Beha: tutto esaurito al Salotto delle 6

Sala stracolma, molta gente in piedi: Beha non delude le aspettative e non risparmia nessuno.

Persone Cesare Romiti, Grillo, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Silvio Berlusconi
Luoghi Italia, Germania, Francia, Regno Unito
Organizzazioni Rai, Rai Tre
Argomenti politica, istituzioni

21/mag/2012 13.12.10 Il Salotto delle 6 Contatta l'autore

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Sala stracolma, molta gente in piedi: Beha non delude le aspettative e non risparmia nessuno.

“Sono caldo” risponde il sagace giornalista alla domanda di Bottone se il suo “Il culo e lo stivale” fosse stato ispirato dal sacro furore dell’amor di Patria, lui che ha scritto anche poesie e che oltre ad essere stato uno sportivo professionista, ha avuto uno zio linguista, insegnante di Umberto Eco. Come dire, in casa si respirava una certa cultura… e Beha lo sottolinea, senza troppe velature.

Si parte dal primo amore. Per lui il giornalismo sportivo è stato un connubio tra lo sport vissuto e praticato e la geometrica potenza della parola, un fine gioco letterario che si è scontrato con un Paese che in sessanta anni non ha saputo elaborare una cultura sportiva. Già negli anni Ottanta Beha aveva parlato di calcio-scommesse – allora non ci furono condanne perché non esisteva una legge sulle truffe sportive –, ma le partite truccate c’erano allora come ora. Oggi i giornali non ci raccontano cose diverse. Perché stupirsi?

“Come abbiamo fatto a ridurci così?” gli chiede Bottone. Per Beha non è un problema solo economico, anche se tutto oggi viene ricondotto a termini economici, persino i partiti politici, dice, sono diventati meri comitati d’affari. Beha rintraccia negli anni del secondo dopoguerra l’origine del nostro problema, quando cioè il passaggio dalla cultura contadina a quella industriale fu in Italia troppo repentino rispetto all’esperienza di Paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania, ormai avvezzi da circa duecento anni alla rivoluzione industriale.
Il miracolo italiano degli anni Sessanta, tanto esaltato e soprattutto tornato di recente in auge nella polemica tra Napolitano e Grillo – e Beha qui ne ha pure per il presidente della Repubblica, che dichiara di conoscere di boom solo quello economico, dimenticandosi anche dell’omonimo film di De Sica, in cui Sordi vende un occhio pur di mantenere inalterato il suo stile di vita –, vide accendersi le prime cambiali culturali: una cultura operaia vissuta troppo poco perché soppiantata dalla tecnologia, veloce troppo veloce.

Un buco culturale divenuto un cratere e poi riempito. Da cosa? Pasolini docet. Il consumismo, la subcultura del consumo e la televisione. E ora quelle cambiali sono all’incasso, ora che il denaro, valore fondante di quel sistema, si sta riducendo. Siamo col culo per terra.

Cita Cesare Romiti,“i giornalisti prima di parlare di libertà dovrebbero tirarsi su i pantaloni”, e lamenta che da allora le cose sono peggiorate, perché adesso ci sono anche le giornaliste a tirarsi giù le gonne. Quello che sarebbe dovuto essere nel ’93 il maggioritario della politica si è tristemente trasformato nel maggioritario dell’informazione: dovere del giornalista scrivere il peggio del peggio del nemico, pessima interpretazione della libertà, condizionata dalle aree protette, pensata esclusivamente come offesa e denigrazione del rivale.

“La nostra classe politica è un OGM di nefandezze, sostenuto dal settore mediatico, dittatura della pubblicità”. Pubblicità: nell’avanzata area anglosassone advertising è il promuovere beni, la dimensione privata; publicity la dimensione pubblica. Da noi pubblicità è una dimensione pubblica che ottunde e azzera la privata. “Se non sei pubblico sei un coglione”, ci ricorda Beha, e si domanda se veramente possiamo permetterci la politica democratica, se è un lusso o una necessità, laddove i partiti ci impediscono di capire cosa siamo e cosa possiamo cambiare dal basso, negando ai giovani il paragone con la vera democrazia.

Cosa fare, allora? Per Beha distinguere tra necessario e superfluo è indispensabile ma non sufficiente. L’essenziale? Va ritrovato nella scala di priorità di ognuno. Nella sua, Beha mette al primo posto la salute, spartiacque tra la vita e la morte. Salute fisica, dell’anima, spirituale, culturale, che non sia quella odierna, in cui l’estetica del benessere soppianta l’etica. Tra le risate del pubblico, torna a una puntata di “Porta a porta” in cui Berlusconi e Della Valle si offesero a vicenda, e il giorno dopo i giornali riportarono gli insulti tralasciando che a Berlusconi non gli si apriva più un occhio a causa del botox, eloquente metafora di un Paese che non vede pur di rifarsi la faccia. Ce n’è per tutti.
L’anima del poeta soppianta la vis del giornalista irrequieto quando si sofferma sul concetto di salute che coinvolge e condiziona il rapporto con chi ne ha meno, perché il buon rapporto con chi ne ha meno porta, se non a un equilibrio, a un miglioramento per entrambi. Toni addolciti, voce più bassa. Cambiare il rapporto con l’altro è anche cambiare il punto di vista nei confronti degli immigrati. Il lirismo scema pian piano.

Bottone lo riporta definitivamente all’attualità: il boom di Grillo. Torna il Brontolo di Rai3. Parlano di Grillo per non parlare di loro stessi. Lo definiscono giullare, populista, comicastro per distrarre la nostra attenzione dai loro errori. Le accuse a Grillo servono per riempire la capienza mediatica. Chiaro, telegrafico, corrosivo.

“Il culo e lo stivale” come manuale di deberlusconizzazione intesa come stile di vita di chi lo ha votato e di chi, pur non votandolo, si è comportato come lui. Perché Berlusconi è il prototipo del berlusconismo, ma nello stesso tempo ne è figlio, figlio di un’epoca che ha permesso che l’ex premier venisse fuori. Lui come tantissimi altri.
Dice tutto e lo dice apertamente, Beha, pur conoscendo il prezzo della schiettezza, pagato caro persino in Rai. Inevitabile per uno a cui essere scomodo e stare scomodo piace infinitamente.

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