna Oxa e Luca Barbarossa, da Max Pezzali a Francesco Tricarico e Anna Tatangelo. Mentre gli altri, i giovani, nella categoria debuttanti, spinti da umano entusiasmo e inoculate illusioni, pur di farsi scegliere e promuovere a Sanremo sono pronti a sacrificare i risparmi loro, dei parenti, degli amici e le risorse degli sponsor (da 100 mila fino a, si mormora, mezzo milione di euro). Mentre i grandi cantanti, quelli affermati e prestigiosi, a Sanremo non vanno mai: non solo i leggendari Celentano e Mina, ma anche Ligabue, Ramazzotti, Laura Pausini, Rossi, Zero, Dalla, De Gregori, Baglioni, Milva, Conte... Non partecipare a Sanremo è uno status symbol! 

I veri big non vogliono confondersi con l'armata brancaleonide che si forma nei cinque giorni della competizione: un circo, grottesco e patetico, non solo di assistenti e addetti stampa, pierre, parrucchieri e sarti, ma anche questuanti e lacchè, maghi e maghe, intrallazzatori di ogni risma. In una mescolanza ibrida, degna di un piccolo e moderno inferno dantesco, si danno appuntamento mercanti, puttane, lenoni, affaristi di varia caratura, truffatori, vecchie glorie che non accettano l'oblio, autori e scribacchini, ragazzette spudorate, smidollati ambiziosi, trans smaniosi, pornodivi, facce di tolla disposte a tutto pur di trovare una foto con un autografo, autisti, guardie del corpo, smerciatori di coca e di eroina; e, ovviamente appresso a tutti, giornalisti, fotografi, radio e telecronisti, firme famose e rappresentanti delle testate più improbabili. 

Il Festival nacque un lunedì sera, il 29 gennaio 1951. Presentava Nunzio Filogamo: tre serate dal salone delle feste del casinò, per assistere il pubblico pagava 500 lire a biglietto, seduto ai tavolini del bar. Formula supereconomica: 20 canzoni, tutte affidate all'interpretazione di Nilla Pizzi, che vinse con Grazie dei fior, ad Achille Togliani e al duo Fasano. Certo, nessuno, quella sera, poteva immaginare che in pochi anni la minuscola rassegna, apparentemente senza pretese, sarebbe diventata il massimo evento della vita musicale italiana. Se il lussuoso budget televisivo è oggi di 18 milioni e mezzo, le cifre del business, strabilianti, vanno ben oltre: immenso è infatti l'indotto, tale da condizionare il lucro o il flop delle case discografiche e le carriere dei cantanti, con un giro di affari (tra radio, tv, diritti vari, tour, serate, edizioni) calcolato tra i 100 e i 150 milioni di euro. 

Sanremo divora e metabolizza tutto, niente è come sembra. Il chiasso per le canzoni e per la gara, gli antagonismi tra i divi, da qualche anno il crescente e morboso gusto per il gossip, i retroscena, le relazioni amorose, i capricci dei protagonisti, le polemiche sugli ascolti televisivi sommergono tutto ciò che altrove sarebbe pesantemente al centro di cronache nere e giudiziarie. L'episodio più tragico resta quello della morte misteriosa di Luigi Tenco, nell'edizione del 1969. In coppia con Dalida, Tenco proponeva Ciao, amore ciao, eliminata con 38 voti appena su 900. Dopo l'esibizione, Dalida trovò il cadavere di Tenco nella camera 219 dell'hotel Savoy. Versione frettolosamente ufficiale: suicidio con un colpo di pistola alla tempia. Eppure, dopo più di quarant'anni c'è chiè convinto, con validi indizi, che il cantautore sia stato ucciso. 

Un giornalista, Paolo Festuccia della Stampa, del tutto estraneo agli interessi che ruotano attorno al Festival nel mondo musicale, ha provato ad analizzare meticolosamente il reticolato di affari, il colossale business gestito da chi ha il privilegio di organizzare la manifestazione. E ha scoperto che, grazie a una curiosa attribuzione di potere di voto (e di veti) ai componenti dell'orchestra, non dovrebbe essere arduo prevedere e stabilire il percorso delle canzoni in gara (gli orchestrali, infatti, sono scelti dal direttore d'orchestra, scelto a sua volta dagli organizzatori). Non meno arbitrario appare, nel regolamento, il criterio di selezione dei cantanti per la categoria giovani, privo com'è di riconoscimenti oggettivi per il merito: tant'è che numerosi sono già gli esposti e le proteste per discutibili eliminazioni. 

Il retroscena è che il direttore di Raiuno, Mauro Mazza, ha deciso, di fatto, di affidare senza limiti l'organizzazione del Festival al cosiddetto direttore artistico Gianmarco Mazzi e a Lucio Presta. Mazzi non ha un curriculum illuminato da rilevanti successi: ha collaborato ad altri festival, ma ha vinto con Paolo Bonolis, una garanzia, e la straordinaria Antonella Clerici (anche se il mio giudizio può sembrare viziato dal fatto che anch'io curavo quelle edizioni, i risultati parlano chiaro)o floppato (con Giorgio Panariello, vedere intervista alla pagina seguente), a seconda della personalità, decisiva, del conduttore di turno. Discussa da sempre, poi, la decisione di affidarsi a una direzione artistica esterna, quando in Rai sono numerosi i dirigenti competenti, oppure, come suggerito ancora a dicembre da un consigliere di amministrazione, Antonio Verro, basterebbe affidarsi al prestigio di un personaggio super partes, per esempio Renzo Arbore. 

Pur privo di un ruolo ufficiale, Presta è il vero dominus nell'ombra: rappresenta il fior fiore di personaggi televisivi e sa bene come far pesare questo potere. A Sanremo e nei palinsesti. Nulla si muove senza la sua volontà e il suo consenso: ingaggi, conduttori, autori, cantanti, ospiti, strutture di lavoro. Mai, neanche autentici boss come Gianni Ravera (Forlani) e Adriano Aragozzini (De Mita), in passato godettero di un simile potere, nonostante il sostegno, all'epoca decisivo, dei leader della vecchia Dc. 

Come finirà? Intorno al caravanserraglio, alla vigilia è diffuso lo scetticismo. A cominciare dal Quirinale: Giorgio Napolitano (che avrebbe gradito ben altra celebrazione del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia) non ha risposto finora alle sollecitazioni a intervenire. Quanto agli ascolti, basteranno le chiacchiere, sia pur pruriginose, legate a Elisabetta Canalis e Belen,e ai loro fidanzati, George Clooney e Fabrizio Corona, per emulare lo straordinario successo di Antonella Clerici nel 2010? Gianni Morandi nel 1972 partecipò per la prima volta come cantante, 39 anni dopo torna come conduttore: perché ha accettato, come si dice in gergo, «di metterci la faccia?» Per un compenso, 800 mila euro, inferiore a quello di Bonolis, Baudo e Fazio? O per il business indotto? Risposta elementare: se vince, sarà una medaglia in più; se fa flop, non pagherà dazio, il suo vero mestiere è un altro. Intanto Lucio Presta, come un novello «Grande Gatsby», non porta più l'amata pistola, ma dal suo faraonico yacht impartisce ordini minuziosi. A Mazzi ha suggerito di pretendere un contratto biennale: non si sa mai. E su questo,e su altro, si è accesa la curiosità di chi non si lascia incantare dalla suggestione, sempre più démodé, del circo e delle canzonette. 

*Cesare Lanza è giornalista e autore televisivo. Ha curato fra gli altri tre Sanremo di grande successo: nel 2005 e 2009 con Paolo Bonolis e nel 2010 con Antonella Clerici. 


PANORAMA, 21-01-10  (leggi l'articolo su Panorama in pdf)

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