Intervista a Riccardo Campa, futurologo e tecnomusicista- di C. Scaglioni (Italiani nel Mondo)

04/mag/2012 13.18.59 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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Mantovano, 45 anni, vive "in un luogo sospeso tra Cracovia, Mantova e il Ciberspazio", vivace, sempre attivo, divide il suo impegno tra l'insegnamento di Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia, l’Associazione Italiana Transumanisti che presiede e la musica dance elettronica di cui è autore ed esecutore apprezzato in tutto il mondo.
Intervista a Riccardo Campa
1)Facci una tua presentazione
Sono nato a Mantova nel 1967 e attualmente sono Professore di sociologia all’Università Jagellonica di Cracovia. Per quanto riguarda il curriculum studi, dopo la maturità tecnica (mi sono diplomato in elettronica industriale all’ITIS), ho decisamente cambiato direzione e ho conseguito due lauree umanistiche, entrambe all’Università di Bologna. Mi sono infatti laureato in Scienze politiche nel 1990 e in Filosofia nel 1994. Nel 1995 ho passato l’esame dell’Ordine dei Giornalisti e sono stato iscritto all’elenco dei giornalisti professionisti. Nel 1999 ho conseguito il Dottorato di ricerca in Epistemologia all’Università Copernico di Torun e nel 2009 l’abilitazione alla docenza universitaria in Sociologia all’Università Jagellonica di Cracovia. Questi, in sintesi, gli studi. Anche per quanto riguarda le esperienze lavorative, non è mancato un certo eclettismo. Nel biennio 1991-1992 ho lavorato come Ufficiale della Guardia di finanza presso il Nucleo di polizia tributaria di Verona. Nel quadriennio 1993-1996, ho lavorato come giornalista al quotidiano la Voce di Mantova. Nel 1996 ho deciso di intraprendere la carriera accademica e mi sono trasferito in Polonia, per scrivere il dottorato di ricerca. Una volta conseguito il titolo ho vinto due concorsi, un primo concorso all’Università di Torun nel 1999 come docente di italianistica e un secondo concorso all’Università di Cracovia nel 2002 come docente di sociologia. Per quanto riguarda la ricerca scientifica mi occupo prevalentemente di sociologia della tecnica. In parole semplici studio le condizioni socio-culturali che favoriscono lo sviluppo tecnologico e le conseguenze che lo sviluppo tecnologico ha sulla società, la cultura, la vita quotidiana. Quella tra società e tecnologia è una relazione che va in due direzioni.

2) Come mai sei andato a vivere e lavorare all'estero?
Intanto c’era da parte mia un desiderio di avventura, di cambiamento, di sfida con me stesso. Dunque una motivazione psicologica, prima ancora che economica o professionale. Sedici anni fa, quando ho deciso di emigrare, avevo un lavoro ben pagato a Mantova e l’ho lasciato. È chiaro che il problema non era solo avere un lavoro, ma avere il lavoro che piace. A un certo punto ho capito che, per il noto problema dell’enorme debito pubblico italiano e delle dinamiche neoliberiste internazionali, la pensione sarebbe stata un miraggio. Quindi era essenziale trovare un lavoro che mi gratificasse sul piano personale, uno di quei lavori che vorresti fare fino all’ultimo respiro. Fare il docente universitario non è il lavoro che ti spinge a guardare l’orologio ogni quarto d’ora, in attesa della campanella. Più che un lavoro è una missione. È quel tipo di lavoro che svolgi a tempo pieno, perché anche quando leggi il giornale, guardi la televisione, osservi la gente nelle strade e nei negozi stai lavorando. Leggi libri e prendi appunti sempre, sul treno e sull’aereo, in vacanza, in spiaggia, il sabato e la domenica. Per cui, quando mi si chiede “quante ore lavori”, la domanda per me non ha senso. Lavoro sempre e mai. L’insegnamento si riduce a poche ore la settimana, ma incontrare giovani studenti e condividere con loro il risultato delle mie ricerche e delle mie riflessioni è un piacere, più che un compito. Naturalmente, questo è vero per me, perché amo la ricerca e l’insegnamento. Conosco persone per cui è un incubo dover leggere, dover scrivere, dover insegnare. Semplicemente hanno sbagliato mestiere. Oggi è più che mai importante trovare il lavoro che piace. Anche perché iniziare a pensare alla pensione quando si hanno 25 o 30 anni è davvero deprimente. La pensione è l’anticamera della vecchiaia. Non può essere questo l’orizzonte dei nostri sogni. L’orizzonte deve essere la vita.
3) Come valuti ad oggi questa tua esperienza?
Sono in Polonia ormai da sedici anni. Se sono ancora qui dopo tanto tempo, significa che i pro sono maggiori dei contro. I salari sono più bassi rispetto all’Italia, ma in compenso il costo della vita è più basso. È in proporzione. C’è anche da dire che fare il sociologo non è come fare il droghiere. Si può aprire un negozio di alimentari in qualunque via, di qualunque città, di qualunque paese. In ogni luogo c’è bisogno di generi alimentari e dunque la scelta del luogo può essere antecedente e prioritaria su quella della professione. Questo non è vero per la mia professione. Il sociologo lavora là dove trova l’occasione di inserirsi, tramite concorso, in un ambiente accademico. Io ho avuto la fortuna di trovare l’occasione in una città molto bella, Cracovia, e in una università che ha un certo prestigio. È una delle più antiche del mondo ed è la prima nel ranking degli atenei polacchi.
4) Com'e' essere un italiano all'estero, mantieni legami stretti con l'Italia?.....  CONTINUA
 
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