In frammenti leggo Pirandello per abitarlo nello specchio e tra le maschere di Pierfranco Bruni

22/mag/2017 09:55:44 FUTURGUERRA Contatta l'autore

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In frammenti leggo Pirandello per abitarlo nello specchio e tra le maschere

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

Ogni scrittore diventa fantasia e sogno. Riduciamo Luigi Pirandello in frammenti? Ebbene, forse. Ci provo. Non è un gioco. È una recita. Si recita a soggetto. Pirandello si presta a questo intreccio. Siamo in teatro. Il teatro è una festa.

La gioia e il dolore. La festa della gioia. La festa del dolore. Andiamo avanti. Vado avanti. Mi guardo nello specchio dell’anima. Nello specchio fatto di vetro. Cosa ci racconta? Io non racconto più!

Leggo. Rileggo. Pirandello mi recita. a volte mi perdo tra i linguaggi e le antropologie di Luigi.

Da ragazzo ero convinto che tutto avesse un senso. Ora che ho superato tutte le età sono sempre più convinto che il senso ha avuto sempre un orizzonte di senso. Mi resta la favola. La favola della vita. Pirandello frammentato mi recita nell’anima. Come Pavese. Come Alvaro. La poesia intrecciata alla metafisica con Maria Zambrano.

Non parlo e non mi interessa discutere su Pirandello. Mi interessa il mio Pirandello.

 

Così.

 

Mia madre è sempre il viaggio accanto e resta il viaggio mio incompiuto. Ascolto: “Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle” (da Colloquii coi personaggi - II  in “Giornale di Sicilia”, 11-12 settembre 1915). “Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà” (da I vecchi e i giovani, 1913). Poi:  “La lealtà è un debito, e il più sacro, verso noi stessi, anche prima che verso gli altri. Tradire è orribile” (da Uno, nessuno e centomila, 1925).

 

 Il doppio nel teatro delle maschere: “Se la caparbietà non è vizio che possa accompagnarsi con l'astuzia, speravo che, negandomela, almeno un po' d'astuzia me la voleste concedere. V'assicuro che mi è molto necessaria! Ma se voi ve la volete tenete tutta per voi...” (da Enrico IV, 1921 - 1922). 

Il riso e l’ironia vivono di umorismo: “I limiti della nostra memoria personale e cosciente non sono limiti assoluti. Di là da quella linea vi sono memorie, vi sono percezioni e ragionamenti. Ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo” (da L’umorismo, 1908).

 

I personaggi diventano ricerca dell’autore…“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai!” (da Sei personaggi in cerca d’autore, 1921).

Il distacco in amore è lontananza e perdita: “Se per un momento mi s'affaccia la certezza che Tu con la mente e col cuore già Ti sei distaccata, e io son diventato ormai uno come un altro, da cui Tu sei lontana e a cui solo di tanto in tanto rivolgi un pensiero o un sentimento alieno; tutto mi muore dentro, mi sento cader l'anima e il fiato, ogni luce si spegne nel mio cervello, e la mano mi casca sulla carta, inerte come una pietra” (da una Lettera a Marta Abba, 10 febbraio 1931).

Nei giganti si vive la metafora della montagna: “Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore” (da I giganti della montagna, 1934). “C'è forse qualcuno laggiù che s'illude di star vivendo la nostra vita; ma non è vero. Nessuno di noi è nel corpo che l'altro ci vede; ma nell'anima che parla chi sa da dove; nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza…” (da I giganti della montagna, 1934).

 

Sempre a soggetto si recita? È proprio vero: “Il poeta s’illude quando crede d’aver trovato la liberazione e raggiunto la quiete fissando per sempre in una forma immutabile la sua opera d’arte. Ha soltanto finito di vivere questa sua opera. La liberazione e la quiete non si hanno se non a costo di finire di vivere” (da Questa sera si recita a soggetto, 1930). “Da quale remota lontananza i miei occhi, quelli che mi par d’avere avuti da bambino, guardano ora, sbarrati dal terrore, senza potersene persuadere, questo viso di vecchio? Io, già vecchio? Così subito? E com’è possibile?” (da Una giornata, 1935).

 

La poesia si fa canto e il giocare si fa un male dell’anima o una ferita d’anima: “O conscio mar di tante egemonie,

conscio di tante lotte, o mar conteso,

Mediterraneo, dammi

dammi l’oblio, l’oblio” (da Mal giocondo, 1889).

 

La rappresentazione è l’immagine. Il cinema attraversa il teatro ma il teatro resta sempre il personaggio: “Bisogna aver occhio a tutto, nella vita…” (da Il turno, 1902). “Devo ancora imparare , che proprio nel momento in cui la logica, combattendo con la passione, crede d’aver acciuffata la vittoria, la passione con manata improvvisa gliela ristrappa, e poi a urtoni, a pedate, la caccia via con tutta la scorta delle sue codate conseguenze” (Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira), 1915 - 1925).

Si vive scavandosi il cuore… Così: “Il guajo è che come ti vedo io, non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te, mi vedo e mi tocco - tu, per come ti vedono gli altri - che diventi? - Un fantasma, caro, un fantasma! - Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in sé stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa....” (Così è, se vi pare, 1917).

 

Ed ora? Viene sempre la sera che annuncia la notte. Pirandello non è solo nel Novecento. È il Novecento che recupera la tradizione e si fa innovazione. Tutto non è detto. Mai sarà detto. In frammenti tutto si recupera…

Bisogna specchiarsi. Specchiandosi si resta maschera.

Le maschere non hanno più bisogno di specchio! Noi diventiamo maschere o restiamo fragili nello specchio? Forse lo specchio ci mostra la fragilità del nostro camminare nell’oblio?


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