[arteINsicilia] La città di Noto incontra un suo Maestro: CARLO LA LICATA lirismo pittorico e identità collettiva / fino al 30 agosto

15/lug/2014 23.14.44 studio barnum contemporary Contatta l'autore

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Con preghiera di diffusione e partecipazione. Vi aspettiamo
Grazie Vincenzo Medica

 
CARLO LA LICATA  
lirismo pittorico e identità collettiva
 
18 luglio / 30 agosto 2014
N O T O
 

IL COMUNICATO STAMPA DI  CREACOMeVENTS:

L’ANIMA DEI LUOGHI NELLA MOSTRA
DI CARLO LA LICATA

L’artista netino inaugurerà una personale a Noto, Sala Gagliardi, venerdì 18 luglio


Noto, 10 luglio 2014- “I luoghi hanno un’anima e il nostro compito è di scoprirla”: con questa missione ideale sarà inaugurata venerdì 18 luglio la mostra di Calo La Licata, artista netino che dopo anni di “eremitaggio” torna a esporre le proprie opere nella sua città d’origine.
Le 25 opere selezionate da collezioni private intessono un percorso che fa della scoperta dei luoghi la ricerca della loro aurea sacralità, scandita da una visione evocatrice che oscilla tra la quotidianità siciliana e la rievocazione dei suoi genii loci. Su tutti i temisi staglia la Madre Terra, che si presenta nelle molteplici vesti di donne monumentali, divinità della terra e figure operose che la popolano.
Sulle opere si stende un velo luminoso e perlaceo, tratto distintivo del pittore netino che ama definirsi un “chiarista” proprio per la connotazione lattiginosa delle sue opere, connotate da una consistenza “pastosa” che si fa strada per indicare la mente e la memoria del luogo narrato.
Come scrive Michele Romano nella nota critica a corredo della mostra “le sue narrazioni cromatiche maturano verso il senso di una metafisica visione del reale, il suo memento mori o quella fugacità della vita è presente e si concretizza in quell’arte senza tempo, è questo il lirismo poetico di La Licata, la dettagliata trasparenza dei suoi oggetti posti con estrema cura non sono la pura espressione di un folclore siciliano, ma sicuramente una maniacale indagine nordica e mediterranea, quel senso corale di una esistenza dove la narrazione iconografica si traduce in poesia per immagini, la pura e casuale disposizione nello spazio sono il mero ricordo di una infanzia e di una realtà vissuta dall’artista. (…)In questo Carlo La Licata è maestro di segni e cromie lontane, una terrena visione di un presente vissuto, dove l’oggetto pittorico si trasmuta in chiave d’indagine introspettiva, quel luogo dei luoghi, dove il segno più visibile di una comunità o etnia si traduce in visione senza tempo”.
Le 25 opere scelte, olio su tela ad eccezione di qualche china, saranno disposte nei diversi ambienti della Sala Gagliardi, all’interno di Palazzo Trigona, secondo un criterio tematico che valorizzerà le nature morte, i paesaggi e i ritratti. La scelta di un allestimento leggero e minimalista, curato dalloStudio Barnum, intende esaltare la visione evocatrice delle opere dell’artista.

L’inaugurazione si svolgerà venerdì 18 luglio alle ore 19.00. La mostra sarà visitabile fino al prossimo 30 agosto. Ogni venerdì di agosto, durante la sera, l’artista sarà presente, accogliendo ospiti e appassionati d’arte in un informale happening per discutere di arte nelle sue molteplici sfaccettature.



Nota biografica


Carlo La Licata nasce a Noto nel luglio del 1944. Cresce nella Noto popolare degli anni difficili e fecondi del dopoguerra “quando la gente vociante riempiva le strade,pronta a ricominciare a vivere“. (Carlo La Licata)
Diplomatosi all’Istituto d’Arte di Siracusa,si dedica all’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte negli Istituti Superiori. Gli anni ‘70 sono determinanti per la sua formazione artistica. Un viaggio a Roma gli dà l’occasione di conoscere un pittore, amante di antiquariato ed esperto restauratore di mobili d’arte: da lui apprende l’importanza della conservazione delle testimonianze artistiche,anche minime,del passato.
A Noto fa parte dell’Associazione Arte e Accademia che organizzerà nel 1977 un Simposio sull’Architettura di Noto,primo incontro internazionale di studi sulla stato della città barocca. In questa occasione inizia il sodalizio con lo scrittore Corrado Sofia.
Sempre negli anni ‘70 si tiene la sua prima personale a Bologna.”Andai -racconta Carlo -con trentatré quadri e ne vendetti trentacinque”.
In quegli anni molti sono gli happening e le mostre estemporanee nei luoghi più scenografici della città, anche in collettiva con emergenti artisti locali come Enza Minniti, Raffaele Gallo,Gianni Compagni. Saranno questi gli unici eventi a vivificare le sonnolenti serate estive netine.
La sua attività continua successivamente con l’allestimento di mostre di arte sacra,recuperando paramenti,candelabri,turiboli sepolti e abbandonati nelle sagrestie.
Dagli esordi a oggi la sua pittura si è evoluta: da un primo periodo detto da lui stesso “chiarista”perché caratterizzato dall’uso di colori chiari,quasi lattiginosi,all’attuale in cui emerge con più forza il suo vissuto, caratterizzando le opere con un colore più pastoso,più determinato.
Attualmente vive, in modo quasi eremitico,in una modesta casa a strapiombo sulla parete rocciosa di una cava. Si dedica alla pittura,alla poesia,alla lettura,alconfronto di idee con pochi amici, non mancando mai di esprimere il suo pensiero critico sui problemi della città.
Ama definirsi pittore contadino e come un contadino che vende uova e formaggi o pane di casa a qualche passante che va per le campagne, allo stesso modo lui vende i suoi quadri a chi, anche casualmente, si trovi a passare dalla sua casa e lo veda intento a dipingere donne classiche o popolane, nature morte, scaffali di libri, vasi di fiori
Città di Noto / Unesco-Città Patrimonio Mondiale / Assessorato alla Cultura / Studio Barnum


18 LUGLIO/30 AGOSTO 2014
INAUGURAZIONE E APERITIVO CON L'ARTISTA VENERDI' 18 LUGLIO ALLE ORE 19.30
Sala Gagliardi - Palazzo Trigona 91- NOTO/Sr

presentazione critica di Michele Romano
a cura di Vincenzo Medica


Nota dell’artista
La proposta di una mia mostra antologica,avanzata da due care amiche,da una parte mi lusingava,ma,nel contempo, creava in me una sorta di inquietudine.
Alla mia età,dopo avere percorso un buon tratto di strada,mi basta vivere nel posto dove abito perché mi fornisce gli elementi necessari al mio lavoro: il silenzio e la solitudine. L’adesione a questo progetto ,a causa degli impegni che avrei dovuto affrontare,veniva a turbare i miei ritmi quotidiani e ad insidiare il mio tempo creativo .
Ma,ascoltando una voce interiore,assecondai l’idea che offrire alla mia Città,ai suoi abitanti e ai suoi ospiti,il frutto di cinquant’anni di pittura,sarebbe stata una generosa opportunità.
Mentre ero immerso in questi pensieri,il mio sguardo si posò sul ritratto di Corrado Sofia*. Cominciai a dialogare con lui proponendogli l’idea che per l’occasione mi sarebbe piaciuto un suo scritto. Ciò poteva succedere soltanto se fossi io a scrivere al posto suo. E così ho fatto.
Considerate questa breve nota come una lettera che ci arriva da un altro mondo.

*Corrado Sofia. Scrittore, giornalista, regista (1906 - 1997)


Conobbi Carlo La Licata negli anni ‘70. Era membro dell’Associazione Arte e Accademia della quale io ero presidente. Ero tornato da poco a Noto e intendevo risiedervi per il resto della mia vita. Questa mia decisione ebbe maggiore impulso allorché mi resi conto che grave era lo stato di abbandono del mio “giardino di pietra”e che era urgente prendersene cura. Stimolato da un gruppo di giovani sensibili e attenti ai problemi della città,di cui faceva parte anche Carlo,organizzai il Simposio su Noto al quale parteciparono insigni studiosi come Cesare Brandi e Andrè Chastel.
In quel contesto conobbi l’opera pittorica di Carlo La Licata che in quel tempo aveva il suo piccolo studio in un angolo di una grande stanza della casa paterna dove sua madre,in autunno,poneva le marmellate di mele cotogne ad asciugare. Ricordo dei dipinti ad olio e alcuni lavori realizzati con pennino e inchiostro di china che mi evocarono certe miniature persiane.
La nostra amicizia si rinsaldò presto grazie alla comune passione per l’arte e la cultura e al trasferimento di Carlo nella casetta contadina che sorge accanto alla villa di Serravento dove per buona parte dell’anno, abitavo io.
Carlo fece sistemare le tegole sul tetto,imbiancò le pareti,fece installare da suo padre una piccola stufa a legna e in quell’unica stanza soppalcata,dall’umido pavimento di terracotta che mutava il colore ad ogni cambiamento di stagione, trasportò poche cose:il cavalletto,l’inseparabile tavolozza(usa sempre quella),un tavolo,poche sedie;niente telefono, niente televisione. Lì,in una atmosfera di silenzio e di solitudine, iniziò a vivere quello che lui amava definire “il mio noviziato”.
Nel volgere di una stagione fiorì,dopo lunghi anni di abbandono,l’aiuola posta davanti alla casa, un gelsomino si abbarbicò alla grata dell’unica finestra che illuminava l’angolo della casa dov’era sistemato il cavalletto. Lì,come un monaco ,si pose Carlo davanti alla tela e cominciò a muovere la mano.
Allora il pittore si muoveva su un campo cromatico fatto di toni chiari,lattiginosi;sulla tela il colore appariva timidamente;i paesaggi,le donne avevano un’aria trasognata,come se vivessero in una dimensione quasi fiabesca.
Col passare degli anni,in uno stile di vita spartano,in compagnia degli amati libri e di Stellina,la fedele cagnetta, la sua pittura acquisiva nuova linfa e nuova forza
Io, puntualmente, ai primi tepori di ogni primavera lasciavo in fretta Roma e mi trasferivo alla Serravento dove trovavo il mio amico e un pasto caldo preparato da lui per festeggiare il mio ritorno. Per me era un tornare sempre più piacevole, anche perché si era spontaneamente creata una piccola comunità:lo scrittore e il pittore poeta. Ogni volta che scrivevo qualcosa mi precipitavo da lui per farglielo leggere e così lui con me mostrandomi per primo i suoi lavori:diventammo “critici”l’uno dell’altro.
Un anno prima della mia scomparsa,Carlo, quasi ubbidendo ad un presentimento,decise di andare a vivere altrove. Cercò e trovò una piccola casa nei pressi del santuario della Madonna della Scala. Sapeva in cuor suo che dopo di me Serravento non sarebbe stata più la stessa e sentiva pure che quella specie di “noviziato”era concluso. Desiderava lasciare quella dimensione, divenuta ormai rassicurante e domestica,per un luogo più distante dalla città e più solitario.
Amava dire che aveva posto il nido su una rupe più elevata per vedere “più mondo”
Volli visitare quel luogo che non conoscevo ed un pomeriggio Carlo venne a prendermi con la sua auto e mi portò a vedere la sua nuova casa. Dal terrazzo della casa che sovrasta una piccola cava iblea sentii mormorare il ruscello che vi scorre e il cinguettio degli uccelli. Rimasi muto per un po’,contemplai quel teatro fatto di alberi e di pietre e dissi soltanto:qui è tremendo.



Nota biografica
Carlo La Licata nasce a Noto nel luglio del 1944. Cresce nella Noto popolare degli anni difficili e fecondi del dopoguerra “quando la gente vociante riempiva le strade,pronta a ricominciare a vivere “
Diplomatosi all’Istituto d’Arte di Siracusa,si dedica all’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte negli Istituti Superiori.
Gli anni “70 sono determinanti per la sua formazione artistica. Un viaggio a Roma gli dà l’occasione di conoscere un pittore ,amante di antiquariato,esperto restauratore di mobili d’arte e da lui apprende l’importanza della conservazione delle testimonianze artistiche,anche minime,del passato.
A Noto fa parte dell’Associazione Arte e Accademia che organizzerà nel 1977 un Simposio sull’Architettura di Noto,primo incontro internazionale di studi sulla stato della città barocca. In questa occasione inizia il sodalizio con lo scrittore Corrado Sofia.
Sempre negli anni “70 si tiene con notevole successo,la sua prima personale a Bologna.
In quegli anni molti sono gli happening e le mostre estemporanee nei luoghi più scenografici della città, anche in collettiva con emergenti artisti locali come Enza Minniti, Raffaele Gallo,Gianni Compagni. Saranno questi gli unici eventi a vivificare le sonnolenti serate estive netine.
La sua attività continua successivamente con l’allestimento di mostre di arte sacra,recuperando paramenti,candelabri,turiboli sepolti e abbandonati nelle sagrestie.
Dagli esordi a oggi la sua pittura si è evoluta: da un primo periodo detto da lui stesso “chiarista”perché caratterizzato dall’uso di colori chiari,quasi lattiginosi,all’attuale in cui emerge con più forza il suo vissuto, caratterizzando le opere con un colore più pastoso,più determinato.
Attualmente vive, appartato e solitario, in una modesta casa a strapiombo sulla parete rocciosa di una cava. Si dedica alla pittura ,alla poesia,alla lettura,al confronto di idee con pochi amici, non mancando mai di esprimere il suo pensiero critico sui problemi della città .
Ama definirsi pittore contadino e come un contadino che offre uova e formaggi o pane di casa a qualche passante che va per le campagne, allo stesso modo lui cede i suoi quadri a chi, anche casualmente, si trovi a passare dalla sua casa e lo veda intendo a dipingere donne classiche o popolane , nature silenti, scaffali di libri , vasi di fiori .




ATMOSFERE.
LIRISMO PITTORICO E IDENTITA’ COLLETTIVA NELL’OPERA DI CARLO LA LICATA
Il genius loci nel cromatismo narrativo dell’artista netino Carlo La Licata è ermeticamente presente in quell’umile senso dei luoghi dell’anima, che secondo Hillman è quell’indagine etnoantropologica che avvince furtivamente il fruitore attento, ma che nasconde un valore altro, quasi filosofico ed ancestrale; è nei segni di una realtà lontana ma sempre presente nella memoria introspettiva dell’artista ,tra mito e tradizione.
I luoghi hanno un’anima e il nostro compito è di scoprirla. Come nell’antichità i luoghi più sacri che apparivano aurei, un albero, una sorgente, un pozzo, una montagna, un pianoro, l’ingresso della tana di un serpente, venivano circondati da pietre per proteggerne l’interiorità ,allo stesso modo l’opera del nostro artista interiorizza il valore e l’etica della persona.
La minuziosa e fiamminga indagine dell’oggetto nell’opera di La Licata , quasi una lettura della quotidianità apparentemente siciliana, ci svela i principi indagatori di quei valori plastici novecenteschi o quel ritorno all’ordine di Sironi e Morandi che conducono ad una particolare oggettività e che lo stesso De Chirico definì un ”guardare intorno a sé gli oggetti che lo circondano… nella nitida forma dei bicchieri e delle bottiglie”.
Carlo La Licata guarda, osserva e ammira la sua Madre Terra,con una molteplice visione femminea: donne monumentali (Pomona), muse generatrici del tempo (le quattro stagioni), sarte, gruppi di figure quasi in posa di mistica preghiera che nella loro gestualità generano identità collettiva.Il suo iniziale cromatismo è invaso di luce e diafane trasparenze, come visioni sussurrate e velate da una sublime indagine dell’essere e del sentire, visioni urbane di una Noto settecentesca quasi al confine con una materia perlacea, figure che si narrano per segni di trasparenza e non chiaroscurali, quasi una narrazione autobiografica, un evocare con lirismo mentale i luoghi e i segni di un vissuto famigliare.
Le sue narrazioni cromatiche maturano verso il senso di una metafisica visione del reale, il suo memento mori o il senso della fugacità della vita sono presenti e si concretizzano in un’arte senza tempo: è questo il lirismo poetico di La Licata. La dettagliata trasparenza degli oggetti posti con estrema cura, non è semplice espressione di un folclore siciliano, ma sicuramente una maniacale indagine nordica e mediterranea nello stesso tempo; il senso corale del vivere, la casuale disposizione nello spazio sono la cristallina memoria dell’infanzia e della realtà vissuta dall’artista del Val di Noto.
La sua linea pittorica si trasmuta in un’apparente monocromia di luce e materia, le trasparenze i velati chiaroscuri rendono gli spazi intimi e familiari, luoghi di narrazione poetica. Una lectio pittorica che ci conduce dal neoplatonismo rinascimentale alla metafisica del vedere. In questo Carlo La Licata è maestro di segni e cromie lontane: nella terrena visione di un presente vissuto dove l’oggetto pittorico diventa chiave di indagine introspettiva e conduce a quel luogo dei luoghi dove il segno più visibile di una comunità si traduce in visione senza tempo.
L’indagine del nostro artista punta ad una scarna e quasi francescana visione della natura e delle cose e rivela l’essenza dei luoghi che lui vive o ha vissuto in quel Val di Noto, da Serravento all’Eremo della Scala,e che hanno generato in lui silenzi e sacrifici emozionali. Da questi luoghi l’artista guarda e legge con curiosità la riflessione culturale europea, dal mito classico alla sperimentazione novecentesca che si intravede nella sua spasmodica ricerca del sé.
Ogni luogo che vive ed ospita la sua opera si veste di significati simbolici e narrazioni umane, momenti che si traducono in dialoghi e valori di appartenenza, amicizie quasi ataviche che inducono chi ascolta e osserva ad un magico silenzio. E’ forse questo il senso della sua maestria pittorica: saper condurre con narrazioni silenti verso magie lontane, quel senso poetico della vita, dal micro al macrocosmo… o viceversa.

Michele Romano
Accademia di Belle Arti, Catania.




Arriva un momento, nella storia di una città come Noto, che ha la bellezza nel suo codice genetico e un’identità mossa e molteplice, in cui nasce quasi l’urgenza di rendere omaggio a chi questa bellezza ha saputo interpretare e raccontare con la mano sapiente del Maestro, con lo sguardo umile e stupito dell’Uomo che si nutre della ritualità antica di gesti e ritmi per fondare la coscienza di sé quale parte di un Tutto, materno grembo accogliente. A questa stessa certezza visiva ed esistenziale che è la semplice forma delle cose, che è la terra, la madre, la città in cui si nasce e si cresce, si riconduce l’esperienza di ogni vita che proprio da quel luogo, prende le mosse e vi si svolge, lasciando un segno. C’è chi possiede l’eloquenza del segno, la perizia della tecnica, il dono di saper raccontare le storie di tutti. Con questa consapevolezza e nella vibrazione emotiva della gratitudine e dell’amore, nasce la volontà di ospitare nella sala Gagliardi di Palazzo Trigona, la mostra antologica di Carlo La Licata. Ciò che il Maestro ci racconta nelle sue tele riverbera con grande forza nell’immaginario di ogni netino e di ogni siciliano, parlandoci con accenti ora di una malinconica nostalgia, ora velandosi nella contemplazione misteriosa ed estatica di un Sacro nascosto nella evidenza della materia, nella meraviglia dei fiori carnali, nei frutti della natura morbida e feconda, nei volti placidi e distanti delle sue donne intente e mute. Questo è il mondo che Noto porta nel cuore: il seme dell’appartenenza, la ri-conoscenza, quello scoprirsi due volte, in sé e nell’altro, un mondo che solo l’Arte pura può suscitare .


Una città che oggi vede senza più tentennamenti, nel suo patrimonio culturale lo strumento di una crescita e di una evoluzione armoniosa della sua comunità e che, come arco teso si proietta verso orizzonti internazionali di arte e cultura credendo nei valori di nuovo umanesimo, non può non esaltare con orgoglio i propri maestri, presentandoli alle nuove generazioni, costruendo insieme Futuro, nuova fioritura.



Il mio grazie al Maestro La Licata, per essere quel che è.

L’assessore alla Cultura
Cettina Raudino


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INGRESSO LIBERO

foto e locandina in allegato
 
 
 
 

ENGLISH TEXT



A Note from the Artist
The proposal of my first anthological exhibition, made by two close friends, on one hand flattered me, but at the same time, created a kind of restlessnesswithin me.
At my age, having traversed a good stretch of my path in life, I am content justliving in the place where I reside because it provides the essential elements for my work: silence and solitude. Agreeing to this project meant I had to make commitments that disturb my daily rythyms and consume my creative time.
But, listening to an inner voice, I knew that offering the fruit of fifty years of paintingto my city, its residents and guests would be a generous opportunity.
While I was immersed in these thoughts, my gaze rested on the portrait of Corrado Sofia*. I began to converse with him, proposing the idea that for this occasion something written by him would have pleased me. This could only happen if I were to write in his place. And so I did.
Consider this brief text as a letter that comes from the other world (an imagined letter by my friend Corrado Sofia):

*Corrado Sofia. Writer, journalist, producer (1906 - 1997)


I met Carlo La Licata in the 70s. He was a member of the Associazione Arte e Accademiaof which I was president. I had recently returned to Noto and intended to stay there for the rest of my life.
This decision was my biggest step forward when I realized how serious the state of abandon was in my giardino di pietra --in Noto, my garden of stone -- and that there was an urgent need to take care of it. Spurred by a young, enthusiastic group who were sensitive and attentive to the problems of the city (which included Carlo), we organized the first Symposium on Noto which was attended by eminent scholars such as Cesare Brandi and Andre Chastel.
In that context, I came to know the paintings of Carlo La Licata, who at that time had his own small studio in the corner of a large room of his father’s home, where his mother placed le marmellate di mele cotogna, traditional quince jam -- out to dry in the fall. I remember his oil paintings and some works made with pen and ink that evoked certain Persian miniatures.
Our friendship soon strengthened thanks to our shared passion for art and culture, and due to Carlo’s move to the farmer’s cottage next to my home, the villa of Serravento, where I lived for most of the year.
Carlo fixed up the shingles on the roof, whitewashed the walls, had his father install a small wood- burning stove, and in that one-room loft, from the damp earthen terracotta pavement that changed color with every change of season, brought a few things: the easel, his inseparable palette (the one he always used), a table, few chairs; no telephone, no television.
There, in an atmosphere of silence and solitude, he began to live what he referred to as il mio novizato, "my novitiate."
In the height of Spring, after many long years of neglect, the flower bed was placed in front of the house -- a jasmine plant wrapping around grating of the only window,illuminating the corner of the house where the easel was placed. There, like a monk, Carlo sat in front of the canvas and started to move his hand.
Then the painter moved his brush on a chromatic background ofmilky, light tones; on the canvas the color appeared timidly: landscapes and women witha dreamy look, as if they lived in dimension that was almost a fairy-tale.
Over the years, whilst living a Spartan lifestyle, in the company of his beloved books and his faithful dog Stellina, his painting acquired new life and new strength.
At the first warmth of each spring, I left Rome in a hurry and returned to Serravento where I found my friend and a hot meal prepared by him to celebrate my return.
For me it was a return that was always more pleasurable,also because spontaneously a small community was created: the writer and the poet painter. Each time I wrote something I rushed to him to let him read it, and he also showed me his work first: we became "critics" for one another.
One year before I passed away, Carlo, almost obeying a presentiment, decided to go to live in another place. He sought and found a small house near the sanctuary ofLa Madonna della Scala. He knew in his heart that after me Serravento would not be the same, and he felt his “novitiate”was concluded. He wanted to leave that dimension, which had become reassuring and home, for a place further away from the city and more solitary.
He liked to say that he had placed his nest on a higher cliff to see più mondo,“more world.”
I wanted to visit that place one afternoon and I did not know Carlo came to pick me up in his car and took me to see his new house. From the terrace of the house overlooking a small Iblea quarry I heard the brook flowing and birdsong. I remained silent for a while, I contemplated the theatre made of trees and stones, and said only this: qui è tremendo, “here it is tremendous.”


About the Artist
Carlo La Licata was born in Noto in July of 1944. He grew up in working class Noto during the difficult yet fruitful years after the war “when shouting people filled the streets, ready to begin to live again.”
After graduating from the Istituto d’Arte di Siracusa, he began teaching Design and Art History in secondary schools.
The 70swere crucial years for his artistic development. During a trip to Rome, he met a painter who was a lover of antiques and an expert art furniture restorer, and from him he learned the importance of conservation of even minimal artistic heritage of the past.
He wasa member of the Associazione Arte e Accademiathat organized the Symposium on Architecture of Noto in 1977, the first international conference on the state of the baroque city. In this occasion his fellowship with writer Corrado Sofia began.
In the 70s, he alsoheld his first solo art exhibitionin Bologna, and the event had notable success.
In those years there were many events and impromptu exhibitions in the most scenic places of the city, also collectives with emerging local artists such as Enza Minniti , Raffaele Gallo, Gianni Compagni. At the time, these were the only events that enlivened sleepy summer evenings in Noto.
His work later continued with the preparation of exhibitions ofsacred art; recovering vestments, candelabre and censers that were abandoned and buried in sacristies.
From the beginning to the present day, his painting hasevolved: from a first period that he himself calls "chiarista" because it is characterized by the use of light, almost milky colors;to the current style in which his experienceemerges more strongly, characterizing the works with color that is more mellow, more determined.
He lives asecluded, solitary life, in a modest house overlooking the rocky wall of a cave. He devotes himself to painting, poetry, literature andthe exchange of ideas with few friends, never ceasing to express his opinionabout thecity’s challenges.
He likes to call himself apittore contadino, and like a farmer who offers eggs and cheese or bread to the passerby who goes to the countryside, in the same way he passes on his paintings to those who casuallystop in to visit him at his home, and see him painting women (classical or popular), the still life, shelves of books and vases filled with flowers.


ATMOSPHERE.
PICTORIAL LYRICISM AND COLLECTIVEIDENTITY IN THE WORKSOF CARLO LA LICATA.
The genius lociin the narrative chromaticism of the Netin artist Carlo La Licata is hermetically present in this humble sense of the places of the soul, which, according to Hillman is that ethno-anthropological survey that furtivelycaptivates the attentiveviewer, but hides another value, almost philosophical and ancestral, those signs of a distant reality but always present in introspectivememory of the artist between myth and tradition.
Places have a soul, and our task is to find that. Just as in ancient times the most sacred places appearedaurei (encircled by a golden aura) -- a tree, a spring, a well, a mountain, a plateau, the entrance to the lair of a snake -or were surrounded by stones to protect the inner being. In the same way, the work of La Licata internalizes the virtue and ethics of the figure.
The meticulous and Flemish investigation of the object in the work of La Licata, almost a reading of theSicilian daily life, reveals the principles inquiring into those twentieth century plastic values or thatreturn to orderof Sironi and Morandi that lead to a particular objectivity and that at the same De Chirico called, "a look at oneself and at objects that surround one ... in the clear shape of glasses and bottles."
Carlo La Licata looks, observes and admires his Madre Terra, Mother Earth, with a multiple feminine vision: monumentalwomen (Pomona), muse of the passing of time (The Four Seasons), seamstresses, groups of figures in poses of almost mystical prayer in their gestures generate collective identity. His initial coloring is flooded with light and diaphanous transparency, as whispered visions and veiled by a sublime investigation of being and feeling, urban visions of an eighteenth-century Noto bordering a pearly surface, figures that are noted for signs of transparency and not chiaroscuro, almost anautobiographical narrative, evoking places and signs of a familiar experience with mental lyricism.
His chromaticstories reach the sense of a metaphysical vision of reality, his memento mori or the sense of the transience of life are present and result in a timeless art: this is the poetic lyricism of La Licata. The detailed transparency of objects placed with extreme care is not a simple expression of Sicilian folklore, but instead an obsessive Nordic and Mediterraneaninvestigation at the same time; the universalmeaning of life, the random arrangement in space are the crystal clear memories of childhood and the reality lived by the artist of the Val di Noto.
His pictorial language is transmuted into an apparent monochrome of light and matter -- the veiledchiaroscuro transparencies make spacesintimate and familiar places of poetic narrative -- a pictorial lectio that leads us from the Renaissance Neoplatonismto the metaphysics of seeing. Carlo La Licata is a master of signs and distant shades: in this earthly vision of a present experienced where the pictorial object becomes introspective key and leads to thatplace of the places, where the most visible sign of a community or ethnos translates into a timeless vision.
The survey of our artist suggests an almost Franciscan vision of nature and objects, and reveals the essence of placewhere he lives or has lived in the Val di Noto -- from Serravento to the l’Eremo della Scala - and that generatedwithin him silence and emotional sacrifice. From these places, La Licata looks and reads the European cultural reflection with curiosity --from classical myth to twentieth centuryexperimentation -- glimpsed in his fitful search for the self.
Each place that lives and hosts his work wears symbolic meanings and human narratives, moments that translate into dialogues and values of belonging, almost atavistic friendships that lead those who listen and observe to a magical silence. Perhapsthisis the essence of hispictorial mastery: knowing how to guide with silent talestowards far away spells, that poetic sense of life, from the micro to the macrocosm ... or viceversa.

Michele Romano
Accademia di Belle Arti, Catania.
Translated by Renée Restivo


There comes a time, in the history of a city, when the urgency to pay homage to someone arises. The city is Noto with its dynamic and complex identity, where beauty is part of its genetic code. This Painter has been able to interpret this beauty and portray it with a wise and masterful hand , with Man’s gaze full of wonder and humility, nourished by the ancient ritualistic gestures and rhythms instilling a self awareness as part of the Whole, a welcoming maternal womb.
For these same visual and existential certainties that are the simple shape of things, like the earth, the mother, the city where one is born and grows up, we are led back to the experiences of all those who have lived here and have left a trace, all that has taken place. There are those who possess the eloquence of making a mark, the artistic expertise, the gift of being able to tell everyone’s story.
The desire to host a retrospective exhibition of Carlo Licata’s work, in the Gagliardi hall in Palazzo Trigona, came from this awareness and the emotional vibration of love and gratitude. The Painter tells us that his paintings reverberate in the imagination of every local person and every Sicilan with great force. He speaks now of melancholic nostalgia, veiled in the mysterious and ecstatic contemplation of a Sacredness hidden in the existence of matter, in the wonder of fleshy flowers, in nature’s soft and fertile fruits, in the faces of his placid, distant women, who are concentrated and mute.
This is the world that Noto carries in its heart, the seed of belonging, the re-cognition, discovering oneself twice, both in himself and in the other, a world that only pure Art can arouse.

A city that today, without hesitation, sees, in its cultural heritage, a tool for growth and harmonious community development, and as a drawn bow projects itself towards international artistic and cultural horizons, it believes in the value of new humanism and it is unable not to promote their teachers with pride by presenting them to new generations, by building a Future together, and new blossoms.


My thanks to Maestro Licata for being who he is.

The Councillor for Cultural Affairs
Cettina Raudino

Translated by Susan Duncan
 

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MCS - Carmelo Nicastro
via Salvemini,60 - 96017 Noto (SR)  Tel. 0931839735 - Cell. 3207661121
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Dott.ssa Cicciarella Katia
via Plebiscito,14 - 96018 Pachino (SR) Tel. 0931597739 - Cell.3283041882
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Vincenzo Medica   architetto | designer | direttore di scena
Studio Barnum   contemporary
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