PER LA MORTE DI UN PICCOLO INNOCENTE

24/nov/2010 13.11.14 STUDIO 254 Contatta l'autore

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PER LA MORTE DI UN PICCOLO INNOCENTE



di Cesare Lanza

Ieri è stato un giorno molto triste, doloroso. Ci ha lasciato un bimbo, Alessio, di poco più di due mesi di vita. Sono andato al suo, straziante, funerale. La mamma, Elisa, è una donna forte, coraggiosa, generosa - che stimo e ammiro dal primo giorno in cui l'ho vista al lavoro. Il suo sogno era di poter diventare madre. Nel mio pessimismo globale ho scritto tante volte che Il destino è privo di un comprensibile senso e colpisce spesso,e a caso, con atroci cattiverie, le persone più oneste e innocenti. Questo destino, incomprensibile, ha portato via ad Elisa il suo piccolo, dopo settanta giorni di torturanti e disperate terapie. Elisa e il papà, Marco, non hanno avuto la gioia di poter tenerlo in braccio neanche un minuto. Per settanta terribili giorni Elisa ha vissuto in ospedale, sostenuta dalla possibilità di guardare il figlio da dietro un vetro. Non ho avuto il coraggio di andare a farle visita. Purtroppo il dolore mi fa paura, mi appare - sempre - come un'ingiustizia insopportabile.

Ieri, in questo giorno tanto triste, mi sono fatto coraggio e sono andato nella camera mortuaria dell'ospedale Fatebenefratelli, all'Isola Tiberina. Intorno a me, visi stravolti dalla commozione, di parenti e amici. Uno sgarbato inserviente (voglio, a fatica, giustificarlo, pensando al suo duro lavoro) sollecitava a voce alta, e con parole inopportune, la chiusura della piccola bara bianca. La madre voleva ritardare il più possibile questo momento, il più terribile, quello definitivo. Il papà è intervenuto con educata fermezza ed è riuscito ad allontanare per qualche minuto l'inserviente. E così ho guardato il bimbo. Mi è sembrato che un lieve sorriso gli illuminasse il viso, come se volesse e potesse perdonare noi tutti. Un bambolino, ecco, un bambolino piccolo piccolo, con il capo coperto da un cappellino di lana. Non potrò mai dimenticare quel faccino dolce, tenero. Come raramente - se si prescinde dall'enfasi e dall'entusiasmo delle famiglie- oggettivamente si può dire di un qualsiasi neonato. Incantevole. Bellissimo.

Mi sono sentito una nullità e ho provato qualcosa di molto simile alla vergogna di me stesso. Perchè quante volte ho scherzato, in maniera istintiva, superficiale, sulla morte! E quante volte sulla mia morte ho scherzato per stupidità, voglia di futile comicità, o per il piacere sciocco di inventare e dire una battuta. Ho giocato spesso con le parole, pensando alla prospettiva della mia morte...immaginandomi da morto... ed eccomi ancora qui: vecchio, logoro, malato, pesante, inutile, e pur tuttavia vivo, con i piedi affondati nella volgarità e nelle urgenze dell'esistenza quotidiana, e con un'anima, la mia anima, che mi sento di poter definire pulita, ma imbrattata e consunta anche da macchie grigie e nere, peccati ed errori senza riflessione, comportamenti frivoli, immaturi e incompiuti, attimi fuggenti di felicità incompresa e polverizzata, e tante possibilità, sciupate, di una più ragionevole e meditata, sapiente coscienza.
Eccola qui, invece, la morte. Era davanti a me la morte vera, non quella ipotizzata ed esorcizzata, non quella fantasticata e retorica: ecco il quadro desolante di una morte vera e brutale, inesorabile, inarrestabile. La morte di un pupino innocente, obbligato chissà perchè a rappresentarne il simbolo dell'insensatezza.

Mi sono sentito, io come certamente tanti altri in quel momento, immeritevole di poter vivere al posto suo. Penso che non ci sia perfidia più grande, da parte di chi ha inventato questa vita per noi, di consentire che un figlio possa morire prima dei suoi genitori.

In chiesa, tanti palloncini colorati tesi verso il soffitto, davanti alla bara bianca, ingentilivano poeticamente la cerimonia. Il sacerdote ha detto parole rituali, che non riuscivano certo a scalfire la sensibilità di chi non ha la fortuna di credere in una qualsiasi divinità e diffida di qualsiasi religione, ma forse, nel distacco terreno da Alessio, erano parole che non riuscivano neanche ad avvicinarsi ai sentimenti pietosi di chi crede in Dio, di fronte a un evento di impossibile accettazione, comunque, per tutti gli umani. Mi interrogavo come sempre sulla superfluità di questa ritualità. Quand'ecco che Marco, che certamente è credente, ci ha invitato ad una preghiera dettata dal cuore, con parole di valore universale: sull'amicizia, la solidarietà, il dolore, la sofferenza, il rispetto degli altri, la gratitudine per i medici che hanno lottato contro l'impossibile, la forza della speranza, l'amarezza delle illusioni perdute (quegli accenni alla vita che avrebbe voluto condividere con Alessio, dedicandosi alla sua educazione!), le parole di amore per la compagna. Parole semplici e vere, immagini toccanti. Abbiamo pianto tutti.

Tra poco sarà Natale e la casa di Marco ed Elisa, secondo una pur minima equità e normalità di vita, avrebbe potuto e dovuto essere rallegrata dalla presenza di un bambino vitale e giocoso. Marco ed Elisa avvertiranno duramente questa mancanza. Ma io spero, almeno questo spero, che avvertano anche l'affetto e la solidarietà, che, purtroppo, di fronte all'ineluttabilità, è solo, e tutto, ciò che possono offrire quelli che sono loro vicini. Spero che la vita futura, con un debito così pesante verso tutti e due, riesca ad alleviare il loro dolore, oggi inconsolabile. E spero che nella sua innocenza Alessio, che certamente con il suo spirito continuerà a vivere - almeno così io credo, ma senza alcuna sudditanza religiosa - possa avere non solo misericordia verso il male di questo mondo, ma anche pietà verso chi, se dovesse esistere, ha consentito che questo male gli fosse inflitto.


24-11-10

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