VERSO ZENIT. Roberta Filippelli Gianni Nieddu Enrico Pir

Il suo profilo si staglia con evidenza su uno sfondo blu, quasi immateriale, un blu che ricorre nell'opera di Roberta, un richiamo a quella trascendenza di cui l'arte, in senso ampio, si fa portavoce.

12/mag/2011 10.59.34 Requiem Terrae - Inés Fontenla Contatta l'autore

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VERSOZENIT  a cura di Daniela Cotimbo


Enrico Piras - Cowboys don't cry


Roberta Filippelli   Gianni Nieddu   Enrico Piras


dal  28  maggio  al  7  giugno  2011
 
vernissage:  28 maggio ore 19.30
 
orari: tutti i giorni dalle 18.30 alle 21.00
 
 
blublauerspazioarte
via morandi, 4 07041 Alghero   t. +39 339843208   e-mail blublauer@gmail.com

Evento promosso da: BluBlau Associazione Culturale, Azienda Agricola Antonella Ledà d’Ittiri, Società Umanitaria centro servizi culturali Alghero, Cafe Latino wine cocktails and food bar, Altro Mercato commercio equo e solidale.
 
Concepita come una tripla personale, Verso Zenit mette insieme le ultime esperienze di tre artisti la cui ricerca, pur nella manifesta diversità di forme e procedimenti, sembra accomunata da un ultimo intento, la ricerca di un altrove come luogo di convergenza degli infiniti itinerari possibili.

Roberta Filippelli (1967) espone la serie fotografica Lavinia è Monica; un’indagine fisionomica che partendo dai tratti caratteristici del suo personaggio, Lavinia, cerca di rintracciarne i presupposti umani, quelli che sembrano invece caratterizzare Monica. Lavinia e Monica dunque, come si evince dal titolo, sono la stessa persona e tuttavia noi ne riceviamo sensazioni differenti. L’artista esaspera questa diversità attraverso il trattamento dell’immagine. Nella foto che la ritrae di profilo, la protagonista appare avvolta in un aura pittorica; ricorda, per i suoi accentuati tratti somatici, il celeberrimo doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero della Francesca. Il suo profilo si staglia con evidenza su uno sfondo blu, quasi immateriale, un blu che ricorre nell’opera di Roberta, un richiamo a quella trascendenza di cui l’arte, in senso ampio, si fa portavoce. La seconda fotografia ritrae invece Monica/Lavinia frontalmente, come congelata in un’espressione grottesca ed enigmatica, guarda fissa di fronte all’osservatore come a volerlo interrogare. Il suo vestito velato lascia intravedere i particolari dei seni. L’immagine ci dice, attraverso le sue sottigliezze, molto di più riguardo a Monica, la donna Monica, il suo vissuto, la sua storia. Ma chi è allora il personaggio ritratto? Si tratta di un ritratto di genere, dell’indagine su un individuo o piuttosto di proiettare la propria visione soggettiva, quella dell’artista prima, quella dell’osservatore poi, di cogliere tratti simili nella diversità, di arrivare all’essenza di questo viso così espressivo? Probabilmente può trattarsi di tutte e tre queste cose messe insieme, qui Roberta ci mostra, come in precedenza aveva fatto con altri lavori, la possibilità di proiettarsi al di fuori di sé, in quello spazio intermedio di messa a fuoco dove si intersecano le soggettività, in un gioco che continua a rinnovarsi e che non si esaurisce mai una volta per tutte.
Roberta Filippelli nasce ad Alghero nel 1967 dove vive e lavora. Artista multimediale, passa con disinvoltura da opere di grandi dimensioni (2005 “blau step medusa”, 2003 ”splaash vibrating waves”, per l’Aeroporto di Alghero), alla fotografia (2009 scatti di routine, a cura di Daniela Cotimbo, Villa Maria Pia, Alghero; 2008 umido sacchetto, a cura di Manuela Gandini, blublauerspazioarte, Alghero) all’illustrazione (2006 dialosien siresien, a cura di Valerio Dehò, blublauerspazioarte, Alghero). Dal 2000 anima blublauerspazioarte ad Alghero.
 
 
Gianni Nieddu (1957) ci presenta invece una serie di dipinti intitolata Gesti. In essa, vari elementi, che si tratti di sagome dalle connotazioni umane o segni di carattere più astratto, interagiscono direttamente con lo spazio della superficie pittorica di cui appaiono diretta conseguenza; immersi nella tela bianca, questi elementi sono connotati da una tensione che li protrae al di là dello spazio della rappresentazione. Sono per lo più dei segni lineari (realizzati con lapis, colore o con il bianchetto) tesi verso l’esterno della tela, spesso in opposizione con forme concluse e limitanti. Le sagome umane, ridotte a mera stilizzazione grafica, manifestano le conseguenze di un’umanità alle prese con la perdita di ogni ragione individuale, soggetti esistenziali di una ricerca collettiva. Tale natura condivisa, si manifesta particolarmente in alcune opere della serie dove questi agglomerati umani sembrano affannarsi in un moto convulso, senza però aver ben chiare le coordinate verso cui orientarsi, muovendosi in direzioni anche contrastanti ma pur sempre caratterizzate dalla stessa affannosa ricerca, da gesti e attitudini simili. Il tema del viaggio verso un altrove psicogeografico è rimarcato da elementi quali i palloncini che sfuggono verso l’alto o la barchetta nera che viaggia lungo una direttrice piatta, incapace di orientarsi nel mare delle possibilità. Tutti questi universi si affacciano nell’opera di Nieddu in maniera misteriosa, epifanie improvvise, sottotraccie di una sensibilità che attraverso l’arte cerca le sue vie di fuga, in cui il gesto non è mera rappresentazione ma elemento dinamico di reciprocità con il circostante.
 
Gianni Nieddu nato ad Alghero nel 1957 dove vive e lavora. Laureato in Giurisprudenza all'Università di Sassari, si accosta alle arti visive negli anni Ottanta. Affianca alla produzione pittorica quella di natura installativa. Mostre recenti: 2010  In the middle, a cura di Roberta Vanali e Ivo Serafino Fenu, Museo Man, Nuoro; 2008 Fragili sostegni, a cura di Manuela Gandini, blublauerspazioarte, Alghero; 2006 Pullman, rassegna  “dialosien siresien”, a cura di Valerio Dehò, blublauerspazioarte, Alghero. Ha partecipato a numerose mostre collettive.
 
 
Il lavoro di Enrico Piras (1987), intitolato Building on ruins, è un’opera complessa che prevede numerosi elementi declinati in due percorsi parralleli che si intersecano. Su un tavolo, realizzato in maniera approssimativa con cavalletti e assi trasversali, l’artista dispone le documentazioni che hanno caratterizzato la sua ricerca. Come dei veri e propri diari di viaggio, Piras testimonia le sue esplorazioni nelle periferie sarde alla ricerca di ruderi appartenenti ad aree dimesse; un videoproiettore proietta una collezione di documentari e video amatoriali in cui si mette in risalto il controverso rapporto tra uomo e lo stereotipo della natura selvaggia: si tratta per lo più di video di safari, panorami esotici, scenari da epopea western. Sulla parete, un dittico di fotografie il cui titolo è “Cowboys don't cry”, vede un individuo intento nell’emulare le gesta di un cowboy mettendone in risalto il carattere ironico e grottesco. Il titolo è rimarcato dalla stampa, posta in basso rispetto alle foto, che riprende testualmente l’omonimo film western-trash, proprio a voler sottolineare la natura fittizia, cinematografica, evocata in relazione alla concretezza che sembra invece caratterizzare il dittico. Infine, poggiati tra il pavimento e la parete, una tavola di legno e un vetro (anch’essi reperiti durante le esplorazioni), due immagini che fanno parte di un vecchio libro di zootecnica con particolari anatomici di un cavallo e un poster arrotolato di un panorama tropicale. Attraverso questo paragone tra attitudine quotidiana e immaginario consolidato Piras ci mostra come l’esperienza non ha una natura statica ma si plasma a seconda dei contesti, può in ogni momento trasformarsi in luogo di cognizione sensibile e intelligibile, nuovo ponte proteso verso quello zenit che caratterizza l’esistenza nella sua complessità.
Enrico Piras, nato a Cagliari nel 1987 diplomato all'Accademia di belle arti di Sassari, vive e lavora  a Cagliari. Principali mostre personali: Chasing grounds, Nuoro 2010, Erratici, Cagliari 2009. Ha partecipato a numerose mostre collettive.

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