Domenica 16 settembre linaugurazione della mostra di Giulio Fabbri

Si tratta però di décollage digitali, perché il supporto non è più cartaceo come nel caso delle composizioni di Rotella: Fabbri parte da fotografie di luoghi reali per elaborarle digitalmente con la tecnica del décollage, facendo scomparire dall'immagine tutti quegli elementi che lo sguardo dell'artista non ritiene significativi, al fine di privilegiare solo alcuni particolari che sono funzionali a creare sollecitazioni narrative agli occhi dello spettatore.

14/set/2007 12.00.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Domenica 16 settembre l’inaugurazione della mostra di Giulio Fabbri
Decollage digitali in bilico tra passato e presente


14-09-2007

Gli arredi carichi di memorie della palazzina di Marfisa d’Este, le silenziose presenze sui muri di palazzo Schifanoia, i fantasmi ariosteschi che riprendono vita nella casa del poeta. Sono questi i soggetti dei “decollage digitali” di Giulio Fabbri raccolti nella mostra “Visioni estensi. Frammenti di vita”, che sarà inaugurata domenica 16 settembre alle 18,30 alla Galleria del Carbone (via del Carbone 18/a).
“Attraverso l’uso di una tecnica contemporanea - dichiara la curatrice dell’esposizione Maria Livia Brunelli - l’artista ferrarese ha elaborato una nuova visione di questi luoghi carichi di storicità. Ne sono risultate una serie di immagini fluttuanti ed evocative, che hanno il fascino della sovrapposizione emotiva dei ricordi e la suggestione della patina corrosiva del tempo sugli affreschi”.
L’iniziativa, che gode del patrocinio del Comune di Ferrara e della Fondazione Cassa di Risparmio, è stata realizzata in collaborazione con i musei civici di Arte antica.
L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al prossimo 30 settembre, dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20, sabato e festivi dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 17 alle 20 (martedì chiuso) e sarà successivamente riproposta all’interno degli spazi di casa Ariosto.

La scheda a cura di Maria Livia Brunelli
I décollage digitali di Giulio Fabbri


Se il collage è accumulazione di frammenti, il décollage è una sottrazione di quei frammenti da un’immagine unitaria. L’immagine viene in parte cancellata, deturpata, strappata, ma dietro c’è sempre una regia precisa e non casuale. La pratica del décollage, inventata dai noveaux réalistes all’inizio degli anni Cinquanta, e resa celebre in Italia da Mimmo Rotella, che strappava i cartelloni pubblicitari di miti di massa come Bogart, Marilyn e Mastroianni, viene ora recuperata da Giulio Fabbri in occasione di questa serie di opere.
Si tratta però di décollage digitali, perché il supporto non è più cartaceo come nel caso delle composizioni di Rotella: Fabbri parte da fotografie di luoghi reali per elaborarle digitalmente con la tecnica del décollage, facendo scomparire dall’immagine tutti quegli elementi che lo sguardo dell’artista non ritiene significativi, al fine di privilegiare solo alcuni particolari che sono funzionali a creare sollecitazioni narrative agli occhi dello spettatore.
Allo stesso tempo, oggetto di questa pratica artistica non sono più le icone contemporanee dello star business di Rotella, ma le icone cinquecentesche della corte estense ferrarese.
Ne sono risultate una serie di immagini fluttuanti ed evocative, che hanno il fascino della sovrapposizione emotiva dei ricordi e la suggestione della patina corrosiva del tempo sugli affreschi.
Un tempo sospeso fuori dalle coordinate storiche, come quello delle fiabe. E’ in questo limbo temporale che si collocano le Visioni estensi di Fabbri, un percorso tra passato e presente alla ricerca di tracce di vissuto in luoghi carichi di storicità.
Lo sguardo attento e curioso del fotografo ha però evitato quegli edifici in cui la vita della casata estense si è irrigidita in formule di pomposa formalità, per prediligere le dimore più intime e raccolte, dense di aure domestiche. Ad abitare questi spazi sono gli arredi carichi di memorie della Palazzina di Marfisa d’Este, o le silenziose presenze sui muri di Palazzo Schifanoia, o ancora i fantasmi ariosteschi che riprendono vita nella casa del poeta.
Queste Visioni estensi, arricchite in alcuni casi da installazioni scultoree, hanno finito per aggregarsi attorno a due nuclei tematici: Percorsi segreti, una serie di opere dedicate ai luoghi degli Estensi, esposte a Casa dell’Ariosto, e Frammenti di vita, una seconda serie di opere che hanno per protagonisti gli abitanti di quegli stessi luoghi, presentate alla Galleria del Carbone.
Percorsi segreti è un titolo evocativo, che nasconde sottesi esoterici, sottolineati dagli interventi installativi: volontà dell’artista è stata quella di ripercorrere le orme di chi ha abitato gli ambienti fotografati, ricostruendone la vita quotidiana attraverso una sorta di visionario “pedinamento” visivo. Di stanza in stanza, l’artista immagina ad esempio di inseguire all’interno della sua casa Marfisa d’Este, la leggendaria dama estense nipote di Lucrezia Borgia, donna bellissima ma divoratrice di uomini, mondana ma capace di gesti magnanimi (diede assistenza a Torquato Tasso rinchiuso nell’ospedale Sant’Anna), così legata alla sua dimora che volle restarvi anche dopo la consegna della città al papa.
Questo attaccamento alla sua casa fu forse la causa della leggenda che nacque attorno alla figura di Marfisa, secondo cui la nobildonna ogni notte usciva dalla porta su un cocchio, seguita da un corteo di fantasmi: gli amanti uccisi nella sua dimora. Ecco allora emergere come fantasmi indistinti, da secoli di stratificazioni e cambiamenti, di sovrapposizioni e trasparenze (e qui ai décollage di Rotella si somma il ricordo delle stratificazioni serigrafiche di Rauschenberg), le stanze di questa fascinosa dimora avvolte nei veli della memoria.
Ecco l’occhio soffermarsi su quella sedia, su quello specchio, su quella finestra che furono lo sfondo di misteriosi momenti di vita vissuta (e poco importa se in realtà non si tratta di arredi originali, ma frutto di una ricostruzione museografica novecentesca: l’aura di Marfisa ha comunque impregnato quelle stanze in maniera indelebile).
Ecco ancora un evocativo richiamo al grande spazio verde privato che collegava la palazzina a Palazzo Bonacossi, ecco la porta della terribile prigione che fece da sfondo ai patimenti di Giulio d’Este, condannato al carcere a vita, ecco il riferimento al senno dell’Orlando ariostesco, che ha perduto la sua umanità smarrendosi nella follia.
Protagonisti della serie di opere intitolate Frammenti di vita sono invece evanescenti fantasmi, che per centinaia di anni paiono essere stati in attesa di sguardi che li riportassero in vita: finché l’occhio dell’artista ha compiuto l’atteso miracolo, attuando una cancellazione selettiva degli sfondi in cui erano immersi per riportarli in luce, seppur in maniera confusa e frammentata, come reperti che riaffiorano lentamente dall’oblio. Si tratta di presenze non meglio identificate, abitatori muti di pareti e stanze che hanno il colore ingiallito della carta antica: ogni tanto tra i lacerti superstiti appare una dama senza volto, lo sguardo offuscato di un infante, il piede di un passante, una mano che regge un fazzoletto, un cagnolino in attesa di chissà quali padroni. Indizi di un vissuto supposto, non precisato ma suggerito.
Una operazione ancora più selettiva ha per protagonisti gli affreschi di Palazzo Schifanoia. Se Giuseppe Mazzolani, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, copia gli affreschi con intento restaurativo e ricostituivo, in una totale capacità di identificazione con lo stile degli autori dei Mesi, Giulio Fabbri invece li corrode con una colata lavica infuocata, lasciando affiorare degli sfondi solo alcuni elementi decontestualizzati, come i metafisici vestimenti di Venere, che risaltano così con effetto moltiplicato nella loro paradossale, elettrica visionarietà.

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