SIEFF 2008 Comunicato Stampa martedì (5)

16/set/2008 18.12.53 Istituto Superiore Regionale Etnografico Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA 16 settembre 2008

 

Sardinia International Ethnographic Film Festival”(SIEFF), XIV Rassegna Internazionale di Cinema Etnografico,  organizzata dall’Istituto Superiore Etnografico della Sardegna : seconda giornata di proiezioni con nove documentari in concorso mentre prosegue con successo la programmazione delle repliche dei film  in modalità on demand.

 

Intensa giornata di proiezioni oggi al SIEFF  sui temi della globalizzazione e del cambiamento e sui bambini.

Ha aperto la seconda giornata della Rassegna, nell’auditorium di Via Mereu,  a Nuoro,  alle ore 9,  il film Losers and Winners di Michel Loeken (Germania, 2006).  Per un anno e mezzo i registi hanno osservato lo smantellamento di un gigantesco sito industriale, documentando le storie che ne accompagnano la scomparsa: come gli operai del carbone della regione industriale della Ruhr vivono l’arrivo dei metodi di lavoro dei cinesi, i loro sentimenti nel vedere che l’orgoglio per il loro lavoro svanisce con quella che era stata la fabbrica di carbone più moderna al mondo. Ma il film descrive anche la tensione e i conflitti cui sono soggetti gli operai cinesi durante le loro 60 ore di lavoro settimanali, molto lontani da casa e dalla loro famiglia, presi tra euforia e dubbi per il loro futuro.

La Rassegna ha avuto seguito, in mattinata,  con  la proiezione del primo film della sezione BAMBINI Haloch Hazor (Israele 2007) di Duki Dror.  Film toccante che intreccia sette storie parallele di bambini che vanno e tornano da scuola.

Lo spettatore è testimone dei momenti più intimi – tra genitori e insegnanti; pericolo e curiosità – nei quali si sviluppa il senso di indipendenza del bambino. È una meditazione sulla consapevolezza del bambino, un rito di passaggio che in un batter d’occhio va a dissolversi nell’adolescenza. Side Walk parla del giocoso, stressante, violento, magico e più emozionante viaggio quotidiano della fanciullezza.

Hanno chiuso la sessione dedicata al tema dell’infanzia il  documentario realizzato da Marcin Sauter, “Pierwszy Dzien (Polonia 2007) e Room 11, Ethiopia Hote,  dell’antropologo giapponese Itsushi Kawase (Giappone 2007).

Le proiezioni del mattino  hanno visto inoltre la  speciale  partecipazione degli studenti delle scuole del capoluogo: la sala del Festival ha ospitato duecento alunni delle scuole primarie  del rione di San Pietro.

 

Serata dedicata al tema dell’emigrazione e degli incontri,  con la proiezione di Pïrinop, meu primeiro contato” (Brasile 2007),  film  diretto da Mari Corrêa e Karanè Ikpeng, ambientato in Brasile. Nel 1964 gli Indio Ikpeng ebbero il loro primo contatto con gli uomini bianchi nella vicina regione del fiume Xingu, nello stato brasiliano del Mato Grosso. Minacciati nel loro territorio, furono trasferiti nella Riserva Indiana di Xingu, dove vivono ancora oggi. Gli Ikpeng però soffrono ancora per essere stati esiliati dalla loro terra ancestrale e oggi si battono per riaverla. Mettendo insieme passato e presente, mescolando dolore e umorismo, gli Ikpeng evocano preziosi ricordi di quei momenti recitando episodi che gli Uomini Bianchi non hanno testimoniato con le loro telecamere. Raccontato dal punto di vista degli stessi Indios, questo documentario orienta il nostro sguardo ed offre una nuova prospettiva nella quale i ruoli sono invertiti e noi diventiamo gli altri.

Ha fatto  seguito “La valigia di Tidiane Cuccu”  di Umberto Siotto, Antonio Sanna ( Italia, 2008) . Il documentario racconta la storia di Cheickh Tidiane Djagne, che arrivato dal Senegal, riesce ad integrarsi nella difficile realtà barbaricina. Senza mai negare la sua cultura di provenienza Djagne cerca sempre il dialogo e il confronto diretto, come modello primario di conoscenza fra culture diverse. Parallelamente alla sua storia il documentario racconta e descrive, seppure a brevi tratti anche la figura di Antonio Cuccu, editore e venditore ambulante di libri di poesie e gare poetiche della Sardegna, che con il suo grande lavoro ha favorito la raccolta, la conservazione e la divulgazione a sue spese, di una parte del vasto patrimonio orale della Sardegna.

Hanno chiuso la sessione serale di proiezioni “ Mimoune” del regista Gonzalo Ballester, (Spagna 2006) , che descrive il problema dell’immigrazione illegale tra Marocco e Spagna, e la produzione italiana,   del 2006 e  “Le ferie di Licu” di Vittorio Moroni.  Licu, giovane bengalese immigrato a Roma, dove lavora e appare ben integrato, parte per il Bangladesh per incontrare e sposare la ragazza che i genitori hanno scelto per lui

 

Le proiezioni proseguiranno domani con una nuova sezione tematica: RITUALI E RELIGIONI

 

 PROGRAMMA DELLA GIORNATA   MERCOLEDI’ 17 settembre

 

Il primo lavoro, una produzione italiana del 2007,  “Sotto il cielo di Ahmedabad” di Francesca Lignola, Stefano Resechi.

Ogni anno milioni di piccoli aquiloni da combattimento riempiono di colori il cielo di Ahmedabad. È l’inizio del Makar Sankranti, la festa religiosa induista che nel corso del tempo si è trasformata in una delle più straordinarie competizioni di massa del mondo. Sotto il cielo della grande città industriale dell’India del Nord migliaia di famiglie povere sopravvivono grazie ai soldi ricavati dalla fabbricazione degli aquiloni. Ma che fine fanno i tanti aquiloni caduti a terra durante i combattimenti aerei? Per saperlo basta guardare il mondo della festa attraverso gli occhi dei bambini di strada, i piccoli fuori casta per i quali il cielo sembra essere ancora oggi inaccessibile.

 

Seguirà il film girato in Etiopia Morokapel’s Feast. The Story of a Kara Hunting Ritual diretto da Steffen Köhn, Felix Girke ( Germania , 2007).

Questo film racconta la storia di una battuta di caccia e le sue ripercussioni nella terra dei Kara, nella bassa valle Orno, in Etiopia. Morokapel, un giovane del villaggio Chellehte, è riuscito a uccidere un leopardo che attaccava il suo bestiame, con una trappola fatta da sé. Egli consegna la magnifica pelle di leopardo al fratello di sua madre, Samo, nel villaggio Labuk, il quale allora celebra per lui un rituale per la caccia, una festa, che attribuisce a Morokapel fama e un nuovo stato sociale. Il regista segue Morokapel e i suoi compagni durante queste feste, che prendono una svolta sorprendente la mattina dopo la cerimonia quando scoppia una discussione nella quale i sostenitori di Morokapel cercano di negare a Samo il diritto al prezioso trofeo piegando e reinterpretando le regole del rituale. Attraverso questo, il film mostra come anche i riti tradizionali, apparentemente elementi molto statici della vita sociale, possono essere manipolati per interessi economici e per interessi tattici di individui/individuali. Indicando queste ambiguità culturali, il regista cerca di trattare questo incontro etnografico in modo riflessivo e trasparente.

 

Si prosegue con la proiezione del  film diretto da Rossella Schillaci,  Vjesh/Canto”, una produzione italiana del 2007. *

 

    Le donne di San Costantino e San Paolo Albanese, in Basilicata, cantano con la loro voce acuta e lacerata. Cantano gli antichi “vjeshet”, tramandati di madre in figlia, che raccontano la fuga degli albanesi rifugiatisi nell’Italia meridionale cinque secoli fa. Ma sono anche sfoghi di donne, che per alleviare la fatica del lavoro nei campi “gettavano” canti da una collina all’altra. Nel 1954, l’antropologo Ernesto De Martino organizzò una spedizione nell’entroterra lucano, registrando i “vjeshet”. Ora le donne raccontano con ironia come 40 anni dopo sono loro ad aver viaggiato per tutta l’Italia per fare concerti, andando anche in Francia e in Albania. Il documentario mostra la vita in questi due paesi, il rapporto tra individui e tradizioni, alcune ancora sentite e tramandate, altre subite ed odiate. Storie di donne coraggiose e ironiche, storie di emigrazioni e di ritorni raccontate nell’arco di un’estate, attraverso incontri semplici e quotidiani che svelano i ricordi, le gioie e le durezze della vita di ognuna di loro.

- La proiezione avverrà alla presenza dell’autrice –

 

* La proiezione del documentario Ngat Is Dead: Studying Mortuary Traditions di Christian Suhr Nielse, inclusa nel  programma per la giornata di oggi,  è stata posticipata a venerdì19 Settembre.

 

 

 

Prevista la presenza dell’autrice anche per il documentario ambientato in Indonesia When The Sun Rises: a Toraja Priest of The Ancestral Way”(Regno Unito, 2007), di Roxana Waterson.

 

Tato’ Dena’ è un prete speciale del Aluk To Dolo / Via degli antenati, la religione indigena del popolo Sa’dan Toraja in Indonesia. Ha il titolo di To Minaa Sando, e celebra particolarmente i Riti dell’Est, quelli che hanno a che fare con la vita e la fertilità (opposti ai riti funebri, i Riti dell’Ovest). Conosce a memoria un vasto repertorio di poesia rituale, miti e conoscenza genealogica. A Tana Toraja il ritmo di conversione al cristianesimo è diventato più veloce in queste ultime decadi, al punto che oggi forse meno del 5% crede ancora nel Aluk To Dolo. Il film è un ritratto di Tato’ Dena’, ma il problema più grande che pone è se questa religione possa sopravvivere. Ci sarà un successore di Tato’ Dena’, o andrà persa la sua conoscenza poetica? Il film, risultato delle amicizie createsi dall’autrice in 30 anni di lavoro sul campo, coglie un certo momento del declino di una religione indigena che fronteggia la conversione alle religioni del mondo sotto la pressione della modernità: un esempio particolare di un fenomeno che è avvenuto in tutto il mondo come conseguenza della colonizzazione europea e la continua globalizzazione dell’oggi post coloniale.

 

 

La programmazione serale ha seguito con la sezione DOPO LA GUERRA CONFLITTI INIMICIZIE. 

 

Da avvio alla programmazione serale il documentario Yoel, Yisrael V'ha Pashkavilim“,  della regista dalle origini israeliane Lina Chaplin.

 Israel Kletzkin possiede una tipografia ed ha scritto e stampato centinaia e migliaia di pashkavils (manifesti). Yoel Krause li raccoglie da 20 anni e ne possiede oltre 20.000. Yoel è il rappresentante più autentico dei Neturei Karta (guardiani della città), la corrente radicale antisionista ultra-ortodossa. Non ha alcun documento di identità israeliano, nessuna assistenza sociale e nessun contatto con lo Stato. Ha 34 anni e vive in un monolocale. Ha 9 figli e con sua moglie Rachel conta di averne 22. Yoel non mangia cibo “sionista”. Rachel sforna il pane ed ha la propria mucca per non comprare il latte da latterie israeliane. Per lui i sionisti sono la fonte di tutti i mali. La telecamera si è mossa per penetrare, per la prima volta, nei momenti privati e intimi e per farli veramente conoscere. Israel è diverso, così diverso che presentò persino un’offerta e divenne l’attacchino ufficiale della città di Gerusalemme. Israel è carismatico, talentuoso, un burlone e un astuto uomo d’affari che insiste nel condurre la vita a suo piacere, avendo egli idee chiare. È diventato un ovvio obiettivo per i radicali che gli hanno dichiarato guerra davanti alla telecamera. Entrambi sono credenti che non scenderanno a compromessi rispetto al loro modo di vivere la vita.

 

 “Å Leve i et Minefelt è il titolo del documentario realizzato dall’autore norvegese

Marit Gjertsen nel 2006.

An Vi (40 anni) vive a Somloth, un piccolo villaggio in Cambogia. È l’unica a sostentare le sue otto figlie dopo che il marito morì mentre lavorava nei boschi. Per procurare il cibo a sé stessa e alle sue bambine ha iniziato a coltivare della terra che lei sa piena di mine. Se An Vi muore anche le figlie sono spacciate, ma An non ha altra scelta: “in questo paese devi farlo da sola. Se hai paura o te ne stai a casa, non avrai cibo da dare ai tuoi figli”. Ry Sok (26) viene colpito da ciò che An Vi teme: ha messo il piede su una mina mentre ripuliva il campo seminato da poco. Incontriamo Ry Sok mentre viene disteso sul cassone di un camioncino e riceve le prime cure da Heng del Servizio Sanitario. Ry Sok sopravvive, ma perde una gamba. La sua vita viene sconvolta. Ry è fidanzato e sta per sposarsi, ma con una gamba sola non può provvedere al sostentamento della famiglia, e la fidanzata lo lascia. Ma il destino è mutevole e Ry finisce per trovarsi in una situazione molto migliore di quella in cui si trovava prima dell’incidente. Il regista Marit Gjertsen nel corso di 4 anni ha continuamente visitato An Vi e Ry Sok a Somloth. Gjertsen ha vissuto nel villaggio e ha stabilito stretti legami con la gente. Il film racconta da vicino la storia drammatica di come si vive in un campo minato. La Cambogia ha uno dei numeri più alti di vittime al mondo per esplosione di mine. Quasi cinquanta mila Cambogiani sono rimasti feriti o uccisi da mine. La guerra è finita, ma ancora circa un migliaio di persone sono uccise o ferite dalle mine ogni anno.

“Prima che iniziassi questo film, credevo che le mine venissero sistemate in campi minati circoscritti. Pensavo che la gente alla fine li avrebbe evitati. Ora so che le mine sono collocate nei boschi e nelle montagne, nei fiumi e nell’acqua, nei sentieri che la gente usa ogni giorno ed anche nei campi. Tutte le zone di cui si ha bisogno per sopravvivere sono coperte da mine.

(Marit Gjertsen)

 

A  fine serata,  il  documentario narrato da Yoav Shamir, “Flipping Out”(Israele, 2007.

Dopo tre anni di servizio militare obbligatorio molti giovani israeliani usano l’assegno del congedo per volare in India. Là, la maggioranza di essi fa uso di droghe. Come conseguenza ogni anno circa 2.000 di questi giovani ha bisogno dell’aiuto di specialisti. L’espressione più comune per indicare questo fenomeno è “flipping-out” (perdita di controllo). Girato in un periodo di due anni, il lavoro del regista Yoav Shamir (Checkpoints) segue la pista dei flipping-out israeliani, gran parte di età inferiore ai 25 anni. I viaggiatori, come anche il dispiegamento di personaggi che giocano diversi ruoli nel trattare il fenomeno, sono tutti parte di uno strano mondo diventato una fermata obbligatoria nel processo di maturazione dei giovani israeliani. Insieme, essi raccontano una storia tragicomica di una intera società che è forse fuori controllo.

 

 

I lavori  riprenderanno alle 21.00 con la proiezione dei film compresi nella  sezione DOPO LA GUERRA CONFLITTI INIMICIZIE.

 

E’ stato diretto dal regista belga Dan Alexe “Cabale à Kaboul”, film ambientato in Afhanistan. Zabulon e Isaac sono gli ultimi due ebrei rimasti in Afghanistan. Pur condividendo il cortile della vecchia sinagoga di Kabul per più di 10 anni, ciascuno si è trincerato in una parte dell’edificio, con un incomparabile odio reciproco. Al piano terra, il vecchio Isaac vive poveramente vendendo i suoi amuleti cabalistici e altri talismani ai suoi vicini musulmani. Al piano di sopra seduto sul suo trono nel balcone, Zabulon, più opulento, nei suoi stanchi cinquanta anni, mercanteggia con gli stessi Afghani per il suo vino prodotto illegalmente. La ragione di questo odio, benché non ancora chiara, apparentemente risale ai tempi dei Talebani, che avevano tollerato la loro presenza. Una “clemenza”; ognuno accusa l’altro di aver colluso con il nemico. Secondo Zabulon, Isaac si era convertito all’Islam. Perché mai verrebbe chiamato “Mollah Isaac”? Di Zabulon si diceva avesse corrotto i vicini con i suoi favori finanziari ed enologici. Piuttosto irreale, Cabale a Kabul affronta i rapporti tra musulmani ed ebrei in modo inatteso. Messo in mezzo ai due uomini, con i quali condivide a turno la tavola - cosa che in qualche modo è causa di rimbrotti -, il regista costruisce una tragicommedia, un richiamo contemporaneo alle leggende bibliche. Isaac e Zabulon combattono per la loro legittimità ebrea e per l’attenzione del regista. Quest’ultimo parla la loro lingua e li conosce da lungo tempo - ha già dedicato loro un film, le cui bobine sono state rubate. Grazie a questa familiarità, Dan Alexe riesce a costruire una storia, dichiaratamente crudele, visto che i due protagonisti non si risparmiano perfidia e sarcasmo, ma infarcita di scene comiche e ilari come quando Zabulon nella prima apparizione con voce fuori campo, rovescia un’esplosione di insulti verso Isaac, perfezionato da un “triple goy” molto poco ortodosso.

La proiezione avverrà alla presenza dell’autore –

 

La programmazione di mercoledì  si conclude con il film Razvod po Albanski della regista bulgara Adela Peeva, già vincitrice del premio Grazia Deledda per il miglior film  nell’edizione del SIEFF 2006.

Questa storia d’amore e di separazione si svolge nel mondo surreale dell’Albania comunista degli anni sessanta. Come raccontano molti sopravissuti di questo periodo straordinario, Divorce Albanian Style (Divorzio all’Albanese) rivela l’esperienza di molte migliaia di famiglie che furono costrette a separarsi dal regime totalitario di Enver Hodja, il dittatore europeo rimasto al potere per il periodo più lungo nel 20° secolo. Quasi al culmine della sua mania, nel 1961 Enver Hodja ruppe le relazioni con l’Unione Sovietica. Gli Albanesi sposati con donne straniere furono costretti dallo stato a separarsi dalle loro mogli – donne provenienti da ogni parte dell’Europa dell’Est – che furono di conseguenza espulse. La motivazione ufficiale fu l’accusa di spionaggio. Hodja creò subito un meccanismo per trattare chi si rifiutava di andare via. La polizia segreta addestrata dal KGB raccoglieva “prove”, impiegati di basso livello divennero “investigatori”, falegnami si trasformarono in accusatori e i campi di lavoro furono ampliati. Le donne che rimasero - e i loro mariti - trascorsero anni in prigione. L’ultimo prigioniero fu liberato nel 1987. Divorce Albanian Style racconta la storia di tre di queste coppie, dei funzionari di partito e degli ufficiali dei servizi segreti che cambiarono la loro vita per sempre.

 

 

 

 

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