Apparenti contesti: in mostra le tele di Lino Costa

10/ott/2007 17.20.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Dal 12 ottobre mostra di pittura alla galleria Marchesi
“Apparenti contesti”: viaggi su tela di Lino Costa


10-10-2007

Paesaggi immaginari e panorami reali, per condurre lo spettatore “verso l’affascinante mistero dell’itinerario ignoto”. Questa, secondo le parole del curatore Sergio Altafini, l’essenza della mostra “Apparenti contesti” dedicata alle opere pittoriche di don Lino Costa e allestita alla galleria d’arte Marchesi di via Vignatagliata 41. L’esposizione, che gode del patrocinio dell’Amministrazione comunale, sarà inaugurata venerdì 12 ottobre alle 18 e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 4 novembre.
Due gli appuntamenti con l’autore in programma durante il periodo della mostra: sabato 13 ottobre, alle 18, don Lino commenterà le sue opere assieme al pubblico presente, mentre venerdì 19, sempre alle 18, presenterà con parole e immagini fotografiche i suoi “Racconti di viaggio: un po’ di Norvegia”.
L’esposizione potrà essere visitata, ad ingresso libero, tutti i giorni, escluso il giovedì, dalle 11 alle 13 e dalle 18 alle 22. Sono previste anche visite fuori orario su prenotazione. Per informazioni contattare i numeri: 0532 761052 - 347 65 00359 - 338 2427398.

La scheda (a cura degli organizzatori)

La galleria d’arte Marchesi propone una nuova stagione
Guardare il presente dell’arte, ma anche oltre
E in preparazione un programma ricco e non solo di mostre che durerà fino alla fine del 2008


L’attività della Galleria riprende con una bella mostra di pittura di Don Lino Costa, pittore e fotografo, ma soprattutto viaggiatore, che apre una schiera di indiscusse personalità di altissimo livello artistico.

La Galleria d’arte Marchesi (Via Vignatagliata, 41 - Ferrara)
A pochi passi dalla Piazza Cattedrale ci si inoltra nell’antico Ghetto ebraico (le lapidi ricordano dove erano situate la scuola ebraica, frequentata anche da Bassani e la Sinagoga Spagnola, nella parallela via Vittoria). Proprio lì, nel cuore del Ghetto è posto un “unicum” raro a trovarsi in Italia: il ristorante con annessa galleria d’arte o se si vuole una galleria d’arte con annesso ristorante. Segni inconfondibili di una cultura del vivere che coniuga il buon gusto sia dell’estetica che del palato.
Autore di tutto ciò è Guido Marchesi, ristoratore e pittore.
Affidata la direzione artistica della Galleria a Sergio Altafini, esperto operatore d’arte e di cultura, si sta approntando il programma annuale di grande rispetto nel quale emergerà la forte presenza artistica ferrarese di qualità sia in ambito cittadino che in riflesso nazionale.
L’obiettivo della Galleria è di divenire, nel tempo, un’affidabile piccola opportunità di verifica dello stato attuale dell’arte.

APPARENTI CONTESTI
Nella pittura di Lino Costa
A cura di Sergio Altafini

CRITICA
La parvenza
Ciò che appare come fondamentale è la coscienza del mondo, anzi, il mondo conosciuto nella forma statica e parimenti mobile della natura. Sono fiordi norvegesi, paesaggi montani? Chissà!
Non è affidare il proprio sentire a verità indiscusse: là dove ogni cosa si trasforma lentamente, impercettibile per la storia degli individui, ma continuamente il paesaggio cambia.
Dove anticamente potevano esserci inaccessibili giganti vegetali sul mare e piccoli passaggi, tutto ciclicamente si tramuta o in pianura verde o boscosa e in fiumi e laghi e mentre per l’uomo l’habitat è differente a seconda dell’epoca, invece per la natura ci sono solo piccole variazioni sul tema che paradossalmente ne esaltano la durevolezza eterna.

L’occhio del viaggiatore
E l’occhio del viaggiatore Lino Costa che dopo aver depredato con la fotografia, ossessivamente, attraverso l’uso delle forme della memoria dà per riconoscibile, con la pittura, il panorama, come se l’accettazione di quel mondo debba essere funzione ineluttabile. Invece no! Le discontinuità della rappresentazione delle forme e dei soggetti, provoca il moltiplicarsi del mostrare e del significare. Come ad esempio separare un unico paesaggio su due supporti, accostandoli in modi diversi può provocare, a seconda della posizione, estraniamento o al contrario, continuità e ampliamento.

L’uso dei colori
La disparità delle misure delle tele esaltano i timbri dei colori ad olio che sanno di antico. Le tonalità dei verdi, blu scuro o tocchi di bianco non sono unicamente varianti che si richiamano realisticamente all’ambiente, qui diventano le impronte della rassicurazione e della conferma che si ritrova nel classicismo romantico, come citazione rilassante e autonoma del sogno edenistico.

Ritmo
In questo racconto di Lino Costa si ha la netta sensazione di essere a fronte di una operazione non compiuta o chiusa. Anzi, ci sono forti segnali e parventi pretesti per dire altro, ma non ci preoccupa: è già buono così quello che si vede.
La forza lirica delle sequenze indipendenti imprime un ritmo volutamente pacificatorio, in verità, rivelatore di un impatto emozionale irruento. Non ci si lasci sviare da una lettura simbolica o da accostamenti letterari o peggio non si pensi all’atteggiamento di timidezza o di inadeguatezza dell’autore con la prassi artistica. Perché tale apparente modestia è dissimulata dalla naturale predisposizione al gioco come elemento di non ufficialità e rifiuto della gravità.

Il gioco
Capita infatti l’esatto opposto. Il gioco è una struttura di simulazione convenzionalmente accettato. Nel gioco ci sono regole precise, ma per vincere si può anche barare. E qui scatta il meccanismo.
Per Lino Costa è soprattutto mettersi in gioco per obiettivi altri. È assumersi responsabilità di affermare contrasti a rischio d’incomprensione, con trasparente aggressività, seppur entro il limite del convenzionale. È talmente tanto elevata la summa della spiritualità che si sorpassa il confine del contesto ammesso e ammissibile. Con questa esposizione l’autore ci porta con sé verso l’affascinante mistero dell’itinerario ignoto.
Sergio Altafini


L’appuntamento “Racconti di viaggio: un po’ di Norvegia” è inserito nella collezione Traveller’s eyes
Capita di viaggiare, ma non capita di essere viaggiatori: si sceglie. Non è solo una questione di opportunità, di curiosità o predisposizione per l’incognito. É un modo per rapportarsi con sé stessi, con la qualità della propria esistenza; è verificare la propria dimensione. Chi viaggia con la macchina da ripresa ha una sensazione ben definita, che non è solo riportare testimonianza del vissuto di altri esseri o ambienti o di evidenziare, più o meno efficacemente a seconda della specifica sensibilità, con le forme semantiche e retoriche del linguaggio visivo le emozioni del “colto sul fatto” o l’impressione giocata con i sensi attraverso gli occhi. In realtà, quello che vuole “il viaggiatore con gli occhi” è di rapinare, scardinare vivisezionare più che può il mistero del fascino di quella ripresa. È il perpetuasi dell’assassinio del soggetto, qualunque esso sia, per prelevarne il cuore: come una sorta di primitivo rituale sacrificale per esaltare quell’essenza, fuori dal c! ontingente e per l’eternità.

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