Mauro Biuzzi/Partito dell'Amore/Moana Pozzi: ricordo di Renato Nicolini

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06/ago/2012 15.55.17 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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Renato Renato
 

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Renato Renato

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Mauro Biuzzi ricorda Renato Nicolini.

 

Renato Renato.


  Lo scorso agosto Vettor Pisani, quest’anno lui, Renato Nicolini. Per me, due maestri trai pochi. Entrambi architetti teatrali: il primo mistico, il secondo più realista ed esemplare di un insegnamento molto originale del vero senso della polis, del nesso che dovrebbe sempre fare di politica ed architettura una stessa arte dell’Unità.
Molto al di sopra della miopia accademica che, con la scusante dell’autonomia della “discipina”, questa Unità la viveva come una tentazione all’arte totale, per propria impotenza creativa piuttosto che per un sedicente amor dell’arte. Accademia della miseria che, per esempio, in quell’epoca nicoliniana ha alimentato il falso mito della "disciplina" proprio con lo sciacallaggio dell’"arte totale fascista" ad opera degli architetti progressisti, che non hanno saputo fare di meglio che ridurre l’architettura fascista ad uno stile Ikea, ad un oasi ecologica della coscienza infelice della terziarizzazione, ad una nuova comunità di eletti la cui missione culturale fu quella di disinnescare definitivamente il senso strutturale ed unitario della cultura fascista e, in generale, di quella architettonica (si parla anche del caso dello smembramento culturale e istituzionale del quartiere dell’E.U.R. a Roma, la sua mercenaria riduzione ad un fondale pubblicitario). Il massimalismo è sempre nel mirino di un minimalista, idiota ma furbo.
Nel suo piccolo, Renato invece preferì realizzare l’Effimero romano.

In origine lo incrociai a Valle Giulia nel 1973, lui protagonista in una facoltà che in tutto il mondo era in primo luogo una scuola di nuova politica (e non di frustrazione, come poi fu). Fui da subito, come poi gli ripetei sempre, “il suo migliore allievo”. Nel luglio del 1973 infatti mi sostenne a Composizione I di Mario Fiorentino, chiedendo il massimo dei voti. Poi a settembre mi fece fare il discorso d’apertura dell’Anno Accademico di quello stesso corso (dopo la mia prolusione mi disse sorridendo: “Sei pazzo…”) e mi volle subito (aimè…) trai primi tre assistenti precari (non pagati) della facoltà, sempre in quel corso di Corvialiani. Quindi un memorabile viaggio-premio con Fiorentino in Inghilterra (dove mi dette il soprannome “lo Scriba”, dato che a fine giornata restavo in camera a riempire fogli di disegni e appunti invece di svaccare con gli altri nella hall dell’albergo, anche se poi la notte andavo in giro per i meglio locali dance dei “neri di borgata” locali) per vedere, per la prima volta e fresche di cantiere, le opere di Denys Lasdun, James Stirling, Alison e Peter Smithson a Cambridge e a Londra (“L’architettura italiana di oggi è la migliore del mondo”, disse una volta facendo incazzare tutti - ritengo pensasse ad Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Carlo Aymonino e alla nascente architettura di Tendenza che pubblicava su “Controspazio” prima serie, Portoghesi volendo). Nel 1975/76 quell’importante progetto per la città italiana collassò contro l'antipolitica degli ..... C
 
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