Anche il prezzo dell’Uranio sale, ma non ce ne accorgeremo

24/nov/2008 12.24.47 CITEF - Ufficio stampa di Ubifrance in Italia Contatta l'autore

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La società di consulenza SIA CONSEIL (Roma – Milano) analizza le recenti tensioni sul mercato mondiale dell’uranio e le sue conseguenze sul prezzo dell’elettricità e sulla posizione italiana rispetto al programma nucleare.
 
Anche se i loro prezzi sono scesi di nuovo a livello molto bassi, spinti dal timore della recessione, imprese e comuni cittadini, hanno potuto verificare quanto petrolio e gas siano risorse rare e costose.
Per molti economisti, questa febbre dei prezzi dei carburanti è stata tuttavia salutare, in quando ha contribuito a riaccendere l’interesse nei confronti delle fonti rinnovabili di energia: solare, eolico, geotermico,…
E’ stato anche, specialmente in Italia, l’occasione per riaprire il dibattito sul nucleare, bandito dopo il referendum del 1987, che ad oggi costituisce l’unica alternativa immediatamente percorribile per sostituire a basso costo l’energia fossile e nello stesso tempo rispettare gli accordi di Kyoto tagliando le emissioni di CO2 dovute in gran parte ai fumi delle numerose centrali elettriche.
 
Anche il prezzo dell’Uranio è salito alle stelle: in sette anni si è registrato un aumento del 1.000% e la libbra ha raggiunto alla fine del 2007 il prezzo record di 106 dollari. Questo fenomeno non sembra tuttavia aver conseguenze dirette sui mercati dell’elettricità e accendere preoccupazioni tra i produttori.
 
Decenni di carburante economico
 
L’aumento dei volumi di produzione di Uranio si è registrato a partire dagli anni settanta, segnati dalla prima crisi petrolifera, in particolare per rispondere all’obbligo che le aziende energetiche nazionali hanno avuto di costituire riserve strategiche ma anche per via della corsa agli armamenti tra l’Unione Sovietica e gli USA.
Negli anni ’80, la produzione è crollata dopo gli incidenti in diverse centrali nucleari quali Three Mile Island (1978) e Chernobyl (1986) e dopo gli accordi di smantellamento degli armamenti nucleari tra Russia (URSS) e Stati Uniti.
Da allora i produttori di elettricità hanno potuto utilizzare questo carburante a basso costo (meno di 10 dollari la libbra) e non è stato più redditizio investire nell’esplorazione e nella produzione di questo minerale.
 
Motivi strutturali spingono il prezzo dell’uranio verso l’alto
 
Oggi il consumo dell’Uranio ha superato la produzione (che raggiunge i 78.000 tonnellate di Ossido di Uranio - fonte: WNA),  e i giacimenti esistenti si stanno esaurendo.
Inoltre il 33% della produzione proviene dalle scorte militari e civili che dovrebbero diminuire del 70% entro il 2030, mentre l’estrazione crescerà solo del 20%.
 
Le attuali riserve naturali sono di 4,75 MtU, sufficienti a coprire le esigenze per parco nucleare esistente per 70 anni, ma la World Nuclear Association (WNA) stima che la capacità nucleare installata potrebbe anche raddoppiare entro il 2030 e generare una domanda totale di uranio di 6 MtU. Questa situazione strutturale ha portato ad un aumento eccezionale delle riserve dal 2003 (figura 2), (salvo un’improvvisa riduzione delle transazioni spot nel primo quadrimestre del 2008) e prefigura nei prossimi anni ad una ripresa dell’attività di ricerca di nuovi giacimenti di Uranio.


 
Gli impatti sul prezzo dell’elettricità sono limitati
 
Il prezzo del kWh in uscita dalle centrali nucleari è tuttavia dipendente solo per il 20% dal prezzo del carburante nucleare. Il resto è dovuto agli investimenti iniziali, alla manutenzione, all’arricchimento del carburante e al trattamento delle scorie. Il kWh “nucleare” è quindi abbastanza insensibile alla volatilità del prezzo dell’Uranio: un incremento del 50% della materia prima porterebbe solo ad un aumento del 3,2% del prezzo in uscita dalle centrali (con lo stesso aumento del costo del gas naturale, il kwh prodotto dalle centrali a ciclo combinato a gas sale del 30% ).
 
L’Italia verso il nucleare
 
Queste considerazioni unite alle tensioni sul mercato del petrolio e del gas, alla necessità di sviluppare fonti energetiche che non provocano emissione di gas ad effetto serra e alla volontà dell’Italia di condurre una politica energetica di maggiore indipendenza fanno quindi supporre che il nucleare ritornerà in scena in Italia, come evidenziato anche dai lavori e dagli investimenti che Enel sta realizzando negli ultimi anni [1]. Ma è altrettanto certo che questo rilancio del nucleare in Italia si accompagnerà dell’aumento dell’uso delle energie rinnovabili e dei biocarburanti nel settore trasporti anche se il governo italiano ha assunto al Summit Clima di ottobre 2008 una posizione diversa dagli altri paesi europei.
 
 
A cura di Sia Conseil Italia
 
Note:
[1] Enel, infatti, oltre a delle partecipazioni importanti in vari impianti nucleari stranieri (Russia, Bulgaria, Slovacchia, Romania, ecc. e sopratutto la partnership siglata nel 2007 con la francese Edf per gli impianti nucleare di nuova generazione EPR), il nuovo governo intende iniziare a costruire in Italia, entro il 2013, centrali nucleari di nuova generazione per superare la dipendenza della penisola da gas e petrolio. (Fonte: enel.it e reuters)
 
Fonti:
EDF
Energy Watch Group
United Nations Conference on Trade and Development
World Nuclear Association
 
Chi è SIA CONSEIL:
 
Il Gruppo Sia Conseil è una società europea di Business Management Consulting.
Presenti in Francia, in Italia, in Belgio, in Svizzera e in Marocco, i 200 consulenti di Sia Conseil intervengono su grandi progetti di trasformazione d’impresa (Post-Merger Integration, evoluzioni regolamentari, nuovi modelli di servizio, riorganizzazioni…) nei settori dei Servizi Finanziari, dell’Energia, delle Telecomunicazioni e della Logistica.
www.sia-conseil.com
 
 
Contatto:
Dott. Matteo NERI
Direttore Energia & Utilities
matteo.neri@sia-conseil.com
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