Matteo Bianchi "Fischi di Merlo" Edizion del Leone

07/nov/2011 15.46.59 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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Fischi di merlo
Fischi di merlo
Autore Bianchi Matteo
Editore Edizioni del Leone (collana Poesia http://www.ibs.it/editore/Edizioni+del+Leone/edizioni+del+leone.html
 
http://www.ibs.it/code/9788873143314/bianchi-matteo/fischi-merlo.html
 
*from Tempo Vissuto recensione di Ester Franzin
 

Matteo Bianchi, giovane poeta ferrarese, inizia a scrivere fin dalle superiori. Nasce nel 1987 a Ferrara, dove si laurea in Lettere Moderne. Attualmente sta completando il suo percorso di studi specializzandosi a Venezia in Filologia e Letteratura italiana. Nel 2007 pubblica presso Este Edition “Poesie in bicicletta”, raccolta con la quale si è classificato tra i finalisti del Rhegium Julii ‘08 e ha vinto il terzo premio del Lascito Niccolini ‘10. Vince anche due edizioni del Caput Gauri per l’inedito, 2006 e 2009. Si occupa inoltre di varie riviste ed è il fondatore dell’Associazione Culturale Gruppo del Tasso.
Definisce la poesia un mezzo d’espressione emotivo e non strettamente razionale, traendo ispirazione dall’osservazione dei dettagli che lo circondano: sia dalla realtà statica degli ambienti e delle situazioni, sia dalle persone e dai singoli avvenimenti.


Fischi di merlo (Edizioni del Leone, Venezia, 2011) raccoglie le liriche che Matteo scrive intorno ai ventuno, ventidue anni ed è il secondo libro che pubblica. La raccolta si struttura in sessanta poesie divise in quattro sezioni. Ognuna di queste parti compone un iter all’interno del “Castrum” di Ferrara: il nucleo della città, originariamente accampamento militare romano, poi borgo medioevale, attualmente fulcro del centro storico. Si parte dalle vie concrete (accompagnate ognuna da una fotografia), e il percorso è liberamente ispirato a quello dantesco: inizia da via Assiderato (la morte causata dal gelo, il freddo dato dalla mancanza di emozioni, di sentimenti), prosegue per la via più oscura del tragitto, via Buonporto (Strada dell’Inferno). Ricomincia la risalita con via Porta d’Amore (come unico sentimento in grado di riportarci alla luce) e si conclude con via del Paradiso (la fine sperata da tutti). Il libro termina così con una tonalità chiara e positiva.
Le poesie sono componimenti brevi ma intensi, in pieno stile “ungarettiano”, decisamente consapevoli. Matteo è in grado di rielaborare gli aspetti negativi di partenza e non permette al nero di offuscare la luce di una piena consapevolezza di sé. Il titolo del libro si richiama volutamente ai versi di Leopardi e Montale (dal quale il poeta trae spesso ispirazione). Il merlo, utilizzato sia nella simbologia mistica occidentale che in quella orientale, viene utilizzato da Matteo come simbolo della sua personale concezione del limbo, in quanto il suo canto accompagna gli spiriti che si trovano tra la vita e la morte attendendo la designazione di una meta.


Ho selezionato dal libro di Matteo due componimenti:


Non c’è sollievo
a questa nostra fine.


Entrambi saremo
almeno tutt’uno
con i nostri
disincantati
secondi fini.


Matteo utilizza la poesia come un metodo per conoscersi e per indagare i propri sentimenti: lo fa senza paura di toccare il fondo, di arrivare alla disperazione (non c’è sollievo a questa nostra fine). Ma poi, in qualche modo si rialza e abbatte la paura della solitudine, dell’incompiutezza.
Ogni parola viene scelta accuratamente per dare risposta a domande continuamente aperte e attuali, come la paura della
morte.
Almeno saremo tutt’uno con i nostri disincantati fini: c’è lo spazio finale per una consolazione che apre la meditazione su una riflessione importantissima. Matteo riconosce in qualche modo nel sentimento amoroso una sorta di egoismo positivo: i sentimenti e i rapporti umani si basano sulla necessità (un dare ma soprattutto un ricevere) di due persone, che nel compagno cercano sempre qualcosa. L’amore disincantato, puro e semplice, è una forma rarissima di sentimento che va raffinato e rielaborato a lungo.


Finirai un giorno
pure tu, nuvolosa,
dall’altra parte dello specchio,
quella ombrosa.
Quella stretta senza il retro.
Cercando l’ego di continuo.
Io, invece, sarò di là,
o di qua.
Tirerò il fiato
in quella ariosa.
Sollevato
senza riflesso
libero da me stesso.


Come la nebbia circonda la pianura padana, conca che custodisce il gioiello di Ferrara, così i versi di Matteo sono lenti e pieni di pause, ci avvolgono lentamente. Attraverso le sue composizioni il poeta acquista la forza per guardarsi intorno e dentro, sono la sua lente di ingrandimento per un mondo pieno di dettagli. Ma Matteo sarà comunque di là, o di qua. Non si fa contaminare, è libero da se stesso. Solo in questo modo potrà continuare questa profonda ricerca scrivendo e ri-scrivendo ancora, correggendo, rivedendo. Come un processo di catarsi e purificazione alla fonte delle Muse. E allora Matteo potrà di nuovo tornare a Ferrara.


Ester Franzin


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