IL CUBO NERO DELLA COLPA DI DANIEL FERMANI

La compagnia teatrale italo argentina Los Toritos presenta il nuovo lavoro di Daniel Fermani al Seminteatro, Via G.B. CAIROLI (GARBATELLA) IL 28-29-30 OTTOBRE: IL CUBO NERO DELLA COLPA REGIA LAURA SALES CON LIDIA ANGELINI, MARTINA UBALDI, CHIARA BRUNI, ANDREA LUCERI, AURORA SALVUCCI, GIULIA FELLI, FEDERICA MASSARA, FRANCESCO BOLLA SINOSSI DELL'OPERA "IL CUBO NERO DELLA COLPA" Può la colpa diventare una dimensione estranea, separata dalla comune realtà, in cui le voci delle vittime sono le spine che lacerano senza sosta la pelle della coscienza?

Persone Francesco Bolla, Federica Massara, Giulia Felli, Aurora Salvucci, Andrea Luceri, Chiara Bruni, Martina Ubaldi, Lidia Angelini, Laura Sales Un, Daniel Fermani Mendoza, Socrate
Luoghi America del Sud, Argentina, Atene
Organizzazioni Los Toritos, Amnesty International
Argomenti criminalità, diritto penale, diritto, politica

17/ott/2011 19.08.40 laura sales Contatta l'autore

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La compagnia teatrale italo argentina Los Toritos presenta il nuovo lavoro di Daniel Fermani al Seminteatro, Via G.B. CAIROLI (GARBATELLA) IL 28-29-30 OTTOBRE: IL CUBO NERO DELLA COLPA

REGIA LAURA SALES

CON LIDIA ANGELINI, MARTINA UBALDI, CHIARA BRUNI, ANDREA LUCERI, AURORA SALVUCCI, GIULIA FELLI, FEDERICA MASSARA, FRANCESCO BOLLA

SINOSSI DELL’OPERA “IL CUBO NERO DELLA COLPA”

 

Può la colpa diventare una dimensione estranea, separata dalla comune realtà, in cui le voci delle vittime sono le spine che lacerano senza sosta la pelle della coscienza? Esiste forse un’altro mondo in cui la colpa prende corpo e circonda d’ombra la mente dell’assassino? In quale universo può sopravvivere un uomo che ha torturato, violentato, rubato i figli e ammazzato delle donne indifese? La colpa, come un cubo nero, stringe la mente e la stordisce con le voci delle vittime. Non un’ora di sonno può avere chi é rinchiuso tra le sue pareti d’ombra. Come Macbeth dopo aver tradito e ammazzato il re, i torturatori e gli assassini non possono più chiudere gli occhi, anche se la notte non finisce. In questa dimensione surreale, dove le pareti del buio sono impenetrabili, un uomo aspetta la sua condanna. Non sa che non esiste pena più grande che la coscienza, e si dibatte nella sua cecità contro quelle voci che tornano dal passato per fargli ricordare stupri ed omicidi. C’é soltanto un giudice nella storia dell’umanità, e quel giudice risponde all’appello delle donne morte: é il Tempo. Lui e’ l’unico capace di far si che l’oblio non celi la memoria e si possa compiere il riordinamento che le leggi universali della vita esigono.

“PERCHE’ SE E’ L’ANIMA, QUANDO E’ LEI, PROPRIO LEI, CI METTE IN MANO IL CIELO E CAMBIA PROSPETTIVA: DI NOI COSA PICCOLA E FINITA, FA COSA FORMIDABILE E INFINITA” …questo è ciò che rende possibile un finale roseo, una nuova prospettiva all’opera…un’opera in cui le donne sono solo voci della coscienza, dell’anima dell’uomo. Le donne, le voci della coscienza, dell’anima sembrano dire “NUD’ANIMA –COME DIRE- VOGLIO L’ANIMA E IL SUO MIDOLLO; QUANTO BASTA, QUANTO SERVE; CHE SOLLEVI L’UOMO DA SE STESSO E LO CONSOLI…”

 

All’origine della stesura dell’opera, la storia che io conosco da vicino, che ho vissuto; quella dell’Argentina; ma i crimini commessi quotidianamente dall’uomo in nome di un Potere avvengono su un territorio che non ha confini netti, ma si allarga a macchia d’olio sulla superficie della terra, colpendo una volta più a sud un’altra più ad est….

 

Esiste un paese verde e sconfinato nel Sudamerica che serba nella sua memoria storie d’orrore e ingiustizia senza paragone. Si chiama Argentina, e da essa arrivano queste voci, le voci che reclamano nell’oscurità per scongiurare l’oblio.

Nel 1976, un colpo militare organizzato per le forze della ultra destra appoggiate da interessi internazionali, rovesciarono il governo democratico e imposero la dittatura piú sanguinosa e crudele della storia del paese, e una delle piú orrende della storia di tutta l’umanitá. Un paese colto, di idee sempre piú avanzate, con una gioventú in gran parte universitaria, fu devastato a forza di torture e morte. Sette anni é durata questa ingiusta condanna, che lasció l’Argentina in uno stato terminale, economico, culturale e spirituale. Oggi l’Argentina si é rimessa in piede e ricostruisce la sua democrazia, é piena di artisti e di arte, ma é necessario, anzi, indispensabile, mantenere viva la memoria di tutto quanto perpetrarono i militari in quei sette anni, per appoggiare il lavoro valoroso delle Madres e delle Abuelas de la Plaza, e per onorare con la giustizia una storia che altrimenti diventerebbe un buco nero che minaccerá sempre il futuro del paese e del mondo.

Daniel Fermani

 

RIPENSANDO LA DITTATURA

 

Sono tante le conseguenze di una dittatura, ma forse si possono riassumere in una sola parola: impotenza. Perché la parola ingiustizia non basta ora che nel mondo muore ogni tre secondi un bambino di meno di cinque anni di malattie guaribili, o semplicemente di fame. Non si puó dimenticare la guerra, che strappa vite, case, cultura e dignitá a interi popoli il cui unico peccato é stato abitare un suolo pieno di richezze che altri ambizionano. Di fronte a questa realtá, la dittatura legalizza e naturalizza le peggiori ingiustizie, i crimini piú atroci, e lo fa sotto la bandiera della necessitá. Una necessitá che tra il 1976 e il 1983 in Argentina fece sparire trenta mila persone, tolse la libertá a altre migliaia, e a tutte torturó e umilió in modi impensabili.

 

L’esilio é stata soltanto una di quelle conseguenze, ma non la minore, perché il dolore di abbandonare casa e famiglia verso un destino incerto che strappava ogni possibilitá di sviluppo e realizzazione, ci rendeva a noi argentini profondamente infelici. Ricordiamo allora  Socrate che preferí bere il veleno prima di essere cacciato via di Atene, la sua cittá, la scuola dove insegnava a trovare la veritá. Come quel antico filosofo, migliaia di argentini preferirono bere ogni giorno il veleno di abitare un paese senza libertá, nel quale la veritá era proibita e poteva significare la morte.

 

Da quegli anni d’incubo, la mia scrittura in opere teatrali, romanzi e poesie, si é contaminata sempre con l’oscuritá che nella mia anima lasció la dittatura. Perché l’arte non si puó mai sotrarre dalla realtá, anche se nasce per trasformarla e allontanarsi di essa, divenuto una rara materia destinata a nutrire l’anima del mondo. E’ per lo scrittore una necessitá, e per il mondo un dovere, non dimenticare. Cosí sono nate tante opere in cui, attraverso gli anni, ho tentato di lavare la mia anima dalle ombre della dittatura. Col tempo ho compreso che quelle macchie non potevano sparire, ma che l’arte, e soprattuto il teatro, erano la medicina che avrei dovuto prendere tutto il resto della mia vita per sopportare tanto triste ricordo.

 

Il mio paese é ormai pieno di giovani, e quindi di speranza. Tante volte mi sono chiesto se era lecito ritornare nella stessa ferita, dinanzi alle nuove generazioni, giá nate e cresciute in democrazia. E’ stato allora che i grandi maestri della letteratura e dell’arte tutta sono venuti nel mio aiuto, ricordandomi con le loro opere che la memoria é l’unica radice sulla quale puó crescere l’albero della vita. Da questa riflessione é nata “Il cubo nero della colpa”, opera in cui ho fatto un patto col tempo, mettendo nelle sue mani non l’oblio, ma l’obbligo di vivere, che é in definitiva quel diritto che negava la dittatura, e che non soltanto gli argentini, ma tutti gli esseri umani dobbiamo diffendere ogni giorno.

 

La memoria quindi non sono lacrime, ma coscienza. E’ soltanto con la coscienza viva come si puó ricostruire la vita.

Daniel Fermani

Mendoza, 2011

Note di regia IL CUBO NERO DELLA COLPA

Di Laura Sales

Un uomo al centro dello spazio scenico; un uomo solo…solo con se stesso, con le proprie voci, i propri ricordi, le proprie complessità…

Un uomo in preda al panico e agli incubi…

Un uomo simbolo dell’umanità rinchiuso nel suo cubo nero; il cubo nero della colpa…

Della colpa per i crimini commessi in nome della sete di potere….

E sei donne, sei voci…eteree, bianche, quasi angeli, incorporee, incarnano il proprio labirinto viscerale, la propria anima nera..un’anima che non cerca salvezza ma è ferma al presente…un’anima dura dove la coscienza ed il riconoscimento della colpa non ha ancora trovato spazio. Le donne angeliche costruiscono intorno all’uomo uno spazio sacro dove trovano eco le voci di mille e mille morti innocenti. L’intervento del tempo, unico giudice altera e conduce alla conclusione e al capovolgimento di quello che può essere l’unica forma di giudizio possibile: vivere una seconda vita con un’inversione di segno

 

L’evento ha il patrocinio di Amnesty International e sostiene la compagnia “Io ho diritto alla vita”

 

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