Perché una bella immagine non fa un Graphic Designer

06/giu/2014 17.28.28 Digitcom Contatta l'autore

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Si dice che la comunicazione imparziale non esista: la narrazione implica sempre un personale punto di vista.
Apparentemente questa regola sembra ormai piuttosto “digerita” nel mondo giornalistico, ma è certamente ancora poco compresa nel mondo delle immagini.

Un’immagine – per quanto possa essere ritoccata digitalmente – risponde alla logica del “ciò che riesco a vedere, allora è vero”, in parole povere crediamo a quello che vediamo, e quindi diamo più fiducia ad una foto che ad un racconto o un articolo.
Questo perché tra le regole basilari che guidano il nostro agire, ci sono le esperienze fatte attraverso i cinque sensi: uno dei quali è, appunto, la vista.

Riconosciamo ciò che è buono da un profumo, da uno sguardo, da un tocco e da un rumore: un’operazione semplice, apparentemente automatica, che però nel corso del tempo si è affinata ad un livello talmente alto che la nostra attenzione si sveglia solo quando vengono solleticate alcune determinate corde di nostro interesse.

Questo dovrebbe farci capire che la comunicazione visiva non consta solo nel produrre una “bella immagine” ma molto di più. Innanzitutto consiste in uno studio approfondito del target a cui vogliamo rivolgerci: chi è? Cosa possiamo proporgli? Cosa lo interessa? Cosa lo incuriosisce? Una volta risposto a queste domande andremo a creare l’immagine che sia in grado di  veicolare il nostro messaggio nella maniera più corretta.

Immuni ai sensazionalismi, un’immagine ci salverà

Fino a qualche tempo fa valeva il motto “basta che se ne parli” poi, un po’ come tutte le regole, anche questa è diventata una consuetudine, rendendoci tutti quanti immuni ai sensazionalismi, alle trovate controcorrente e simili.
Teorie non così lontane da noi nel tempo (Gestalt), pongono le basi per capire quali sono i meccanismi della percezione visiva, elencandone alcuni principi: buona forma, prossimità, somiglianza, buona continuità, destino comune, figura-sfondo, movimento indotto, pregnanza. Ma cosa vogliono esattamente dire queste cose?

Tendiamo a riconoscere immagini semplici, percepiamo come unico insieme gli elementi che sono disposti vicini, raggruppiamo gli elementi simmetrici e quelli che vanno nella stessa direzione, leggendoli come gruppo. Le forme quando sono chiuse si risolvono in loro stesse, non divenendo quindi elementi di sfondo.

Un Graphic Designer accorto dovrà quindi dosare bene gli elementi che inserisce nella composizione, pena il vano tentativo di raggiungere e stimolare l’interesse (e l’azione) del fruitore dell’immagine.
Non si dovrebbe infine mai dimenticare, che le persone percepiscono le nostre immagini filtrandole attraverso il proprio vissuto, la propria cultura, il proprio ceto sociale, la propria provenienza e, non per ultima, la propria sensibilità: queste sono le ragioni che dovrebbero spingere una qualsiasi organizzazione a valutare bene in che mani affidare un compito così delicato. Con l’immagine del proprio brand non si scherza, improvvisarla crea solo danni, come truccarsi e vestirsi senza guardarsi allo specchio prima di uscire.

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