Recensione libro "Tutta mio padre" di Rosa Matteucci, ed. Bompiani

19/ott/2010 12.06.54 4FOUR - www.fourzine.it Contatta l'autore

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Il ritratto di un’era di Rosa Matteucci

di Alice Ungaro

“E adesso, padre mio, che infine la tua Paura di morire è diventata il mio Coraggio di vivere, ho raccontato a tutti la tua storia”

Un viaggio picaresco e straziante a ritroso in un tempo perduto, alla ricerca di un’impossibile riscatto di una figura paterna speculare a quella dell’io narrante, il tutto mettendo in scena splendori e miserie di una decadenza familiare.
 

E’ questo e molto di più , il romanzo di Rosa Matteucci, coraggioso esemplare di tolstojana memoria, dedita al racconto di una storia tutt’altro che felice e, dunque, nuova. Pater et filia, uniti nel destino di reietti, che hanno perso tutto perché nulla hanno saputo conservare, eccetto il legame viscerale che trascende i difetti e le umane debolezze.
 

Così Rosa restituisce in queste pagine la memoria del padre inneggiandolo a eroe, come non lo era mai stato in vita, esattamente come Cervantes fece con Don Chisciotte e Sancho Panza, figure quanto mai accostabili a questi nobili blasonati e poveri in canna.
 

Tra loro e con loro, a condividerne sfortune e brutture, tutta una serie di personaggi corollari, dalla madre distante, malata e severa, alla bella amata/odiata sorella, le zie coi tic e le fisse, i nonni; e poi  servette e paesani, tutti assieme a rappresentare coi tratti grossi della caricatura, un ritratto veristico di una, o forse della storia italiana. 
 

A far da sfondo una Orvieto ignorante e cafona, che insegue ancora il sogno sonoro della nobiltà e quando essa non provvede al sostentamento di una famiglia, la incalza di insulti e iatture.
 

“In tutto quello che mi è toccato in sorte, visto che il Padreterno mi ha fatto lo scherzetto, in quel perfido disegno non c’era proprio nessun simbolo, né esempio pedagogico, né strumento di riscatto o salvezza, né possibilità di emancipazione da uno stato di ignoranza, né etica.
Non c’era neppure nutrimento spirituale, né elevazione dello stesso spirito verso il misticismo, c’era solo dolore e abiezione, annientamento e morte.
Da tutto quel male che ho patito, non è scaturita alcuna Verità”.

La cifra letteraria del romanzo è data da una scrittura barocca, colta, feroce e appassionata; che sublima con cinismo, ironia e distacco la condizione scellerata di “orfana con genitori viventi”. La Matteucci non risparmia il lettore di descrizioni puntuali degli splendori come del decadimento non solo economico ma soprattutto morale della sua stirpe, anzi forse è proprio in questi ultimi che indugia di più, con un accanimento quasi catartico, la volontà di riaffermare, ancora e per sempre, il suo diritto ad esserci nella buona e nella cattiva sorte.
 

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