Antonioni, il museo del "Maestro di bottega"

20/ago/2007 11.20.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Il museo del "Maestro di bottega"
 

di Paolo Veronesi - Professore dell’Ateneo ferrarese
20-08-2007

E’ con sconcerto ma anche con speranza che il cultore ferrarese di cinema segue l’acceso dibattito sul “che fare” del Museo Antonioni.
Lasciando da parte certi toni in stile “lei non sa chi sono io”, taluni punti chiave del contendere sembrano essersi chiariti. E non tutti entusiasmano.
Credo abbia ragione da vendere il Sindaco (e non solo lui) ad affermare che il Museo Antonioni che abbiamo conosciuto non s’abbia da riaprire né domani, né mai (da qui le speranze); ha invece torto allorché propone di allestire una “sezione Antonioni” all’interno di un più vasto contenitore dedicato a “Ferrara nel cinema” (da ciò origina lo sconcerto).
La prospettiva, mi pare, dovrebbe essere esattamente rovesciata. E’ – eventualmente – accanto a un ben potenziato, nominato e valorizzato Museo Antonioni che si potrà, se del caso, predisporre uno spazio simile a quello descritto dal Primo cittadino. Con una precisa “linea di confine” tra il primo e il secondo. Perché è “Antonioni” e non “Ferrara nel cinema” a costituire un vero e potente evento culturale, una carta d’identità spendibile sul mercato anche d’oltre confine.
Le ragioni per sostenere un simile capovolgimento appaiono numerose.
Innanzi tutto, sussiste una notevole asimmetria tra l’internazionalità della fama di Antonioni, la mole di studi dedicati alla sua opera, il prestigio dei riconoscimenti ad esso assegnati (tutti i principali premi cinematografici) e la considerazione riservata agli altri cineasti ferraresi menzionati da Sateriale (e anche a quelli ricordati da Mauro Cavallini). Tra questi si ritrovano certo professionisti raffinati e, a volte, non conosciuti come meriterebbero (penso, in special modo, a Vancini), ma il dato di fatto rimane intonso. La prova si annida non solo sugli scaffali delle biblioteche di cinema o nelle sedute di laurea delle Università non esclusivamente italiane ma sugli stessi schermi di tutto il mondo: tanto per dire, quanto Antonioni trasuda dalla nuova stagione del pluripremiato cinema asiatico? E perché la notizia della sua morte ha avuto così largo spazio sui mass-media internazionali?
Quanto ai registi “stranieri” ospitati in città – su tutti spicca, credo, il nome di Visconti – rimane che la loro simbiosi artistica con Ferrara è stata, a ben vedere, episodica, occasionale, pressoché fortuita. A volte veicolata dallo stesso Antonioni, com’è capitato con Wenders.
Antonioni ha invece, in rapporto a Ferrara, un pregio assoluto e unico, che può però trascolorare in un difetto, almeno per chi conosce l’atmosfera vagamente apatica della città: da questo forse affiorano le paure di chi teme – come lo scrivente – che si sia alle porte (per ora solo alle porte) di un ennesima occasione sprecata (inutile ricordare ancora una volta il trattamento riservato a Bassani). In una città che protegge e giustamente esalta la bellezza delle mura che la cingono, Antonioni ha infatti saputo, come pochissimi altri artisti ferraresi, leggere il mondo oltre i nostri confini attraverso uno sguardo che si è acceso, è stato nutrito ed è maturato entro questo magnifico recinto. Una “forma della visione” che non ha mai dimenticato le sue origini, come ha ben sottolineato Gianni Venturi. Insomma, Antonioni ha metaforicamente abbattuto l’abbraccio dei bastioni che ci attorniano, portando ovunque un punto di vista inequivocabilmente nostro, ed elevandolo a cifra st! ilistica subito riconoscibile; ha sintetizzato e tradotto in arte quanto era sotto gli occhi di tutti ma che solo un vero artista poteva distillare e plasmare (i silenzi, l’aria tra i personaggi, le verticalità improvvise, i grigi, i verdi, le architetture dell’inquadratura).
Un museo calibrato su Antonioni (magari multimediale, magari in parte digitalizzato e reso agibile on-line) sarebbe così un perfetto volano per il turismo intellettuale nonché per mettere in luce proprio la particolarità della visione così tanto ferrarese (eppure universale) del regista. Attraverso Antonioni anche chi non conosce il “nostro” cinema potrà poi, se vuole, allargare le sue conoscenze agli altri autori cittadini e alle altre vicende cinematografiche che hanno visto protagoniste le nostre pietre. Ma sui motori di ricerca di tutto il mondo (e sottolineo: di tutto il mondo) è il cognome “Antonioni” a primeggiare, non l’espressione “Ferrara-cinema”. E dunque accanto e non assieme ad Antonioni che andrebbe gestito quest’ulteriore capitolo dell’iniziativa. Anche per calamitare gli appassionati, gli studiosi e registi che, attratti dal nome del regista, potrebbero essere sedotti dall’esistenza di uno spazio funzionante e adeguatamente allestito: con quanti altri ritorni! d’immagine e di troupe è facile intravedere.
Il materiale che giace presso i magazzini di Palazzo Massari è ricco di sorprese; non è vero che sia insufficiente per un Museo, come ha di recente ipotizzato la Vicesindaco Tagliati. Chi ha avuto la possibilità di sfiorarli sa che negli scatoloni sono conservate le “pizze” dei suoi lavori, migliaia di foto di scena; un interessantissimo diario d’inizio anni ’50; soggetti, sceneggiature e trattamenti dei film realizzati (a volte in tutte le loro diverse versioni) o mai tradotti in immagini; semplici idee per film o appunti di scena (tra tutti rammento il disegno preparatorio alla scena finale di “Zabriskie Point”); lettere, telegrammi, biglietti inviati a (o ricevuti da) attori, attrici, intellettuali e registi di tutto il mondo (tra questi, solo per fare qualche esempio, l’originale della famosa lettera-manifesto firmata dai cineasti presenti a Cannes dopo l’ostile accoglienza riservata dal pubblico a “L’avventura”, i disperati telegrammi spediti allorché la troupe del film! rimase bloccata a Panarea; un biglietto d’auguri natalizi disegnato personalmente da Akira Kurosawa, lettere autografe di Barthes, Calvino, Cortazar, Fellini, Mastorianni, Sciascia, Shepard, Visconti, Vittorini e tanti altri ancora). E poi oggetti preziosi della sua biografia, come la racchetta da tennis delle sfide al club “Marfisa” con Bassani e Caretti, un ricordo giovanile recante i “Risultati di un torneo di tennis a Ferrara” (e Bassani le aveva prese…), il registratore personale (sembra lo stesso di “Professione reporter”), la macchina fotografica con cui il regista è stato più volte raffigurato (corredata di tutte le ottiche), il violino che dovette abbandonare in giovanissima età dopo la comparsa di un fastidioso tic, i premi raccolti nei festival di tutto il mondo, una serie di disegni giovanili (tra i quali un autoritratto e l’effige di Louise Brooks, che ritornerà poi in “Identificazione di una donna”), una discoteca in vinile e un fondo librario colmi anche di ! rarità (tra queste un volume del 1940 a firma Giacomo Marchi, pseudonimo di Giorgio Bassani durante la vigenza delle leggi razziali).
Potrei continuare a lungo, molto a lungo, come il lettore non può forse neppure immaginare, ma non è questa la sede per sviscerare i cataloghi. E’ invece questa l’occasione per invitare il Sindaco a correggere la rotta. E per dargli la possibilità di smentire, a nome di tutti, proprio il “Maestro di bottega” Antonioni (così voleva essere chiamato): in un’intervista ferrarese di qualche anno fa il regista disse che chi perde la propria città le perde tutte; facciamo invece capire, non solo a Roma, che la nostra Ferrara Michelangelo Antonioni non l’ha mai perduta. Il “Maestro di bottega” è tornato e questa volta deve essere trattato come si deve. Per sempre.

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