Isola del Tesoro: dieci anni al fianco delle famiglie ferraresi

21/dic/2007 08.49.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Accanto alla festa del decennale quella per la conclusione del restauro dell’acquedotto
Isola del Tesoro: dieci anni al fianco delle famiglie ferraresi


21-12-2007

Doppia festa per uno dei monumenti più cari ai ferraresi: la torre dell’acquedotto di piazza XXIV Maggio. A settantacinque anni compiuti, l’edificio frutto dell’ingegno di Carlo Savonuzzi si presenta alla città nel suo rinnovato aspetto, dopo il complesso intervento di restauro che lo ha coinvolto nei mesi scorsi. Mentre il centro per le famiglie che ne anima l’interno taglia il traguardo dei dieci anni di attività. Risale infatti all’autunno del 1997 l’avvio dei servizi per le famiglie ferraresi, con la prima edizione di EstateBambini, seguita dai primi laboratori per bimbi e genitori del neonato centro Isola del Tesoro.
Nei due anni seguenti, come ricordato stamani in conferenza stampa dalla referente per i servizi educativi Bianca Orsoni, “hanno poi preso forma la grande biblioteca ragazzi che occupa il corridoio centrale dell’Isola e i servizi per le famiglie, mirati, da un lato, all’informazione, alla consulenza e alla mediazione e, dall’altro, alla socializzazione sia tra piccoli che tra grandi. Servizi che in questo decennio sono cresciuti e hanno visto aumentare costantemente il numero delle famiglie frequentatrici, con grande soddisfazione per tutti gli operatori impegnati nelle attività”. Soddisfazione condivisa anche dal sindaco Gaetano Sateriale che ha sottolineato come “il sistema dei servizi per l’infanzia sia fra quelli di cui l’Amministrazione comunale va maggiormente fiera. E altrettanto fieri - ha dichiarato ancora il sindaco - siamo anche degli esiti dell’intervento di restauro che ha permesso di recuperare un monumento che rientra nel patrimonio della nostra città per il s! uo importante valore storico, oltre che simbolico. La nuova illuminazione permetterà poi di amplificarne ulteriormente la valenza architettonica e sarà di beneficio per l’intera area circostante”.
L’opera di recupero dell’acquedotto, iniziata nel mese di giugno, è terminata nei giorni scorsi e ha consentito di eliminare i danni lasciati dal tempo nel cemento armato delle grandi arcate della torre dell’acqua e di riportare all’aspetto originario la statua dedicata al fiume Po e ai suoi affluenti. I lavori sono stati affidati alla ditta Emiliana e la responsabilità del procedimento al dirigente del settore comunale Edilizia Luca Capozzi. Mentre la progettazione e la direzione lavori sono state curate dai tecnici comunali Laura Guerzoni e Sergio Gallerani, che hanno ricordato come l’intervento abbia interessato tutto il prospetto esterno, il coperto, la vasca monumentale e le parti in ferro. “Si è proceduto alla pulizia e al recupero volumetrico di tutte le parti in cemento, alla sistemazione del basamento e delle scalinate, al restauro sia della fontana che della statua e alla verniciatura di tutte le parti in ferro. Sul coperto sono state posate una nuova guaina e dei! gocciolatoi in rame e a completamento dell’opera è stato installato un nuovo importante impianto di illuminazione”.
Grande compiacimento per la riuscita dell’opera è stato infine espresso anche dall’assessore ai Lavori pubblici Mariella Michelini, che ha sottolineato la complessità dell’opera, condotta con professionalità sia dalla ditta coinvolta sia dai tecnici comunali, e dalla presidente dell’Istituzione Scuola Alessandra Chiappini, che ha evidenziato accanto a questo traguardo anche quello dell’avvio del processo di stabilizzazione del personale scolastico.

La scheda storica a cura di Francesco Scafuri (Servizio Beni Monumentali, Assessorato ai Lavori Pubblici, Comune di Ferrara)
Il serbatoio dell’acquedotto (1930-32)
Il Serbatoio dell’Acquedotto di Piazza XXIV Maggio, progettato dall’ingegner Carlo Savonuzzi nel 1929 e costruito dal 1930 al 1932, rappresenta forse il punto più alto raggiunto dal giovane ingegnere ferrarese nell’ambito del suo repertorio progettuale degli anni Venti, quasi la felice conclusione di un periodo ancora legato a schemi classici, eppure così ricco di stimoli intellettuali, che gli consentiranno poi di affacciarsi con successo alle tematiche dell’architettura degli anni Trenta; della struttura monumentale in questione, che precede di poco l’adesione al razionalismo da parte di Savonuzzi, cercheremo ora di analizzare gli aspetti più importanti.
Il Serbatoio viene costruito subito dopo la realizzazione del nuovo Acquedotto cittadino, i cui lavori iniziarono nel febbraio del 1927 e terminarono in gran parte il 18 aprile 1929, quando l’impianto entrò in funzione, distribuendo l’acqua prelevata dal Po. Il progetto generale delle opere dell’Acquedotto di Ferrara, quali la fondazione dei pozzi sul fiume, l’imponente stabilimento di Pontelagoscuro, le chilometriche condutture fino alla nuova struttura del Montagnone, fu affidato a Girolamo Savonuzzi, il quale si avvalse della collaborazione prima dell’ing. Mario Mainardi e, dopo la scomparsa di quest’ultimo, dell’ing. Alfredo Ciaccia, a cui fu affidata la direzione degli imponenti lavori.
Detto progetto stabilì che un impianto di elettropompe avrebbe aspirato dalle acque del Po i 12.000 metri cubi necessari alla popolazione ferrarese, inoltre previde la costruzione delle tubazioni necessarie e di tre grandi serbatoi, ma solo entro due di questi l’acqua sarebbe salita per mezzo di elettropompe, l’altro, quello di Piazza XXIV Maggio, sarebbe stato concepito come un monumentale contenitore d’acqua “di compensazione”. Perciò, un serbatoio dotato di pompe fu costruito a Pontelagoscuro e servì per fornire l’acqua alle frazioni occidentali del Comune, mentre l’altro venne realizzato sul Montagnone, dove l’acqua veniva sollevata da elettropompe fino a 34 metri dal livello medio della città, al fine di assicurare l’acqua anche alle abitazioni più alte. Tuttavia, sarebbe stato troppo oneroso costruire un impianto che potesse sollevare la quantità d’acqua necessaria nelle ore di maggior consumo a tutta la popolazione del Comune, così si concepì la costruzione del nostr! o Serbatoio di compensazione, il quale, per il noto principio dei vasi comunicanti, durante le ore notturne si sarebbe riempito con l’acqua sollevata grazie alle pompe idrauliche poste nello stabilimento del Montagnone e, nelle ore del giorno, avrebbe aiutato gli altri due serbatoi a far fronte alle esigenze degli utenti.
Il progetto e la realizzazione del serbatoio monumentale
In merito alla struttura da realizzare nella zona dell’ex Fortezza, oltre agli scopi tecnici e pratici qui ricordati, l’intendimento del Podestà Renzo Ravenna era quello di arricchire il nuovo Rione Giardino di un Serbatoio monumentale fuori dal comune e ben progettato dal punto di vista estetico, quindi attorno al 1928 conferì l’incarico per studiare la soluzione più conveniente all’ingegner Adamo Boari (Marrara, Ferrara 1863 - Roma 1928), in quanto questi era un personaggio che godeva di grande ammirazione presso i ferraresi; basti pensare che alla fine dell’Ottocento si trasferì in America, dove vi rimase circa trent’anni, pur con vari rientri in Italia, ottenendo alcuni prestigiosi incarichi come architetto; lavorò, infatti, a Chicago e in Brasile, poi si stabilì in Messico, paese nel quale poté contare sulla stima del Presidente della Repubblica Porfirio Diaz, che gli affidò importanti opere. Caduto il regime porfiriano, Adamo si trasferì a Ferrara, dove nel 1916 abitò ! per alcuni mesi in una vecchia abitazione in Corso Ercole I d’Este che si era appena fatto ristrutturare dal fratello Sesto, al quale aveva mandato i disegni di progetto quando era ancora in Messico: l’edificio, noto come “Palazzina degli Angeli”, viene ammirato in particolare per la sua facciata, concepita per essere vista da angolazione prospettica, dove convivono armoniosamente elementi tratti dall’architettura rinascimentale ferrarese con altri di sapore latino-americano.
Successivamente Adamo si trasferì a Roma, città nella quale morì nel 1928, proprio mentre stava realizzando i primi disegni per il Serbatoio monumentale dell’Acquedotto di Ferrara, che secondo le sue intenzioni doveva rappresentare una sorta di “glorificazione del Po”, ispirata al mito di Fetonte. Purtroppo, però, un grande elaborato progettuale e gli studi elaborati da Adamo Boari con la collaborazione di Carlo Savonuzzi, rimasero allo stato iniziale per la morte dell’ingegnere di Marrara.
Nel 1929 fu allora incaricato dello studio di un nuovo progetto architettonico l’ing. Carlo Savonuzzi, che si avvalse come spesso accadeva della collaborazione di Enrico Alessandri, straordinario disegnatore dell’Ufficio Tecnico, i quali a loro volta, oltre a cogliere alcune idee già espresse dall’ing. Boari nel progetto appena abbozzato, tennero conto del piano tecnico-urbanistico generale dell’ex Piazza d’Armi delineato da Girolamo Savonuzzi.
Il progetto di Carlo fu approvato definitivamente con provvedimento del Podestà di Ferrara Renzo Ravenna l’8 maggio 1929, mentre il plastico della costruzione venne pubblicato sul Corriere Padano del 29 gennaio 1930, quando erano appena iniziate da qualche giorno le opere di scavo per le fondazioni della monumentale struttura. Tale opera, il cui progetto è solo parzialmente conservato in copia presso l’Archivio Storico Comunale, apparve subito ai contemporanei estremamente moderna, così come disegnata e realizzata: da una parte fu apprezzata l’ideazione urbanistica, poiché oltre ad essere collocata su una vasta area priva di edifici e al termine del lungo viale alberato di Corso Vittorio Veneto, era visibile persino da Viale Cavour (ovvero a centinaia di metri di distanza), dall’altra convinse l’aspetto estetico dell’intera struttura, costruita con materiali moderni, come il cemento armato. Come già ricordato, i lavori durarono circa due anni, dal 1930 al 1932, e vennero aff! idati all’impresa Ferrobeton di Roma, che elaborò il “progetto statico” del Serbatoio, già peraltro ben impostato da Savonuzzi. Come succedeva spesso, in fase esecutiva si apportarono alcune modifiche rispetto al progetto originario, che riguardarono la struttura e la stessa fontana monumentale, affidata allo scultore Arrigo Minerbi; ma il risultato finale fu, in buona sostanza, quello voluto da Carlo Savonuzzi, indicato dai contemporanei come l’autore principale dell’intera architettura.
Oltre all’indubbia modernità della costruzione, veniva posto l’accento dai contemporanei anche sull’ispirazione classica che l’aveva concepita; si pensi, per esempio, al tempietto ideato dal Perugino e soprattutto da Raffaello sullo sfondo dei loro dipinti dedicati a Lo sposalizio della Vergine, come ricordato da Lucio Scardino, secondo il quale, però, l’insieme della costruzione “ha un sapore novecentista un po’ tetro, da ossario dei caduti della Grande Guerra”. Eppure, a nostro avviso, non si può negare lo sforzo compiuto dai progettisti nel concepire una costruzione che, nonostante sia imponente e massiccia, appare sufficientemente armonica ed ariosa, non solo per effetto della forma tendente alla circolarità della pianta pensata da Carlo Savonuzzi, ma anche per il felice inserimento di grandi archi e gradinate.
Per accogliere l’ingente quantità di materiali occorrenti, nel 1930 il cantiere occupò un’area di 22.000 metri quadrati e non mancarono le sorprese, prontamente segnalate dalla stampa locale: per esempio, proprio durante le prime fasi degli imponenti lavori, quando si effettuarono gli scavi per le fondazioni del Serbatoio, vennero alla luce i contrafforti del Baluardo Borghese (uno dei bastioni della Fortezza pontificia demoliti nel XIX secolo), che in parte si trovano ancora sotto la costruzione di Savonuzzi.
Se analizziamo le testimonianze d’archivio e le foto scattate negli anni Trenta subito dopo la realizzazione dell’imponente fabbricato, possiamo affermare che l’opera di allora, alta circa 37 metri e concepita, come si è detto, quasi interamente in cemento armato, non diverge dallo stato attuale se non per alcuni particolari. Da tale documentazione emerge una struttura ben progettata, caratterizzata alla base da un rilevato in terra, abbellito con vialetti pedonali, due gradinate (una delle quali porta ad una grande fontana) e coronato da pioppi, allusivi alle Eliadi, le sorelle del mitico Fetonte che, scriveva un giornalista in quegli anni, colpito da Giove precipita sulla pianura padana trasformandosi nel Po. Alla sommità del terrapieno si eleva l’ampio e massiccio basamento dodecagonale della costruzione rivestito “in pietra trachitica”, sul quale si innalzano imponenti pilastri e dodici grandi arcate di 12 metri di altezza che sostengono l’enorme “Serbatoio pensile”, all! ora definito il più grande d’Italia; quest’ultimo, della capacità complessiva di 2.500 metri cubi, appare decorato in corrispondenza delle lesene angolari da dodici fasci littori in bronzo alti circa 3 metri, donati nel 1932 dalla stessa impresa Ferrobeton, poi rimossi nell’immediato dopoguerra. Termina la costruzione un coperto (con cupola a gradoni) rivestito, secondo il progetto, di “squame di bronzo”.
Il Serbatoio venne inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità nella ricorrenza dell’anniversario della marcia su Roma il 28 Ottobre 1932, quindi fu subito messo in attività.
In occasione del “taglio del nastro” i giornali enfatizzarono l’avvenimento ed i giudizi sull’intera struttura furono più che lusinghieri. In quei frangenti, si fecero persino alcuni calcoli piuttosto cervellotici per dimostrare che, se alla capacità del nostro Serbatoio si fosse sommata quella della vasca del Montagnone, si sarebbe potuto ottenere una quantità d’acqua sufficiente ad inondare la città per un altezza di 7,5 centimetri.
Grande risalto fu dato alla fontana sovrastata da una statua raffigurante il Po ed i suoi affluenti, opera in “pietra calda di Monselice a venature ocracee” e cemento, che lo scultore Arrigo Minerbi realizzò in maniera diversa rispetto all’idea iniziale, solo abbozzata nel progetto originario del 1929. Il grande fiume, infatti, non è raffigurato con le sembianze di un vecchio barbuto, come negli elaborati di Savonuzzi e Alessandri, ma è un giovane vitale e gagliardo, “fecondatore delle pianure” il quale, secondo un articolo pubblicato dal Corriere Padano il giorno dell’inaugurazione, “lascia fluire da due capaci otri un rivo di fresca acqua…mentre alcuni putti si lasciano travolgere capricciosamente nella cascata d’acqua. E’ il Po sempre giovane e sempre vigoroso - continua il Corriere - che ritorna a Ferrara, apportandovi, nel suo solenne corso, la sua benefica acqua e quella degli affluenti suoi”; la statuaria figura, seduta (o meglio “allungata”) su rocce, con il braccio ! destro quindi “regge l’otre da cui cade l’acqua, mentre l’altro braccio tiene insieme al secondo otre, un covone di spighe mature…”. L’opera d’arte, definita all’epoca “grandiosa”, è quindi ricca di simboli, sia pure abbastanza scontati, che rappresentano non solo la forza vivificante del prezioso liquido, ma anche alcuni temi tipici della propaganda fascista.
I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale interessarono anche il nostro Serbatoio, che subì alcuni danni alla cupola e alle pareti, mentre furono distrutti vetri ed infissi. I lavori di ristrutturazione, eseguiti subito dopo il conflitto, erano già ultimati al principio del 1948 e comportarono, tra l’altro, il rifacimento del manto di copertura. Negli ultimi decenni il fabbricato monumentale è stato sottoposto ad interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, che hanno riguardato in particolare il Serbatoio di raccolta dell’acqua e gli impianti idraulici, entrambi “tenuti in esercizio” fino 1995.
Finita la funzione per cui era stato costruito il grande manufatto, si pensò di rendere agibili gran parte degli ambienti collocati al primo piano, utilizzati come abitazione dall’ingegnere dell’Acquedotto e dal custode fino agli anni ’80 del Novecento: lo scopo era quello di adibirli a “spazio bimbi”, oggi noto come Centro per le famiglie “Isola del Tesoro”. A tal proposito, nel 1995 la Giunta Municipale approvò una serie di lavori, eseguiti poco dopo, sia all’interno che all’esterno, dove venne costruita una rampa per l’accesso ai disabili, mentre in corrispondenza della “grande terrazza” circondata dai dodici grandi archi, variamente utilizzata un tempo per feste e balli dagli inquilini del Serbatoio, fu eseguito il rifacimento dell’impermeabilizzazione.
Nei mesi scorsi, poi, sono state realizzate a cura del Servizio Edilizia del Comune di Ferrara importanti opere di manutenzione, di pulitura e restauro che hanno interessato l’intero complesso monumentale ed in particolare il coperto, le arcate, il basamento e la fontana di Minerbi, elementi che ora saranno adeguatamente illuminati nelle ore notturne.
Da ricordare, infine, che in uno degli ambienti interni del centro è ancor oggi conservata un’interessante opera fittile che rappresenta l’Officina di Vulcano, di autore ignoto ma, secondo Scardino, avvicinabile sia allo stile di Giuseppe Virgili che a quello di Annibale Zucchini, due tra i più importanti scultori ferraresi del Novecento.

Profilo di Carlo Savonuzzi, il progettista del serbatoio
L’ing. Carlo Savonuzzi operò nella Ferrara tra gli anni Venti e gli anni Trenta un vero e proprio salto di qualità nel campo della progettazione; ciò fu possibile non solo perché aveva avuto la fortuna di stare a stretto contatto con il fratello maggiore Girolamo (ingegnere capo del Comune dal 1925 al 1943), a cui si deve in parte la sua evoluzione intellettuale, ma soprattutto perché Carlo era riuscito a far tesoro delle molteplici esperienze personali, maturate nell’ambito di una carriera fulminea e ricca di stimoli. A tal proposito, basti pensare che Carlo Savonuzzi (Ferrara 1897 - San Remo 1973) si laureò in ingegneria civile nel 1922, mentre solo due anni dopo ricoprì l’incarico di direttore tecnico della Società Idroelettrica del Secchia, ruolo che mantenne fino al 1926, quando venne assunto come ingegnere “con nomina provvisoria” presso l’Ufficio Tecnico Comunale di Ferrara; nel 1930 fu nominato “ingegnere di sezione” a seguito di concorso pubblico indetto dal Municip! io della città estense, che comunque gli aveva già affidato tra il 1926 ed il 1928 una serie di prestigiosi progetti, tra cui quelli dello Stadio Comunale, della Torre della Vittoria e del Foro Boario. Questi incarichi prestigiosi, insieme a quelli ricevuti per la progettazione dei capolavori dell’architettura razionalista, quali la Scuola elementare “Alda Costa” (realizzata dal 1932-33), il Mercato del Pesce di via Cortevecchia (1933), ora distrutto, il Museo di Storia naturale (1935-37), il Liceo Musicale “G. Frescobaldi” (1935-39), l’ex Linificio Canapificio, conosciuto come “ex Toselli” (1938), avevano consentito a Carlo di ottenere un certo prestigio, pari se non superiore a quello di cui godeva Girolamo, il quale, pur avendo anch’egli firmato importanti progetti architettonici ed urbanistici per la città di Ferrara, lasciava spesso campo libero al giovane fratello. Attraverso l’ideazione dei complessi architettonici degli anni Trenta il giovane ingegnere Carlo Savonuz! zi poté manifestare, dunque, la sua adesione al razionalismo, opportunamente adattato al contesto urbano in cui si trovava ad operare, grazie a sapienti accostamenti di linee, volumi e colori; con tale approccio concettuale egli riuscì a creare nelle sue architetture una sorta di osmosi fra la tradizione ferrarese ed il miglior modernismo europeo.
Nel secondo dopoguerra e fino agli inizi degli anni Sessanta Carlo sostituirà alla guida dell’Ufficio Tecnico comunale Girolamo, trucidato dai repubblichini il 15 novembre 1943 all’età di 58 anni.
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