Chiaiano, rifiuti, Affari Interni. Politica funzionante alla mafia

23/mar/2011 12.58.54 R.E.B.A. onlus Contatta l'autore

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Partiamo dai dati di fatto, dalle certezze matematiche, le stesse certezze che in maniera inequivocabile pongono con le spalle al muro i responsabili dei gravi fatti avvenuti in Campania a riguardo della gestione dei rifiuti. Discarica di Chiaiano: nuove perquisizioni e sequestri effettuati dai Carabinieri del Noe nell’ambito di un inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia nella gestione dell’impianto. L'asse politico-mafioso-imprenditoriale. Lo stesso asse che comanda e pilota tutta la filiera dei rifiuti in Campania. Un sodalizio criminale che ha goduto per decenni sia di una vasta visibilità, spiattellata e raccontata da tutti i massmedia, sia della protezione dei governi, locali e nazionali. Nessun fatto è sconosciuto e tutte le più autorevoli firme se ne sono occupate: da Saviano, alla Capacchione, alle incursioni di Report e via discorrendo. Cosa ha quindi impedito alle procure e ai tribunali di condannare in via definitiva i tanti nomi politici e imprenditoriali seppur inchiodati da tante e tali prove? A Giugliano è stata sequestrata una immensa discarica di 15.000 metri quadri, abusiva e di proprietà della famiglia Carandente-Tartaglia. Piccoli boss parte di ben altro disegno ampiamente ricostruito dagli inquirenti e poi, puntualmente, insabbiato. Non è affatto difficile ricostruire la geometria politico – mafiosa della gestione rifiuti in Campania, basta indagare sulle ditte che gestiscono le cave, gli impianti e la raccolta dei rifiuti. Basta prendere il nome di una qualsiasi azienda per scoprire che tale società rientra in una serie di scatole cinesi tutti riconducibili all'alta dirigenza politica campana e non parlo solo di assessori o governatori o sindaci, anche, di coordinatori regionali di partito o semplici presidenti di provincia, massimi dirigenti e timonieri. Nel caso dell’inchiesta si è indagato su: la Ibi idrobioimpianti spa (già destinataria di un provvedimento interdittivo antimafia), la quale gestisce diversi siti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti. Questa azienda oltre ad occuparsi di Chiaiano si occupa anche dell’impianto di Bellolampo a Palermo, della quale si occupa anche l'azienda pubblica palermitana, altra città sepolta dai rifiuti. Altra società colpita dagli inquirenti, la Edilcar sas, subappaltatrice controllata dalla famiglia Carandente-Tartaglia, quella che controlla la cava abusiva di Giugliano e ritenuta vicina al clan Mallardo, vecchia famiglia nata tra gli anni 70\80 e divenuta alleata nella lotta a Cutolo. Secondo gli inquirenti attraverso queste due società i clan camorristici Mallardo e Zagaria controllano le attività connesse al deposito e allo smaltimento dei rifiuti e i relativi appalti. Gli Zagaria non sono soltanto dei semplici boss, ma, sono dei Capi importanti, con amicizie nell'alta cupola mafiosa siciliana e quella ancor più terrificante,nela Cupola politica con innesti sia nella Confindustria sia nella Finmeccanica attraverso le quali partecipano e vincono appalti e stanziamenti pubblici. Riprendo dalla pagina ufficiale della giornalista Rosaria Capacchione: - Per ben due volte gli investigatori della Guardia di Finanza di Modena hanno captato la voce di Michele Zagaria che parlava al telefono con alcuni imprenditori ma solo troppo tardi hanno capito che si trattava di lui, del boss dei Casalesi latitante da oltre 14 anni. Conversazioni brevissime, in un caso effettuate durante un viaggio in treno da Modena a Napoli. Poche parole smozzicate per confermare, in sostanza, che Alfonso Perrone era il suo ambasciatore e che i soldi consegnati a lui e ai suoi uomini erano destinati alle casse di camorra. «Chi sei, un amico nostro o un amico di Alfonso?», chiedeva l’interlocutore. E Zagaria, di rimando: «Io sono un amico, io sono amico di tutti quanti». Le due telefonate erano allegate all’ordinanza di custodia cautelare in carcere notificata ai ventidue esponenti dell’organizzazione di Perrone, autentica succursale dei Casalesi in Emilia Romagna. Un’operazione della Dda di Bologna che ha portato alla scoperta di estorsioni e al sequestro di immobili, auto e società per un valore di oltre sei milioni di euro.- In quella occasione si perse la possibilità di catturare Michele Zagaria. Pasquale Zagaria, fratello del latitante, a Parma aveva fondato anche una società edile in partecipazione con il suocero Aldo Bazzini. Ditta attraverso la quale ha fatto affari per diverse decine di milioni di euro. Rifiuti,centri commerciali, appalti pubblici, strade, autostrade, tutto in mano loro e si vorrebbe far credere che il mondo politico, come amministrazioni locali, provinciali, regionali o Nazionale non ne sapessero o sappiano nulla? Collusione. Tornando a Chiaiano, ancora una volta, si denuncia il fatto che, quando si decise di allestire la discarica nella cava, prima adibita a poligono di tiro, non furono rispettati i parametri imposti dal contratto e per l’impermeabilizzazione del suolo fu utilizzato materiale di qualità scadente. In questo modo è stato consentito al percolato di infiltrarsi nel sottosuolo. Inoltre, per la copertura dei rifiuti conferiti in discarica fu utilizzato cosiddetto “terreno misto”, non idoneo allo scopo e presumibilmente proveniente dallo sversatoio di Giugliano appartenente ai Carandente Tartaglia. Le ditte le comandano loro come comandano le cave e le aziende autotrasportatrici e i politici con i quali decidono le cose da fare e i soldi da spartirsi. Undici gli avvisi di garanzia emessi dal procuratore Giovandomenico Lepore, e dai sostituti Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio. Agli indagati vengono contestati i reati di traffico di rifiuti e frode in pubbliche forniture. I reati son sempre quelli da una ventina di anni, il problema è riuscire a non far insabbiare le inchieste e a non farle sbriciolare in una serie di altri piccole inchieste giudiziarie e fatte passare a magistrati amici. In una nota l’avvocato Gennaro Lepre, legale della Ibi, l'azienda finita in questi giorni nel mirino degli inquirenti, afferma: «"La nostra azienda ha intrattenuto con la Edilcar rapporti di natura imprenditoriale e tecnica e dunque di nessun altro tipo, tanto meno di frequentazione a titolo personale e/o familiare. La collaborazione della Edilcar con la Ibi spa risale alla metà degli anni '90 quando la ditta ci fu presentata da un altro imprenditore, attuale coordinatore antimafia del quartiere Vomero in occasione della costruzione della discarica Schiavi assentita ad IBI dalla Prefettura di Napoli a seguito di gara/sorteggio.» Non vorremmo credere che, - l'avvocato del Diavolo - , stia scaricando i pesanti barili sull'attuale coordinatore antimafia del Vomero, né, tanto meno, che tale coordinatore sia colluso. Del resto, basterà un controllo incrociato per stabilire la verità. Per ciascuno di tali rapporti di collaborazione contrattuale, tutti afferenti il settore dei rifiuti, la Prefettura ha ogni volta attestato la regolarità antimafia della Edilcar. Qualcuno non ha svolto il suo lavoro fino in fondo.
L'avvocato della Ibi dice anche: « E' peraltro falso che la Ibi spa abbia mai gestito o gestisca la discarica di Bellolampo (Palermo) in quanto la stessa è stata sempre gestita direttamente dall'azienda pubblica Amia.». Tra pubblico e privato.
«È amaro doversi ritrovare a dire “Avevamo ragione” - ha commentato il sindaco di Marano, Salvatore Perrotta - I nostri assessori-tecnici di fiducia, i professori Giovan Battista
De Medici e Franco Ortolani, evidenziarono sin dai primi sopralluoghi che l’allestimento della discarica si stava facendo con gravi carenze tecniche e che ciò sarebbe stato il preludio ad un disastro ambientale». E come dare torto alle dichiarazioni dei portavoce dei comitati della Rete Commons, Antonio Musella ed Egidio Giordano? «Lo Stato per poter aprire la discarica di Chiaiano è sceso a patti con i poteri criminali, e questa inchiesta è la riprova delle denunce da noi fatte in questi anni». Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo: « Una holding di colletti bianchi, servizi deviati, imprenditori conniventi, criminali. Dov'era chi doveva controllare quella che era stata spacciata come la discarica più sicura dell'emergenza? E’ sull'assenza e le mancanze dello Stato che la camorra fa affari d'oro». Oppure sulla collusione dello Stato se consideriamo che molte di queste micro aziende fanno parte di marchi famosissimi al tavolo Cipe o negli uffici del ministero dell'economia. Licia Palmentieri, viceresponsabile per la Campania dell’Italia dei Diritti«Questa inchiesta prova per l’ennesima volta come l’emergenza rifiuti in Campania, non può essere risolta a colpi di decreti legge e di provvedimenti d’urgenza una tantum, imposti con l’uso dell’esercito sulla pelle dei cittadini. La Ibi era già stata colpita da un’interdittiva antimafia. Addirittura, il sospetto è che la società abbia fruito di un subappalto della Ibi ed abbia prelevato materiali di scarto dalla discarica abusiva di Giugliano, anche quella sequestrata, e da altri siti per rivenderli a Chiaiano come materiali d’impermeabilizzazione». L’esponente regionale del movimento guidato da Antonello De Pierro conclude: « Il fatto che il quadro della situazione fosse chiaro già nel 2008 desta sospetti sulle motivazioni che hanno avviato i sequestri e le indagini così tardi, soprattutto stando alle dichiarazioni di ex imprenditori vicini alla camorra e di alcuni pentiti, tra cui Gaetano Vassallo. Come mai gli appelli dei comitati cittadini e dei comitati ambientalisti sono stati ignorati? La verità è che le istituzioni, finora, si sono preoccupate soltanto di nascondere, in tutta fretta, le montagne di spazzatura sotto un tappeto fatto anche di connivenze, spostando il problema alle popolazioni vicine alle discariche garantite ma, in realtà, finite chissà come appaltate a società sospette da lungo tempo.» Noi attendiamo la relazione dal

 

tribunale del riesame sui crediti di tariffa, relativi alla gestione dello smaltimento dei rifiuti in Campania e per i quali la Corte di Cassazione aveva annullato, con rinvio al tribunale del riesame, il sequestro di crediti per un ammontare di 151 milioni di euro ad Impregilo, la grande imputata. L'inchiesta è relativa a una vicenda iniziata nel 2006 e proseguita fino al dicembre 2009 dopo la risoluzione del contratto con l'Associazione temporanea di impresa (Ati) Impregilo-Fibe-Fisia, relativa allo smaltimento del percolato, il liquido tossico che si forma per effetto della macerazione dei rifiuti. La sostanza sarebbe stata smaltita senza essere pre-trattata, come prevede la legge, grazie a una "articolata organizzazione di mezzi e uomini, pubblici e privati", dando vita a un "traffico illecito di percolato" che avrebbe contribuito a inquinare le acque e le terre come il cielo della Campania.

 

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