UN INEDITO DONATELLO A ROMA

15/giu/2005 14.09.47 Novella Mirri Contatta l'autore

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Un inedito Donatello a Roma
Giornata di Studi
Palazzo Venezia, Sala degli Altoviti
Roma, 15 giugno 2005, ore 10


Introduzione ai lavori: Claudio Strinati, Soprintendente per il Polo Museale Romano
Presentazione dell'opera: Giancarlo Gentilini, Università di Perugia
Marco Pizzo, Museo del Risorgimento di Roma
Coordinatore del dibattito: Antonio Paolucci, Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino


L'iniziativa ha lo scopo di far conoscere alla comunità scientifica un importante rilievo marmoreo di proprietà privata, inedito e sino ad oggi noto solo a
pochi specialisti, raffigurante la Madonna fra tredici cherubini in atto di porgere due corone (cm.126,5x74,5), presentando i primi significativi risultati
di ricerche in atto ormai da anni, che ci consentono ora, su basi documentarie, di ricondurre l'opera ad una grande lunetta raffigurante la Triplice
incoronazione di Caterina da Siena, facente parte del monumento sepolcrale eretto intorno al 1430 in Santa Maria sopra Minerva (poi smembrato nel
1573/79), e di argomentarne con fondamenti storici la paternità donatelliana.

Il marmo proviene dall'antica tenuta Saccoccia nei pressi di Mentana, dove fu visto e riconosciuto come opera di Donatello da Federico Zeri nei primi
anni Novanta. In seguito è stato esaminato da diversi studiosi che variamente ne hanno evidenziato il carattere donatelliano, rimanendo peraltro
oscuro il significato iconografico delle due corone e la destinazione originaria del marmo. Questi interrogativi sono stati risolti grazie ad un documento
cinquecentesco pubblicato nel 1766 da Giovanni Bottari, segnalato da Francesco Caglioti con un corretto riferimento al marmo in questione.
Si tratta di una lettera del 28 aprile 1592 inviata a Baccio Valori, celebre letterato fiorentino e collezionista di opere donatelliane, dal suo agente
romano Marcantonio Dovizi, in cui si proponeva l'acquisto di un nucleo di marmi provenienti da un monumento cateriniano, stimati "cento scudi", tra i
quali spiccava una lunetta con "figure di bassorilievo di Donatello" raffigurante "s. Caterina, che sta devota inginocchione con le mani giunte. Dalla
banda destra di lei la Madonna, che con una mano tiene alzata una corona per metterle in testa, e con l'altra mano un'altra corona tiene sopra il petto.
Dalle sinistra N. S. Gesù Cristo, il quale le porge la palma della mano destra aperta, e con la sinistra tien pure una corona sopra il suo petto; e intorno
a queste tre figure sono circa 18 Cherubini". Per quest'opera si chiedevano ben "sessanta scudi". La descrizione della Madonna che costituiva una
parte della lunetta coincide esattamente con il bassorilievo che si presenta in questa iniziativa così come le misure indicate nella lettera ("circa cinque
palmi").
I marmi dovevano provenire dalla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, nella cui cappella Capranica esisteva sin dalla fine del Trecento il sepolcro di
Caterina da Siena, radicalmente modificato per volontà del fiorentino Sant'Antonino Pierozzi, allora priore della Minerva, intorno al 1430, e
ulteriormente arricchito dopo la canonizzazione di Caterina, tra il 1461 e il 1466, dal cardinale Angelo Capranica. Questo complesso monumentale
venne quasi completamente demolito nel 1573/79; nella chiesa rimane oggi la sola figura giacente della "Beata Caterina", riferibile al monumento del
1430, posta sopra un sarcofago aggiunto nel 1461.
La lunetta con l'Incoronazione di Caterina apparteneva verosimilmente al sepolcro del 1430, dove la testa della figura giacente appare di qualità
particolarmente elevata e di cultura donatelliana, come già riscontrato dalla critica. La paternità donatelliana del bassorilievo, espressa nel documento
e confermata dall'indagine stilistica, coincide perfettamente con le date del soggiorno romano di Donatello, attestato nell'Urbe sin dal 1430 e con
maggiore continuità tra il 1432 e il 1433. L'esecuzione di questo monumento giustificherebbe inoltre la sua lunga assenza dal cantiere di Prato,
lamentata dai committenti attraverso lo stesso Cosimo de' Medici, integrando l'attività romana dello scultore, che comprende il tabernacolo del
Sacramento in San Pietro e la lastra tombale di Giovanni Crivelli nell'Aracoeli.
L'opera costituisce un'importante acquisizione per ricostruire un momento particolarmente significativo dell'attività di Donatello e rappresenta allo
stesso tempo una testimonianza fondamentale per la genesi dell'arte romana del primo Rinascimento.




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Roma, 15 giugno 2005








Lettera di Marco Antonio Dovizio al signor cavalier Baccio Valori
datata Roma, 28 aprile 1592
(pubblicata da Giovanni Bottari, Raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura, Roma 1766).


Tornai a rivedere, e considerare meglio quelle figure di bassorilievo di Donatello; e con l'informazione del padrone di esse trovai che la figura di mezzo
è s. Caterina da Siena, che sta devota inginocchione con le mani giunte. Dalla banda destra di lei la Madonna, che con una mano tiene alzata una
corona per metterle in testa, e con l'altra mano un'altra corona tiene sopra il petto. Dalla sinistra N. S. Gesù Cristo, il quale le porge la palma della
mano destra aperta, e con la sinistra tien pure una corona sopra 'l suo petto; e intorno a queste tre figure sono circa a 18 Cherubini. L'altezza delle due
figure, che sono dalle bande, è circa cinque palmi, e di quelle di mezzo quattro. Il quadro inarcato, dove sono scolpite dette figure da tener sopra un
altare, è largo otto palmi, e alto sei e mezzo in circa. Vi sono poi a parte tre quadretti, con figure quasi di tutto rilievo, nell'un de' quali è pur s. Caterina
da Siena, nell'altro s. Domenico, e nel terzo s. Michel Arcangelo, alti circa due palmi e mezzo. Appresso son pure a parte due Angioli grandi, alti
quattro palmi e mezzo. Di più altri Angeli che stanno in atto di tener lumi, alti due palmi e mezzo; tutti di mano di detto Donatello. La spesa di queste
figure tutte, per la domanda che ne fa il padrone, che le ha in casa, sarebbe cento scudi; e del quadro solo grande inarcato come sopra, scudi sessanta;
ma l'eccellente sig. Fulvio crede che tutti si avrebbono per 50, ovvero 60 scudi al più. Il medesimo padrone ha ancor in casa un vaso ovato di bel
marmo giallo mischio, lungo sei palmi e largo circa a tre, col piede di marmo arabesco nero; e ne domanda scudi sessanta; il che sia a V. S. per avviso
suo, o d'altri che n'avesse voglia.
Di nuovo Indice di libri proibiti non ho ancor notizia. Di libri sacri che ora si stampano in Vaticano, è la sacra Bibbia, nuovamente corretta e riformata
dopo quella che si stampò, e poi si soppresse per alcun mancamento alla morte di PP. Sisto f. m., e tutte le opere di s. Bonaventura. Alli concili ancora
greci e latini, da stamparsi, i quali io vo rivedendo per il confronto del greco e latino insieme, si darà principio, piacendo a Dio, questa state, piacendo
molto a sua Santità che questa util opera si adempisca e conduca a fine, come si farà con la Dio grazia. E di quanto seguirà, terrò di mano in mano
avvisata V. S. secondo il suo desiderio, restando in tanto con baciarle di tutto cuore le mani, come fa anche il sig. Fulvio tutto suo, col quale mi trovo
spesso con molto mio contento. E nostro Signore Dio la feliciti sempre.


Roma, 28 aprile 1592

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