Recensione Spettacolo Teatrofficina Zerogrammi e Simona Bertozzi al Teatro Palladium

Romaeuropa Festival presenta "Danza Nazionale Autoriale" Teatrofficina Zerogrammi e Simona Bertozzi al Teatro Palladium. di Lula Abicca Acronimo singolare e titolo accattivante, DNA contiene e cristallizza la ricerca attiva e diacronica di un festival quanto mai contemporaneo e lungimirante.

19/ott/2010 12.08.43 4FOUR - www.fourzine.it Contatta l'autore

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Qui ed Ora. Romaeuropa Festival presenta “Danza Nazionale Autoriale"
Teatrofficina Zerogrammi e Simona Bertozzi al Teatro Palladium.


di Lula Abicca

Acronimo singolare e titolo accattivante, DNA contiene e cristallizza la ricerca attiva e diacronica di un festival quanto mai contemporaneo e lungimirante. Il Romaeuropa Festival “25” , mobile specchio di un presente in corsa e affascinante vetrina di un’ arte in anticipo, conferma la sua natura e vocazione di promozione artistica e indagine culturale. E se l’ attimo storico di uno scenario economico impazzito impone sciagurati tagli agli investimenti e irrazionale redistribuzione delle risorse, il REF si rifiuta di ripiegare su semplicistici ridimensionamenti del programma o su ipocriti accorgimenti che ne assicurino la sopravvivenza a scapito della ricerca e della sperimentazione.
Soprattutto, il REF continua a credere e puntare sui giovani, sulla nuova danza contemporanea, sui coreografi emergenti, sui moderni linguaggi stilistici e sulla drammaturgia di un teatro in continua metamorfosi.

Apprezziamo e segnaliamo dunque l’ intelligente idea e l’ ottima realizzazione del progetto Danza Nazionale Autoriale che ha catalizzato per cinque giorni al Teatro Palladium di Roma (dal 12 al 15 Ottobre) l’ attenzione di tecnici, critici, appassionati e curiosi sui nuovi talenti coreografici italiani e sulle loro creazioni più recenti ed interessanti.

Fonte inesauribile di energia creativa, codice genetico identificativo di artisti in crescita, fondamentale tassello di vita per lo sviluppo e la sopravvivenza di un organismo millenario, la giovane danza contemporanea italiana ci stupisce e rigenera. Grazie anche ad una singolare formula di alternanza tra performance artistica e incontro con il pubblico, DNA sperimenta un percorso di svelamento e analisi dell’ invisibile atto creativo che precede le luci del palcoscenico; tentativo audace ma discreto di penetrare nell’ inaccessibile mondo segreto dell’ artista, nelle motivazioni intime, nel senso profondo e nell’ imprevedibilità del suo estro.

Il 14 Ottobre abbiamo assistito ad estratti di due lavori (prevedibilmente) diversi tra loro ma ugualmente interessanti e nuovi. Aprono la scena gli abili, a tratti geniali, danzatori-attori del Teatrofficina Zerogrammi, Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea. Compagnia dal nome stravagante che riconduce al desiderio di calviniana leggerezza e ad un senso di ragionata levità che intuitivamente conosce il fondo delle cose e trascende il limite dell’ estraneità dell’ oggetto, Zerogrammi incanta, diverte e convince. Diplomati presso la Civica Scuola d’ Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, danzatori professionisti e reduci da collaborazioni importanti con artisti affermati (Monica Casadei, Susanna Beltrami, Ismael Ivo), i giovani coreografi di origine pugliese percorrono dal 2006 un personale e originale cammino di ricerca stilistica, drammaturgica e teatrale che non ha tardato a rivelarsi di straordinaria efficacia, freschezza e intelligenza. Già vincitori del Primo Premio di Coreografia al Festival Oriente Occidente 2008 e Premio Miglior Spettacolo al Festival Giocateatro 2009, approdano al REF con un estratto di “INRI” .

Seconda produzione del duo, presentata e sostenuta dal Centro Coreografico Torinese la Piattaforma, INRI mostra i ritmi cadenzati e definiti di riti e preghiere tra i colori scuri e opachi e le luci fioche e disperse di chiese e case dagli odori insistenti e incensati d’ agrumi. Mazzotta e Sciannamea descrivono in maniera ironica, apparentemente paradossale eppur verosimile, la religiosità nevrotica e schizofrenica di due donne ricurve, goffe, insofferenti e profondamente scisse tra spirito e corpo, sensualità e santità. Donne che cercano nelle quattro mura di un palcoscenico-chiesa uno scudo sicuro contro il peccato in agguato, una mondatura d’ animo di preventiva efficacia, un’ improbabile ascesa verso sante intenzioni e verso un Dio raffigurato che sembra tangibile e vicino. Una religiosità ambigua, contaminata da ritualità arcaiche e superstizioni secolari che ha il sapore di un Meridione antico e teatrale. “E’ la religione che abbiamo respirato per anni, quella delle nostre nonne, quella di un Cristo portato in casa per capelli” suggerisce Stefano Mazzotta. “Il Sacro entra nel Profano e vi si mescola creando un’ ambivalenza evidente tra vita di ogni giorno, religione e riti antichi” conferma Emanuele Sciannamea. All’ accurata drammaturgia si aggiunge l’ indiscutibile bravura dei due danzatori che alternano con sapiente abilità scene di esilarante comicità, spazi di gestualità stabilita e ripetuta e sezioni di coreografica interazione.Il risultato è uno spettacolo coinvolgente e denso di dinamiche originali e imprevedibili traiettorie imposte dagli oggetti di scena sparsi e dagli studiati giochi di luce (curati da Chiara Guglielmi).

Lavoro esteticamente attraente per la coerenza di uno stile definito, lineare, diretto e profondamente personale, “ALEA (iacta est)” di Simona Bertozzi conferma la ricerca incessante e ininterrotta di un’ artista attenta e originale. Il tema apparentemente complesso e difficilmente rappresentabile si snoda e discioglie in una coreografia che ne pedina in modo maniacale il senso e ne marca visibilmente la direzione. Già apprezzata interprete dei lavori di Virgilio Sieni e autonoma creatrice delle sue danze dal 2004, vincitrice del concorso GD’ A 2006-07, finalista al Premio Equilibrio presso l’ Auditorium di Roma nel 2008, Bertozzi arriva a DNA grazie a B Motion Danza/Operaestate Festival Veneto.

Terzo capitolo del progetto in quattro parti “HomoLudens” , “ ALEA” è uno studio sul gioco ispirato ad una delle categorie stabilite dal sociologo francese Roger Caillois. Attività libera, limitata nel tempo e nello spazio, consapevolmente fittizia e definita da regole trasparenti e note che sospendono l’ ordinario, l’ esperienza ludica si differenzia a seconda della presenza di alcuni elementi o predisposizioni come competizione (agon), fortuna (alea), simulacro (mimicry) e vertigine (ilinx). La stessa Bertozzi e il danzatore Manfredi Perego disegnano e sperimentano in scena la casualità, la superstizione, la sospensione del tempo reale, l’ imprevedibilità di una mossa sbagliata e la novità di un’ interazione insolita e incalcolabile. All’ interno di un sistema apparentemente fisso e stabile di regole incombenti e rigide, i giocatori vivono la loro esperienza di agenti liberi e arbitri unici all’ interno di una contrapposizione costante tra la legge di linearità della direzione prevista e il curvilineo tragitto della casualità inaspettata, tra il peso immobile di un solido spigoloso e la leggerezza plastica di una materia viva. Suggestivo e illuminante, l’incontro performativo a cura di Stefano Tomassini, ci ha consentito una visione del lavoro di Bertozzi ancor più approfondita e interessante. Precisa, chiara e animata da spirito indagatore e perfezionista, la coreografa bolognese è riuscita a spiegare il senso e la dinamica della sua creazione svelandone la strutturata impalcatura d’ origine e la geniale deviazione e sovrapposizione dei percorsi gestuali possibili.

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