Edoardo Penoncini "Un anno senza pretese. Poesie fuori programma" recensione di Emilio Diedo

Eccoci allora introdotti nella seconda peculiarità di quest'affascinante e, per taluni aspetti, conturbante poesia, invariabilmente alta, scritta con la padronanza della conoscenza filosofica e semantica e con l'arcana ma pur reale forza del cuore, che nutrono le emozioni ed i sentimenti.

Persone Gianna A, Tra, Giuseppe Ungaretti, Antonio Fontanesi, Emilio Diedo, Edoardo Penoncini, Aristofane, Quasimodo
Luoghi Appennino, Ferrara
Organizzazioni anonima
Argomenti letteratura, poesia, retorica, teatro

02/mar/2012 09.26.20 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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Edoardo Penoncini

Un anno senza pretese. Poesie fuori programma - aprile 2009-aprile 2010

In copertina, Il Mulino, di Antonio Fontanesi 1856-1860 ca.

Prefazione di Zena Roncada

Lettera al Lettore dello stesso E. Penoncini

Ibiskos-Ulivieri, Empoli 2011, pp. 100, € 13,00

Silloge poetica, quest’ultima di Edoardo Penoncini, che racchiude una serie di componimenti d’Un anno senza pretese, fuori dallo schema d’un premeditato, progettuale programma. Proprio come dev’essere colta e coltivata la poesia, in via del tutto estemporanea. Epifania d’una realtà, contingente e connaturata, che s’affaccia all’indeterminato estro del poeta. Che, nel suo primigenio atto poietico, è recepibile nella casualità-causalità dello scorrere d’un tempo altrettanto fatuale. Eccola rivelata la puntuale sostanza del modus poetandi di questo crepuscolare (per annebbiati ed annebbianti scenari iperrealistici) e nel contempo ermo-sinottico autore. Di cui si precisa che per ermo si debba intendere sì un certo ermetismo, ma soprattutto una decantata solitudine; e per sinottico i tanti, variegati ammiccamenti ungarettiani-quasimodiani commisurati ad una folgorante sinteticità.

Di Giuseppe Ungaretti ne è pregna la raccolta, con almeno una dozzina di componimenti, sul complessivo centinaio, all’insegna d’una sintesi veramente emula dell’esistenzialismo del Maestro (pp. 34, 35, 37, 38, 48, 57, 63, 67, 72, 73, 74, 75). Dello stesso Ungaretti se ne recupera anche l’ermetica sostanza in almeno tre-quattro dei suddetti componimenti (Resto in ascolto, p. 35; Tramonto, p. 37; Sera, p. 38; Addio, p. 73…).

Mentre Salvatore Quasimodo è addirittura ripercorso per la sua mnemonica via risucchiata dal fenomeno-diaspora, rievocante quell’alta (umanamente quanto esteticamente) allegoria che, d’una vanificata protesta etico-religiosa, ha saputo farne encomiante poesia. Sto parlando, naturalmente, della famosa poesia Alle fronde dei salici, palesemente rievocata da Penoncini in Fare memoria, p. 89: “scuotono altri venti le fronde dei salici”.

Riporto il discorso sull’iniziale binario del ‘contingente’ e del ‘connaturato’.

Circa la prima osservazione posso piacermi d’esibire la proclamazione del medesimo poeta (in Lettera al Lettore, p. 9), dove s’avvicina al potenziale lettore col taglio dell’amico confidente (“Qui siamo amici, stiamo [si noti bene che non dice, il poeta, sto, bensì stiamo: io e voi insieme] dialogando [… proprio] perché io non ho risposte da darti, se non quelle che troverai, scoprendo parole altre nelle mie parole”. E conclude, tanto perché non vi sia dubbio, con: “In amicizia”). È in qualche riga, prim’ancora di tale illuminante passaggio, che egli infatti dichiara: “Ogni mia parola nasce dalla contingenza, […] da una lettura acrobatica, […] da un palpito, da un raggio di sole o da un muro di nebbia [per mia diretta conoscenza, posso tentare di credere che ‘la nebbia’, al di là dun realistico presupposto, sia spesso conseguenza della sua scarsissima vista] e solo dopo la sua nascita si fa esigenza, desiderio di rivisitazione”. Ecco anche perché, più avanti, a p. 19, definisce il suo parlare in versi “parole stordite”.

Un anno senza pretese è un florilegio esaedrico, suddiviso in sei sub-titoli (Scie, Voci, Coincidenze, Tra eventi e frammenti, Versi dell’intimo, Civica dignità) che comunque, a mio modo di fare i conti, si ricondurrebbero a due: Coincidenze-Tra eventi e frammenti-Versi dell’intimo (leggasi più appropriatamente solo contingenze, appunto) e Scie-Voci-Civica dignità (da intendersi nell’unicum della connaturalità).

Eccoci allora introdotti nella seconda peculiarità di quest’affascinante e, per taluni aspetti, conturbante poesia, invariabilmente alta, scritta con la padronanza della conoscenza filosofica e semantica e con l’arcana ma pur reale forza del cuore, che nutrono le emozioni ed i sentimenti.

Tra ‘le contingenze’ è, a sua volta, verosimile costruire un binario d’ossimori tra loro concomitanti. Già l’esergo, a p. 10, introducendo la doppia dedica ai genitori, nei tre stichi di riferimento (“alla memoria di mio padre, / alla mia mamma, / che vive senza memoria”) è ancora una volta l’autore a far da battistrada, imprimendo a capolino il concetto-chiave della sua poetica d’una ‘Memoria-non memoria’.

E proseguendo nella pedissequa analisi tendente a rintracciare i fondamenti dell’anzidetto ossimoro, ci si accorge d’acchito che le attigue Scie e quindi le Voci e poi, a seguire, Tra eventi e frammenti ed ancora i Versi dell’intimo (che se per prevalente argomentazione - ‘contingente’ e ‘connaturato’ - vorrebbero essere delle incongruenze, per concetto legato alla memoria sono invece fin troppo coerenti) conducono ad un secondo ossimoro. Proprio partendo da una prima osservazione sul sofisticato senso d’una serpentina di ‘ricordi-ritorni’, pp. 24-25 (che generano tristezza nei ricordi, per chi ancora riesca a ricordare, e felicità di ritorni, per quanti il ricordo non sia altro che uno sporadico flashback capace di riportare appena un flebile, evanescente e soprattutto fulmineo recupero di passato), si giunge all’altro sequenziale ossimoro di ‘morti-rinascite’. Antitesi prepotentemente orientata alla morte anziché alla rinascita. Sono sicuramente prevalenti i motivi funesti, ma si sa altrettanto chiaramente che la speranza di rinascita (io la intenderei esclusivamente escatologica, affinché possa avere credibile fondamento sulla morte), è univocamente interpretata dall’esistenziale attesa. La quale attesa per definizione non dà mai la piena certezza del suo compiersi, per quanta fede si abbia. Si legga appunto il primo verso di p. 79 (A Gianna), ripreso da Aristofane: “’e chissà se il morire non sia vivere”’.

Che dire invece della/delle ‘connaturalità’?

Sarebbe troppo semplice affermare che qui c’è il richiamo all’elementarità della Natura. Difatti, intanto bisogna subito estenderne un significativo afflato all’umano, intendendone quell’apertura spirituale che è racchiusa nell’anima dell’uomo. Dopodiché occorre, nella fattispecie poetica di E. Penoncini, condurre il cimento della Natura verso la prospettiva della Storia: il Tempo (ad es. si vedano: Lascito insolito, p. 41; Anno che va anno che viene, p. 42) e ciò che il tempo-eternità ha lasciato alla Natura, anche in senso spaziale (ad es. Appennino, p. 26; Pomposa, p. 39).

Una poesia senz’altro degna d’osservazione e di condivisione. Persino invidiabile. Poesia centellinata ma sempre centrata nell’esito da porre a consumo del fruitore, adoprata a mille espedienti. Insieme di proposte ad hoc, tra rime alterne, quasi-rime, rimalmezzo e specialmente tanti allitteranti espedienti. Ad esempio, a p. 49 (Prigione), c’è l’ideazione d’un enjambement impensabile, che spezza una preposizione articolata (“al- / l’anonima”) rendendola distinta parte allitterativa di se stessa, nella sua corrispondente univerbazione.

Ferrara, febbraio 2012

EMILIO DIEDO, scrittore e critico letterario,

(tra i principali poeti cosmici italiani * www.este-edition.com)

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