RECENSIONE DELL' APOXIOMENOS DI FRANCIONE

Apoxiomenos (L'atleta di Lussino) di Gennaro Francione ci porta al mito narrato nei Misteri di Eleusi, ad una vicenda metastorica avvenuta in un tempo fuori dal tempo.

02/mar/2007 20.49.00 Andrej Contatta l'autore

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                     Estasi nell’antimito drammaturgico di Koroibos

 

La profondità intellettuale e la forza pedagogica del teatro, inteso come creazione e successiva rappresentazione, risulta spesso riservata alla sensibilità intellettuale di pochi. Del pari, i Mysteria  narrati nell’antica Grecia, e rievocati nell’opera rappresentata al Piccolo Teatro di Caserta il 25 febbraio c.a., sono segreti la cui profondità e natura risulta inaccessibile alla maggioranza degli uomini, e suggeriscono il richiamo all’esoterismo inteso quale iniziazione a nuova vita interiore.

Apoxiomenos  (L’atleta di Lussino) di Gennaro Francione ci porta al mito narrato nei Misteri di Eleusi, ad una vicenda metastorica avvenuta in un tempo fuori dal tempo.

Koroibos, l’atleta di Lussino, ritrova nuova vita con l’aiuto del poeta Pittaco,  suo amante e maestro spirituale, depositario dei segreti connessi al mito di Demetra e preparatore dell’ergon, sostanza magica e misteriosa che favorisce la vittoria del campione nei giochi olimpici.

Il legame tra Koroibos  e il mito emerge dai numerosi richiami alla sua precedente vita spirituale, una vita semplice, a stretto contatto con la natura incontaminata dell’isola di Lussino, in cui il pubere  viveva in compagnia della madre Callipatera.

L’ambizione ed il desiderio di rivalsa sociale dell’atleta, unitamente alla spinta emotiva del poeta suo amante, portano inevitabilmente Koroibos alla dipendenza dall’ergon, la sostanza dopante assunta per vincere i giochi, capovolgendo vieppiù completamente il senso del mito e della iniziazione stessa.

Emerge con estrema chiarezza la volontà di autore e regista di creare un profondo contrasto tra la classicità accademica del protagonista Koroibos e l’alea squisitamente grottesca degli altri due personaggi in scena, Pittaco il poeta e Callipatera, la madre dell’atleta.

La sofferenza e la follia borderline di Koroibos, reso elegantemente dall’interprete Giuseppe Alagna, ci riportano nell’antica città di Eleusi ed al risveglio dalla vita campestre diretto al totale godimento di fama e successo di pubblico. Lo sguardo spento e agghiacciante dell’atleta ne ripercorre le tappe del cammino interiore verso la gloria data dalla vittoria nei giochi olimpici, ma svela altresì il dolore e il delirio di onnipotenza che lo rendono un uomo misero, servo del pubblico, soggiogato dall’influenza intimidatoria esercitata dall’amante Pittaco.

Questa figura, impersonata da Sandro Scarpelli, va a smussare l’aria bucolica sprigionata da Koroibos mediante il ricorso all’ingegno scenico della regia di Filippo Bubbico che conferisce notevole modernità al personaggio: un essere lascivo, un satiro che rappresenta la fertilità e la forza della natura connesse al culto Dionisiaco, che scende in scena munito di occhiali da vista(rompendo così la Quinta Parete, il Tempo), quasi a voler nascondere lo sguardo spento e indifferente verso la sofferenza emotiva di Koroibos, la cui vita ha contribuito a distruggere. Il distacco amorevole, l’aiuto demolitore, l’amore interessato sono elementi caratterizzanti la figura del poeta che sottilmente si fa scherno dell’amante Koroibos inculcando paradossalmente in lui la necessità e l’urgenza della vittoria, l’agonismo come  rimedio contro la corruzione. Figura ironica, ma mostruosa per l’assurda contraddizione che crea il suo essere  intellettivamente superiore, rispetto all’armonia tra anima, corpo e mente che il mito stesso richiede, ma che egli contribuisce ad annichilire.

Decisamente interessante il ruolo di  Callipatera, madre di Koroibos, donna fiera e coraggiosa, decisamente moderna nello slancio emotivo diretto a salvare il figlio dalla smania di successo, e legata alla raffigurazione del teatro tradizionale mediante l’utilizzazione di un interprete maschile. Simbolo di razionalità e giustizia, Callipatera è impersonata alla maniera antica eppur così moderna, dal maschio regista Bubbico. Questa figura sanguigna fornisce il contrasto deliziosamente  caricaturale in cui l’amore materno lotta armato della lealtà e della correttezza etica e sociale per salvare l’anima del figlio dalla devastazione cui va incontro, a costo di annientarne il corpo.

La salute del corpo e dell’anima, strettamente connesse, nella mentalità degli antichi, al tutto unitario degli elementi costitutivi dell’essere umano, è il tema principale dell’opera, decisamente classicheggiante nei toni espressi nel testo, strepitosamente adattata al mondo attuale ed ai limiti dell’egoismo terreno nella sua rappresentazione scenica.

I Misteri greci nei loro voli purificatori verso l’aldilà contrastano, in chiave squisitamente grottesca, con la visione dell’Uomo odierno, incessantemente proteso verso l’accumulo di denaro e ricchezza ed alla soddisfazione di bisogni artificiali.

La dimensione della morte e la sua rimozione ingannano Koroibos circa il significato della vita e la sua prosecuzione, opponendosi alla realizzazione dei suoi sogni e guidandone la volontà verso falsi obiettivi. Intesa la dannosità fisica e interiore della strada imboccata, Koroibos si appella all’amante Pittaco affinché, perduto il corpo, almeno l’anima sia redenta.

            La potenza pedagogica del teatro assume in quest’opera solidità e vitalità trasmettendo il senso distruttivo connesso all’assunzione di sostanze stupefacenti ed illustrandone numerose sfaccettature, dall’annientamento della persona fisica alla dissacrazione degli affetti e dei sogni, dal soggiogamento dei sensi alla spersonalizzazione totale, dall’angoscia mentale al vizio dell’anima.

L’opera suggerisce la redenzione, intesa quale liberazione,  come massima aspirazione per chi è intrappolato nell’illusorio piacere della droga e del successo esteriore, rievocando la consapevolezza della nostra impermanenza nel mondo attraverso il richiamo ai Misteri di Eleusi ed alla creatività quale mezzo per fondare un mondo più limpido e intellettivamente degno.

 

                        La Dama Rossa

 

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