Carlo Gardenio Granata "Parole di Vetro" (Este Edition, 2012) recensione di Emilio Diedo

13/apr/2012 19.03.38 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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Carlo Gardenio Granata
Parole di vetro
In copertina, immagine tratta da Alciati Emblematum Liber
Introduzione di Walter Mauro.
Postfazioni di: Luisa Carrà, Francesca Mellone, Paolo Vanelli, Giuseppe Muscardini.
Este Edition, Ferrara 2012, pp. 76, € 10,00

Carlo Gardenio Granata, come me veneziano di nascita e ferrarese d’adozione, che finora ha appassionato grosse platee d’uditori ferraresi, e persino stranieri, con mirabili lecturæ dantesche, ma altresì conferendo sulla classicità greca e latina, con questa silloge poetica, che se non erro dovrebbe essere la sua prima, sa rendersi una volta tanto fine e profondo interprete di scrittura poetica, anziché proporsi come lettore di consolidata letteratura d’eccellenza.

I presupposti che nell’esergo d’apertura riecheggiano le altitonanti note lucreziane, ripescate dal Rerum natura, e che, a fianco a queste, recuperano la memoria del medievale giureconsulto milanese Andrea Alciato (o altrimenti Alciati), dal cui spunto e dalla cui letteratura è tratta la copertina del libro, d’acchito sembrerebbero dare il la d’esclusività al contenuto della raccolta. E se un frettoloso fruitore s’accontentasse di sfogliare il libro senza leggerne il sofisticato contenuto poetico, andando a spulciare nell’indice, all’ultima pagina, dove noterebbe, all’insegna della grecità e latinità, titoli quali Erotikà, Pulcherrimum vitæ donum ed Actum est, potrebbe averne un’ulteriore conferma. Sarebbe una conferma impropria, perché la realtà poetica che traspira dai versi delle liriche, pur intonando note, come s’era già detto, di notevole acustica, è comunque altra. Sia chiaro che l’esito è sempre ed invariabilmente elevato ed intensamente estetico. E su ciò nessuna incertezza!

La felice poesia che Gardenio Granata sa imbastire è icasticamente commisurata ad una sua precisa effigie esistenzialistica, dalla vena pessimistica strenuamente leopardiana. Esempio ne sia Visione di p. 28: «Enigmatico sorriso / inquieta l’animo, / ubriaco di visioni / in una notte senza tepore».

Esattamente come Leopardi, Gardenio Granata canta il Mistero (cfr. p. 29). Il quale mistero, raffrontabile alla metafora leopardiana della siepe, s’abbarbica purtuttavia nell’affascinante dimensione, intonsa, d’un sovrannaturale abbraccio delimitato tra Miracolo ed Utopia (cfr. titoli di p. 42 e 43). Estremi, non ossimori bensì simpatetici, che rafforzano la speranza cristiana, nel senso di dare maggior valore escatologico, rendendone l’attesa frammischiata alle vicende alquanto terragne degli eventi. Non per niente l’estrema brevità, che suggella il contesto poetico della raccolta, diviene, proprio in chiusura, palese parossismo (cfr. pp. 62-63), espansiva espressione avvolta in un’assenza di luce che non significa più buio ma che, nell’eterea rappresentazione d’una «cieca causalità cosmica», è sinestesia di silente, univoca pace. E che, in definitiva, riavvicina la speranza d’una vera, luminosa esistenza («il vecchio mondo resta laggiù, / irraggiungibile. / Senti che il cuore pulsa / sempre più lentamente, / ti chiedi se sia uno dei soliti incubi, / ma presto, amico mio, capirai / che è solo la prima notte di quiete…», cfr. p. 63 �“ Eppure verrà…).

Eccola l’agognata meta, in tale lungo, remissivo respiro che s’apre al Cosmo prim’ancora di raggiungere l’apice incentrato ad una soggettiva, poetica Onnipotenza, capace di riportare la vita a quell’unicum cristianamente riconducibile all’immortalità dell’anima. Oppure, secondo un alternativo modulo filosofico di matrice dantesca (che è agevole attribuire alla ricerca del nostro poeta), riconducibile all’Empireo, quale ultimo Paradiso, meta unica ed eternamente beatifica.

E se in quest’ultimo finale, quanto finalistico, costrutto, ristà, come negli aprioristici elementi prelusivi della silloge (eserghi e titoli-spia), la classicità di Gardenio Granata, nella concreta lettura emerge un’opposta tendenza di libertà del verso, che, senza canoniche vestigia e senza necessità di rinvigorire i richiami dei classici, sa essere comunque eloquentemente alto. Una blanda classicità che, a ben guardare, avvolge in un eterno pensare sorretto da, e nel contempo di supporto a, l’esistenza. Tematica forte, avvolgente, stigma poetico di tutti i tempi, a partire da quando l’uomo ha imparato ad esprimersi tramite la parola.

Il fluire del linguaggio così radicato alla bellezza non scade mai nell’uso di queste magistrali parole di vetro (vedasi il senso letterale a p. 64, in Commiato), che, chiuso il libro, si frantumano divenendo… anzi tornando atomi d’idea dispersi nell’aria. Esempio sublime di quanto la poesia sia uno dei più bei doni a disposizione dell’umanità.

 

Emilio Diedo

emiliodiedo@libero.it

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