LUCA BERTI, PRESIDENTE SSA, SUI PROBLEMI DELL'INDUSTRIA AD AREZZO

23/mar/2017 11:31:49 tognak Contatta l'autore

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È primavera, tempo di Industria ad Arezzo

 

 

LUCA BERTI, DALL’AUDITORIUM DUCCI, LANCIA LA QUESTIONE DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE DI AREZZO, CON TIZIANA NOCENTINI.

Luca Berti, Presidente della Società Storica Aretina, Direttore di “Notizie di Storia” e molti altri titoli che adesso tralascio, ha presentato, nel pomeriggio del 21 marzo, all’Auditorium Ducci già carceri medievali sotto la torre del Comune, in Piazza della Libertà, la studiosa Tiziana Nocentini che ha ripercorso le vicende della gloriosa AREZZO INDUSTRIALE, partendo dalle oltre 70 filande a vapore ottocentesche, per arrivare a Sacfem, Bastanzetti, Unoaerre, Lebole, Ingram, Marconi, Prada, Ceia.

Luca Berti ha poi moderato gli interventi dal pubblico contro la deindustrializzazione e il modo in cui è stata attuata ad Arezzo, contestualizzando ed aprendo a prospettive nuove.

Gli ex Sacfem sono stati i più ad intervenire assieme alla professoressa De Giudici: Poponcini, che ha ricordato come i metallurgici costruttori di treni e rotaie, svolgessero anche lavori socialmente utili  come la verniciatura delle cancellate dello stadio. Nemmeno una commissione da 6 miliardi, in Sud Africa, ha potuto evitare la chiusura del Fabbricone strangolato dalla speculazione edilizia. Da una costola Sacfem, è nata Ceia di Manneschi, così come dalla UnoAR si è generato il distretto orafo degli operai che diventano imprenditori.

Il Dott. Cherubini ha evidenziato che Sacfem avrebbe dovuto competere sulla qualità, non inseguendo l’abbassamento selvaggio dei costi perseguito dalle Tigri orientali.

L'ingegner Rupi ha citato uno studio dell’Università di Zurigo, sui Comparti Economici, che boccia l’area vasta Siena – Arezzo – Grosseto, la quale tra l’altro ha portato a Siena la lavorazione delle uniformi militari che era prerogativa di Arezzo sin dai tempi del Granduca.

Il futuro sono le famiglie aretine che sono rimaste sul nostro territorio, lavorando anonimamente ma profittevolmente per griffes quali Gucci, Prada, Dolce e Gabbana made in Arezzo: meno occupati, più valore aggiunto, in attesa di un nuovo boom economico che faccia riemergere il vasto saper fare tradizionale, tipico della nostra gente, dai meccanici ai dirigenti. (Luca Tognaccini).

 

 

È primavera, tempo di Industria.

 

 

LUCA BERTI, DALL’AUDITORIUM DUCCI, LANCIA LA QUESTIONE DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE DI AREZZO, CON TIZIANA NOCENTINI.

Luca Berti, Presidente della Società Storica Aretina, Direttore di “Notizie di Storia” e molti altri titoli che adesso tralascio, ha presentato, nel pomeriggio del 21 marzo, all’Auditorium Ducci già carceri medievali sotto la torre del Comune, in Piazza della Libertà, la studiosa Tiziana Nocentini che ha ripercorso le vicende della gloriosa AREZZO INDUSTRIALE, partendo dalle oltre 70 filande a vapore ottocentesche, per arrivare a Sacfem, Bastanzetti, UnoAR, Lebole, Ingram, Marconi, Prada, Ceia.

 

Luca Berti ha poi moderato gli interventi dal pubblico contro la deindustrializzazione e il modo in cui è stata attuata ad Arezzo, contestualizzando ed aprendo a prospettive nuove.

Gli ex Sacfem sono stati i più ad intervenire: Poponcini, Sacchetti Giorgio che ha ricordato come i metallurgici costruttori di treni e rotaie, svolgessero anche lavori socialmente utili  come la verniciatura delle cancellate dello stadio. Nemmeno una commissione da 6 miliardi, in Sud Africa, ha potuto evitare la chiusura del Fabbricone strangolato dalla speculazione edilizia. Da una costola sacre, è nata Ceia di Manneschi, così come dalla UnoAR si è generato il distretto orafo degli operai che diventano imprenditori.

Il Dott. Cherubini ha evidenziato che Sacfem avrebbe dovuto competere sulla qualità, non inseguendo l’abbassamento selvaggio dei costi perseguito dalle Tigri orientali.

Il Prof. Marchetti ha citato 8uno studio dell’Università di Zurigo, sui Comparti Economici, che boccia l’area vasta Siena – Arezzo – Grosseto, la quale tra l’altro ha portato a Siena la lavorazione delle uniformi militari che era prerogativa di Arezzo sin dai tempi del Granduca.

Il futuro sono le famiglie aretine che sono rimaste sul nostro territorio, lavorando anonimamente ma profittevolmente per griffes quali Gucci, Prada, Dolce e Gabbana made in Arezzo: meno occupati, più valore aggiunto, in attesa di un nuovo boom economico che faccia riemergere il vasto saper fare tradizionale, tipico della nostra gente, dai meccanici ai dirigenti.

Anche se Sacfem, Lebole e Buitoni prima maniera sono oramai archeologia industriale, le piccole imprese loro figlie sono oramai legione. Arezzo è oggi una città che conta ben 45mila aziende al suo attivo, concentrate nei settori trainanti oro-moda-pelletteria, purtroppo sempre meno rivolte al mercato interno in crisi, sempre più export-oriented. Agricoltura, manifattura, commercio servizi: tutti i settori sono ben rappresentati nel registro delle imprese aretine; e se anche il tasso ufficiale di disoccupazione sale al 9,3%, i nostri migliori diplomati trovano subito lavoro e gli altri entro due anni dal termine degli studi ed il 10% della popolazione attiva in Provincia lavora solo per le esportazioni. Il culmine delle aziende orafe è stato raggiunto nel 2002 con 1697 unità, quando l’oro di Arezzo conquista l’Europa ed inizia ad affacciarsi su Hong Kong e Usa. Delle 45mila odierne complessive, 13mila aziende lavorano soprattutto attraverso new industries specializzate in Alta teconologia,Informatica, Fibre ottiche, Sistemi di sicurezza; 24mila si occupano di Artigianato, Commercio e Servizi, Turismo; 6mila si occupano di Agricoltura ed Agriturismo.

Innovazione e qualità sono le parole chiave del momento, quando vengono abbandonati settori maturi ma stanchi, per affrontare il rischio del nuovo nei campi strategici della Bellezza, del Design, del packaging.

La manifattura resta il settore principale per valore aggiunto, e molti servizi sono tali in quanto lavorano per il manifatturiero, con l’industria ancora saldamente al primo posto del reddito aretino.

Oreficeria e moda fanno sì che la provincia sia una delle prime in Italia per il reddito prodotto pro capite nell’export dai 344mila abitanti. Molte nuove imprese sono state create da dipendenti che, perso il lavoro, non si sono persi d’animo, mettendosi in proprio. Anche l’agricoltura, in calo dal dopoguerra e durante la Ricostruzione, recupera terreno per tecniche migliori e scelta di prodotti richiesti dalla fascia alta di mercato: pasta e pasticceria oltre ai soliti vino ed olio. Anche l’industria, in difficoltà dagli anni Novanta per quantità e numero di imprese, cambia pelle e si lancia nel nuovo settore di punta della pelletteria, ristrutturandosi riguardo a oro e moda rispetto alle esigenze dei mercati facoltosi statunitensi ed orientali. Il vecchio tessile ha scelto intelligentemente di non competere sui prodotti seriali di massa con la manodopera sfruttata del terzo mondo, lavorando  anonimamente ma profittevolmente per griffes come Prada, Gucci, Dolce e Gabbana.

Pelletteria e grossi marchi, meccanica dall’oreficeria, metaldetectors Ceia famosi in tutto il mondo completati dall’opera di giovani laureati come Enrico Bondi che sviluppano software capaci di interpretare i movimenti del terrorista armato di cintura esplosiva e di bloccarlo anche se riesce a passare il controllo metallico, pannelli elettrici e fotovoltaici di ultima generazione in Valdarno dove alla Powerone i nuovi operai sono diplomati che ne sanno quasi quanto un ingegnere nel proprio settore. E poi i servizi per il turismo con numeri da capogiro, 402mila arrivi, 1,23 milioni di presenze, una manna per ristorazione, alloggio, agriturismi.

L’Ipercoop milanese si riduce e torna ad essere coop, mentre collassano gli esercizi di vicinato e vince la grande distribuzione in franchising. Il commercio si specializza, le scuole superiori lavorano anche per formare le nuove tipologie professionali richieste, anche se la scuola punta prima alla formazione dell’uomo maturo e del cittadino e dopo a quella del lavoratore, introducendo le nuove eccellenze nei comitati tecnico-scientifici che spiegano al collegio-docenti come sta cambiando e dove andrà nei prossimi anni il vasto mondo della produzione industriale. Intanto le aziende si contendono i neodiplomati nella ristorazione e nella vendita commerciale (60% dei nuovi assunti), mentre i laureati sono meno richiesti e devono emigrare creando il penoso fenomeno della fuga dei cervelli che fa evolvere il quaternario avanzato in paesi che ci superano grazie all’intelligenza italiana nel mondo. Contenuti di creatività sono comunque garantiti anche dai nostri diplomati, la scuola è oggi molto più difficile e complessa di quella del secolo scorso.

 

 

(Luca Tognaccini).

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