A che servono questi quattrini Claudio Lardo

15/ott/2009 13.31.32 Olga Chieffi Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

 

Claudio Lardo e il Socrate immaginario
Grande successo per lo spettacolo “A che servono questi quattrini” primo titolo del nuovo cartellone del teatro Arbostella, in scena sino al 25 ottobre
 
“ Di quell’uomo che rifaceva Socrate (del “Socrate immaginario” di Lorenzi) Edoardo non ha la follia ridicola: ha solo una dolce mania, una comica saggezza: e, come quel suo predecessore, sceglie, per discepoli, omicciuoli sempliciotti, ignorantoni stupefatti, che egli affascina e intontisce con un massimario pseudo-filosofico”. Così scriveva Renato Simoni dalle colonne del Corriere della Sera, dopo la prima di “A che servono questi quattrini” di Armando Curcio al teatro Quirino di Roma nel 1940, con protagonista Eduardo De Filippo. E sì quel marchese Parascandolo non aveva nulla a che fare con il Don Tammaro Promontorio personaggio principale della felice opera di Paisiello, poiché attraverso il suono della parola, il suo gesto, il suo volto diveniva simbolo del dubbio, del doppio, del bianco e del nero. Si è chiuso domenica sera il week-end inaugurale del cartellone del teatro Arbostella che ha inteso aprire con “A che servono questi quattrini”, interpretata dalla compagnia di “casa” l’associazione culturale “Teatro Comico Salernitano” che ha ospitato quale special guest Claudio Lardo. L’attore salernitano ha offerto la sua voce ben impostata ad Eduardo Parascandolo, il professore, il marchese-filosofo, un moderno Socrate che passeggia per le strade di Napoli portandosi appresso il suo codazzo di discepoli (“Tutto quello che so è questo: che non so niente. Ma è già qualcosa. Ci sta tanta gente ce non sa neanche questo”): cerca di educare allo stoicismo, all’indifferenza assoluta, al prendersele senza reagire, al disprezzo del denaro (“Il denaro è la rovina dell’umanità è una malattia”) e del lavoro (“C’è gente che lavora tutta una vita per riposare a settant’anni. Io ho un sistema diverso; riposo quaranta-cinquant’anni e a settant’anni, se sarà il caso, forse allora lavoro”). Fra discepoli di Don Eduardo, il più disponibile è il mite Vincenzino, affidato alla vis comica di Giovanni Bonelli, tornitore senza studi superiori e nemmeno inferiori, che fa sua in men che non si dica la filosofia de marchese, mettendosi senza tropa fatica a non lavorare (sebbene la zia – una convincente Maria Di Domenico - che deve mandare avanti la casa, sembri decisamente refrattaria a questo tipo di sapere filosofico). E’ uno stupido non del tutto stupido, anche lui in fondo con una sua ambiguità: si sforza senza troppi problemi di assorbire gli insegnamenti che gli fanno comodo ma è decisamente impermeabile agli altri; e quando Eduardo cerca di spiegargli che avere perduto 25.000 lire è per lui una fortuna, ecco che le sue capacità di apprendimento sembrano improvvisamente azzerate. “Non m’importa, non i passa manco per la capa” cerca di ripetersi davanti a ogni specchio che incontra, ma con le lacrime agli occhi. La provvidenziale ambiguità della commedia è che il professore usa il proprio disprezzo verso il denaro proprio per fare denaro; e che l’apprendista Vincenzino riesce a trarre dagli insegnamenti del maestro soltanto quello che in fondo sa già. Nel finale si dovrebbe essere quasi portati a credere che il professore sia un fanfarone, che si sia voluto prender gioco della povera gente che credeva in lui. E invece viene fuor che lui è in definitiva, il personaggio più coerente; così coerente, in fondo, da sembrarci persino poco credibile. Vincenzino è diventato, grazie all’eredità immaginaria, una sorta di dirigente, quasi un moderno “yuppie” (direttore amministrativo di un grande pastificio in crisi di proprietà di Ferdinando de Rosa, i cui panni sono stati mirabilmente vestiti da Salvatore Paolella). La commedia si chiude con il grande monologo del professore, che ha scelto la povertà : “Non parlarmi di denaro, Michele: se ne parla fin troppo. Tutta questa gente, tutta questa umanità che corre, smania, suda, salta in tram, fa la coda dietro agli sportelli, fa i capelli bianchi per il denaro…Come se dovesse campare eternamente…E, invece, siamo tutti condannati a morte. Te lo immagini un condannato a morte che conta biglietti da mille!? Per il denaro dimenticano le cose vere che ha la vita, la campagna il mare un cielo pieno di stelle….Ma il denaro, ricordalo bene, non serve a niente, e non ha dato mai la felicità a nessuno…”. Tutto molto bello, molto vero, ma anche molto retorico e inapplicabile, nonostante a grandezza e la forza di penetrazione che deve possedere colui il quale interpreta il professore. E allora ecco l’anticlimax, ecco che il sipario si chiude con Vincenzino che risponde alle ultime parole di Parascandolo, come una maliziosa correzione di campo alla Lubitsch, :” A nessuno; specialmente quando è poco”, un punto interrogativo che qualcuno potrà anche intendere come punto esclamativo o come degli infiniti puntini sospensivi. Il regista Gino Esposito concordando con una interpretazione del Parascandolo, interamente in bianco e, per scelta, un po’ monocorde, con il personaggio che ha imposto per tutti i tre atti il suo essere marchese e colto,  ha, forse, privato il pubblico di quel fascino del dubbio che è quello di un’opera umoristica-filosofica, che riesce a porsi tra Pirandello e Rohmer. Se anche c’è qualche verbosità di troppo, si tratta di spicchi di saggezza, non di chiacchiere a vanvera; e la morale viene suggerita, ma non imposta, sfumata anzi, da un finale aperto, bianco e nero tra utopia e realtà. Così il sottoproletariato “ignorante” appartenente a un popolo che può vantare “patenti nobiliari”, ma che non ha conosciuto neppure l’emancipazione borghese, riesce a configurarsi i rapporti sociali soltanto in termini feudali. Per un gioco di prestigio compensatorio, la sua diversità-inferiorità reale si trasforma in una diversità-superiorità onirica. Il rapporto reciproco fra “paradosso” e “quotidianità” deve apparire basato su di un’ambivalenza nella quale gli opposti si legano dialetticamente. Alla rilettura di Gino Esposito è mancato quel “gioco” ad elastico in cui i confini fra illusione e realtà sono costantemente violati, ma per essere ripristinati in un movimento incessante di contrapposizione e di fusione. Applausi per tutti, si replica sino al 25 ottobre.
Olga Chieffi
 
blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl