CASA DELLE CULTURE DI ROMA
16/17 MAGGIO 2008
LA BOTTEGA DEL SEGNO
presenta COLLAGE MAJAKOVSKIJ-ESENIN
"LA RAUCA GOLA DEL CUORE" COLLAGE-MAJAKOVSKIJ
Drammaturgia e regia Daniele Bernardi d
all'opera poetica di Vladimir MajakovskijSTUDIO PER "LA BUFERA È IL MIO VIOLINO" COLLAGE-ESENIN
Drammaturgia e regia Daniele Bernardi
dall'opera poetica di Sergej Esenincon Daniele Bernardi
Costumi Daniele Bernardi
Assistente alla regia Ermelinda Bonifacio
LA RAUCA GOLA DEL CUORE
Il 14 aprile 1929 il poeta Vladimir Majakovskij si toglie la vita con un colpo di rivoltella. Autore di indimenticabili liriche e
scritti teatrali ( tra cui La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre e La cimice ) si spegne tragicamente il portavoce della
rivoluzione russa. Come tanti prima e dopo di lui s’inserisce così nella “schiera delle leggende giovani”. Gesto
premeditato, messo più volte per iscritto, tentato già in occasioni precedenti sia con la parola che con i fatti.
"La rauca gola del cuore" è un percorso di azioni e suoni nella poesia del grande russo, si tratta di una scelta di brani
concatenati l'uno all'altro che vanno a toccare i temi fondamentali della vita dell'autore: Dio, il potere, la storia, l'amore e
la morte. Alternando una recitazione grottesca con una più intima, il lavoro è fortemente improntato sulla fisicità, la
dinamica assoluta della parola accompagnata a quella del corpo.
STUDIO PER "LA BUFERA È IL MIO VIOLINO”
“La bufera è il mio violino” è un viaggio all’interno di quella gelida notte che è la poesia di Esenin, grande poeta russo
degli anni della rivoluzione. La sua vita, cominciata in un mondo contadino a dir poco medievale, è stata caratterizzata
da una profonda incapacità d’inserimento sociale ed artistico all’interno di quel vortice che fu la rivoluzione. La sua morte
terribile (si tagliò le vene e dopo aver scritto il suo ultimo testo poetico col sangue s’impicco al tubo della stufa) è uno dei
tanti emblemi tragici della Russia del ventesimo secolo. Le tematiche dei suoi scritti volgono costantemente all’infanzia e
alla terra natale, al ricordo in quanto perdita irrecuperabile e all’annientamento di sé. Il fattore politico è assolutamente
amaro, il dialogo col potere non ha nemmeno luogo, ci sono solo constatazioni rassegnate di fronte ad un mondo che se
ne va.
Una scena spoglia, brandelli di fango come vestiti, resti d’un mondo arcaico al tramonto, e l’unico oggetto con cui
interloquire/interagire un sasso. Centro del linguaggio teatrale, il corpo. Un corpo che si costringe su se stesso, come un
pensiero-chiocciola o un disegno sulla terra. E attorno ad esso la parola, simile ad una nevicata, ad un vento che si
cristallizza in immagini lievi, dolorose e malinconiche.
Ore 21,30 - Intero 10,00 ridotto 8,00 gruppi 6,00