Tutto quello che devi sapere sul contratto di franchising

24/mar/2016 11.10.40 lavoroefranchising Contatta l'autore

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Chi vuole mettersi in proprio e vuole gestire un business con le proprie mani, in genere deve intraprendere la strada del rischio. In fondo, la stessa parola “impresa” giustifica l’esistenza del rischio e della piena responsabilità di chi si accolla l’onere di fare tutto di testa sua, sfruttando i propri talenti. Il mercato del lavoro offre diverse opportunità: si può scegliere una libera professione, si può entrare nell’industria, nel terziario (i servizi) e nel commercio. Negli ultimi due casi, una formula come il franchising si è rivelata vincente nel consentire agli aspiranti imprenditori fai-da-te di iniziare un’attività limitando al massimo i rischi e le spese. Conseguenza di questo approccio positivo, leggero all’inizio dell’attività è l’espansione di grandi marchi: dietro il successo delle grandi catene di vendita nazionali e internazionali quasi sempre c’è il franchising. Ma perché il franchising ha questo enorme successo e in cosa consiste il contratto?

 

La derivazione anglosassone del nome non deve ingannare. Un istituto simile al franchising in Italia lo abbiamo conosciuto per decenni ed è tutt’ora valido: la somministrazione, regolata dall’art. 1559 del Codice Civile. Secondo il codice civile e la giurisprudenza, questi due contratti hanno similarità perché rientrano nell’ambito della distribuzione commerciale. Ovvero delle forme e dei modi in cui grossista e venditore al dettaglio, si mettono d’accordo per vendere una determinata merce secondo delle pattuizioni ben precise che consistono in obblighi e doveri delle parti. E naturalmente anche in cospicui vantaggi. Il più grosso vantaggio offerto dal franchising è quella dell’autonomia delle parti. L’affiliante, il franchisor possessore del marchio, consente l’utilizzo dello stesso e la vendita di prodotti o servizi ad esso legati, dietro il pagamento di un corrispettivo. Ma ciò non determina un rapporto di preminenza contrattuale rispetto all’affiliato, il franchisee. Costui paga il canone pattuito per l’utilizzo del marchio, del materiale pubblicitario, del know-how di vendita e anche della disposizione dell’arredamento del locale e dell’uso delle insegne in divise e attrezzature, ma egli è il proprietario dell’attività e la gestisce come meglio ritiene opportuno.

 

I vantaggi del franchising sono quindi: da un lato nella forte autonomia lasciata alle parti, dall’altro nel fatto che i vincoli guardano piuttosto a una riduzione dei costi, che a un incatenamento delle procedure. Non è un caso che il franchising non sia un’invenzione italiana.  L’affiliante entra nel mercato del lavoro con le spalle un po’ più coperte. Spesso il canone di inizio attività è assai inferiore alla richiesta tipica di finanziamento proposta a una banca, in un periodo peraltro nel quale è difficile ottenere delle linee di credito; inoltre l’utilizzo del marchio sfrutta l’effetto alone. Se i punti vendita della catena precedentemente aperti stanno andando bene, se il brand sta aumentando di notorietà, per chi apre un’attività in franchising sarà molto più facile trovare la clientela, perché essa avrà ricevuto già il passaparola dagli affari sviluppati dai punti vendita del network. Per il franchisor questo contratto è ancora meglio: egli può diffondersi su scala regionale o nazionale, senza grossi investimenti, raccogliendo comunque una percentuale del ricavo e ottenendo liquidità dal canone d’ingresso. Non solo: la dimensione in scala dell’azienda, che si allarga ovunque, conferisce al marchio un valore aggiunto che può essere sfruttato per crescere ancora, trovare nuovi franchisee in un circolo virtuoso che genera introiti.

 

 

Questo è il modello seguito dai grandi marchi americani per espandersi e che ha trovato terreno fertile anche in Italia, dove sono circa mille le insegne che si possono aprire in franchising. Una guida completa al settore, con le opportunità concrete, è lavoroefranchising.com.

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