Lillo D'Agostino chef al Convento San Michele

11/mar/2009 20.46.51 Olga Chieffi Contatta l'autore

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La cucina ispano-napoletana di Emilio “Lillo” D’Agostino
Venerdì 13 alle ore 20,30 “Quello che passa al Convento” secondo appuntamento con la divertente sezione “Si cucine cumme vogl’i’(o)”
Venerdì 13 marzo, alle ore 20,30 secondo appuntamento del programma enogastronomico della seconda edizione di “Quello che passa al convento”, promossa dal Convivio delle Arti dei Rozzi e degli Accordati, presieduto da Vito Puglia, con il contributo del Comune e dell’Ente Provinciale del Turismo di Salerno, del Pastificio Amato, della Centrale del Latte e di SalernoEnergia e la collaborazione della web radio Unis@und, ospite di Marco De Simone gestore del Convento di San Michele. Con “Si cucine cumme vogl'i’(o)”, curato da Vito Puglia, ispirato dalla raccolta postuma di ricette di Eduardo, la cucina viene presentata come l’espressione culturale che meglio di ogni altra racconta il carattere, lo spirito, il modo di vivere di un popolo o di una comunità, un’epoca. Da questo l’ assunto: in ogni persona colta e sensibile si annida un cuoco. Cucina mediterranea con Napoli a fare da capitale del mare Nostrum, guardando alla Spagna, per il professore Emilio “Lillo” D’Agostino, docente di linguistica generale e glottologia del nostro ateneo, che si cimenterà ai fornelli, ospite di Vito Puglia, venerdì sera. L’aperitivo sarà un omaggio a quei gioielli gastronomici che sono veri e propri strumenti di seduzione del palato, ovvero “Tapas” e “Pinchos”, aperitivi culinari, inventati il primo a Siviglia, capitale dell’Andalusia, e l’altro nei Paesi Baschi. La parola “tapa” deriva dal verbo “tapar”, ossia coprire; questo perché anticamente nelle locande andaluse veniva servito il boccale di vino “tapado”, ovvero coperto con una fetta di prosciutto, salame o formaggio, per evitare, fra le altre cose, che vi potessero cadere dentro insetti o altro. La tradizione imponeva la visita di 14 tra bar e taverne, all’uscita del lavoro, prima dei pasti, e il consumo di altrettante tapas. Nei Paesi Baschi, invece, sono i “Pinchos” a dominare la scena, sempre con le stesse caratteristiche di appetitosi assaggi. Qui i pinchos si consumano nelle “tascas”, tipiche taverne basche, che all’ora giusta si animano di vassoi colmi di delizie, accompagnate dal tradizionale vino bianco al sidro chiamato “chacolie”. Se le tapas verranno servite al bar, una volta seduti, si procederà, con tre assaggi di pasta, ispirata alla tradizione napoletana, tra cui il piatto forte saranno  paccheri di Gragnano con ragout di Baccalà, mentre per il secondo Lillo D’Agostino proporrà un coniglio farcito, di particolare impegno e un dolce a sorpresa, il tutto innaffiato dal top di vini lucani e campani. La cucina di Lillo D’Agostino sarà “porosa” come le sue due città d’elezione, Napoli e Barcellona – per dirla con Benjamin -, hanno assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo loro stesse. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da tradizioni appartenenti ad altre culture, tutto ciò che definiamo napoletano e spagnolo è riuscito a conservare un proprio codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che lo rende inconfondibile, come una lingua perduta, della quale abbiamo forse dimenticato il senso e serbato soltanto l’armonia, una reminiscenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo.
 
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