Diario amaro dal Kenia: 8066S New Holland - KAM 201 T (versione aggiornata)

02/gen/2008 12.30.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Diario amaro dal Kenia: 8066S New Holland - KAM 201 T

di Elena Zaccherini
02-01-2008

8066S New Holland - KAM 201 T, modello e marca del trattore sono le uniche cose certe di questa giornata. E anche le dimensioni del campo da seminare, 5 acri in tutto. Tutto il resto e’ incerto: il destino del paese, quanti morti ci saranno oggi, quanti siamo nel campo (bimbi e adulti assieme, tutti raccolti per la semina), come devo seguire le linee incerte del trattore per aiutare a seminare mais e fagioli assieme.

E’ il 29 dicembre, sono a Chebole, nel distretto di Bomet, Rift Valley Province; sono qui perche’ cinque anni fa ho vissuto in questa zona come cooperante; e ora sono tornata a salutare gli amici Keniani. Gente semplice ma solida, un pastore protestante e la sua famiglia; con un gruppo di amici e l’aiuto di alcune organizzazioni sosteniamo la casa famiglia che questa gente ha creato: la Casa di Laura, che oggi ospita e cerca di sostenere 96 orfani.

E oggi si deve seminare il campo; perchè il cibo non si compra, ma si produce. Del resto siamo a quattro ore da Nairobi, e questa è una tipica e pacifica area rurale, a stragrande predominanza di Kalengin, Kipsigies per la precisione, che nel complicato mosaico delle tribu’ in Kenya significa, al momento, opposizione ; sostegno di massa a Raila Odinga, il candidato alla presidenza che denuncia brogli e inganni nella nomina a vincitore di Kibaki..

Sono arrivata in Kenya il 27 dicembre, il giorno delle elezioni, e ho viaggiato per arrivare qui. Ovunque file ordinate di votanti, lunghe anche centinaia di metri, che si snodavano, a seconda delle zone, dentro slum, lungo la strada, fuori dai maniatta masai. Tutte uguali, tutte sotto il sole cocente : pacifiche, silenziose e riservate ; la gente ha sentito molto questo voto. Molti si sono spostati proprio per votare.

E oggi siamo in attesa della lettura dei risultati finali. Non per questo ci si ferma; ieri ha piovuto, Enok, il figlio del pastore e’ riuscito a trovare della benzina per il trattore (già pagata a prezzo maggiorato: nel giro di due giorni non se ne troverà più nenche una goccia in tutta la Rift Valley province), e ci siamo spostati nel campo.

Ci sono i lavoranti; Rodha e Rose, le figlie di Bet il pastore; Enok guida il trattore; tanti bimbi, ciascuno di noi con un grosso barattolo di semi, che andiamo a riempire dai sacchi al bordo del campo. Si semina. Mr. Bet in piedi in mezzo al campo sembra un antenna lui stesso ; tiene alta la radio, per riuscire a ricevere la stazione che sta leggendo l’interminabile e controversa lettura dei risultati elettorali. I commenti, ora preoccupati, ora ilari si intrecciano attraverso il campo; si urla, da un solco all’altro, per farsi sentire; i bimbi eccitati corrono a velocita’ impensabile, considerate le enormi zolle, e che alcuni sono scalzi, mentre altri indossano improbabili stivaloni da pioggia di taglia esagerata.

Vicoti, 15 anni con un passato di abbandono e violenza. Io imparo a seminare, lei che mi aiuta, l’italiano: "How do you say: I’ll come to Italy soon?". Le traduco: "Verro’ presto in Italia" ma tu non lo puoi dire, penso. Del resto ho dei dubbi anche sulle mie reali possibilità di poterlo dire. Avrei il volo da Nairobi il tre gennaio, ma le strade sono troppo pericolose. Dovrebbe accompagnarmi Bet con il pick-up, ma è kipsigi, e a Nairobi la prevalenza è di kikuio. Anche ammesso di riuscire a superare un centinaio di chilometri di strada invasa da violenza, blocchi e macerie, arrivati alla fine della Rift Valley Bet rischierebbe la vita, e certo la macchina si trasformerebbe in una carcassa bruciata come le molte che vedrò. In ogni caso non abbiamo benzina.

Rachel, la moglie del pastore, supervisiona e partecipa alla semina. Le chiedo mentre i lavoranti aspramente inveiscono contro la lettura dei risultati delle sezioni elettorali della Rift Valley, "Rachel, perche’ nel mezzo di questo caos siamo sparsi nel campo sotto il sole? E perchè seminiamo mais e fagioli assieme?" "Perche’ sono una madre e devo pensare ai miei bimbi. Come te. E perchè mais e fagioli crescono meglio assieme".
E le persone no? Il Kenya ha sempre vissuto pacificamente la mescolanza delle proprie etnie. Per le donne africane il futuro è un incessante lavoro quotidiano. E la sapienza semplice. La combinazione di mais e fagioli assieme fissa l’azoto della terreno, impedendone l'impoverimento, e rendendo superfluo l'uso di pesticidi per controllare i parassiti. Per Rachel è semplicemente una cosa che faceva sua madre.

La situazione comincia a precipitare: lo capisco dalla rabbia della gente che si raccoglie sotto un acacia in mezzo al campo, dove Mr. Bet con radio e cellulare cerca di capire come la crudele illusione della democrazia sia manipolata in questo momento dai potenti di turno.

Siamo tutti preoccupati. Eric, l’altro figlio del pastore, chiama da Kericho, zona di sterminate piantagioni di verdissimo te. Sono scoppiati I primi disordini: folla, violenza, la polizia spara, ci sono dei morti, negozi saccheggiati, autobus rovesciati e bruciati; lui e’ nascosto assieme ad altri che si sono barricati in un edificio.

La gente comincia ad annusare l'inganno. Qui la rabbia si sfoga contro I kikuio e I Kisii, le due tribù che sostengono il presidente. Si comincia la distruzione dei negozi, delle case. E da Nairobi, il silenzio delle fonti ufficiali, il black out informativo. La gente dice che Odinga ha avuto la stragrande maggioranza dei voti, ma Kibaki intende giurare come presidente senza che la validità e regolarità delle elezioni venga verificata.

Torniamo tutti a casa, oltre i campi; due amici kenyani, compagni d’università di Rose, ci raggiungono da Eldoret, la città col più alto numero di morti nei giorni successivi. Ci descrivono una situazione di caos, fuoco e violenza lungo tutta la strada: tutte le macchine e autobus vengono fermati: se per disavventura e incauta decisione tra gli occupanti si trovano Kisii o Kikuio, il mezzo viene bruciato, e la gente deve scappare.

La mattina dopo c'è uno strano silenzio ovunque. Sospesa ogni trasmissione radiofonica e televisiva fino a nuovo ordine. Le ricariche per i cellulari sono introvabili, e le persone non riescono neppure più a chiamarsi da un capo all’altro del Kenya per capire cosa succede. In un ansia e panico crescente diventa chiaro che non è possibile comunicare tanto meno spostarsi.

Il Kenya è in bilico. E mentre tutti trattengono il fiato, senza preavviso, riprendono le trasmissioni: Kibaki giura come presidente del Kenya e torna il blak out.
Tutto precipita: vicino alla scuola dove ci troviamo, i due centri principali della zona vengono dati alle fiamme. A Bomet l’esercito ha scaricato un reparto di forze speciali, si sente sparare, ci sono morti. A Litein bruciano case e negozi. Non chiudiamo occhio tutta notte. Si vedono i fuochi intorno, si sentono le urla della folla di giovani spostati che al di la delle ragioni politiche sfoga così la rabbia di un paese in cui l’ economia è in caduta libera e dove anche prima delle elezioni il futuro, per la maggioranza della gente, è un sogno sfuocato. "Tomorrow is only a dream" recitava l'adesivo sopra la testa del guidatore dell’autobus che qualche giorno fa mi ha portato fin qui.

E di nuovo è buio, tutti assieme nella cucina col tetto di paglia.
Sento urla poco lontane. "Cosa succede?" chiedo.
"Sono i nostri vicini". Dall’altra parte del campo vedo le tonde capanne e le case di legno. "Stanno bruciando la casa di un Kisii, ha votato Kibaki. E quando hanno finito vanno a sgozzargli le capre".
"Ma perchè lo fanno? Vivete assieme!" Rose scuote la testa senza risposta.
"E loro dove sono?"
"Se ne sono andati due giorni fa"

Anche io sono riuscita a scappare. Uso scappare, perchè è una parola codarda, e codarda mi sono sentita. Uso scappare perche’ ho deciso di farlo quando hanno cominciato a sparare davanti alla casa, oltre gli alti eucalipti, mentre un autobus di Kisii veniva fermato, bruciato, e tutti venivano fatti scendere. Uso scappare perche’ ho potuto farlo solo grazie a Bet, che ha usato per me l’ultima benzina rimasta, e con un pik up carico di sette soldati armati mi ha permesso di raggiungere Tenwek, un ospedale missionario americano a circa 15 km.

Abbiamo usato strade dell’interno, sconnesse, nascoste.
E passandomi davanti agli occhi, nella sua normalità dal futuro incerto e drammatico, tutto si è velato di dolore: le case, il verde rigoglioso, i bimbi lungo la strada, gli sguardi delle donne, ignari e curiosi, gli asini lenti. Due bimbe, di non piu’ di tre e due anni, al passaggio del pick up, sono scappate abbandonando al centro della strada una piccola tanica d’acqua che la grande portava sulla schiena, grazie ad una striscia di stoffa a fiori colorata. Il pick up ha dovuto frenare di colpo, e tutti abbiamo riso. Io ho pregato che questa potesse essere per lei l’unica paura nelle prossime settimane o mesi.

Il giorno dopo, negoziando la protezione di una una macchina di scorta dell'esercito, io e la famiglia di un radiologo americano, siamo riusciti a salire su un volo di emergenza della Missionary Aviation Fellowship (un particolare ramo di missionari protestanti che svolgono il loro ministero appoggiando con i propri aerei le missioni evangeliche dell'East Africa). Lungo la strada verso la pista polverosa e sconnessa, cisterne della benzina bruciate, pietre e tronchi di traverso sulla strada; i resti di decine e decine di fuochi sull’asfalto e di edifici fumanti.

Sento di avere tradito i miei amici, lasciandoli; da Nairobi mando loro richariche per il cellulare, per dar loro la possibilita’ di fare almeno chiamate di emergenza. Non posso fare altro, e tenerli informati Mi dicono che è finito zucchero, farina, uova; Gordon Brown oggi ha parlato con entrambi i leader invidandoli ad una dichiarazione congiunta che fermi la violenza. Ieri ad Eldoret è bruciata la chiesa. Sono morti sopratutto donne e bambini. Con gli stessi sorrisi dei bimbi che domenica cantavano allegri nella chiesa de legno del villaggio vicino a noi. Ho il cuore pesante e solo domande.

Ho telefonato a Bet poco fa. Gli ho chiesto "Cosa fate ora?"
"Ora seminiamo, senza il trattore. Kasi Iendelee" Mi dice, ridendo amaramente.
In Swahili "Il lavoro continua", è lo slogan dell’avversario, Kibaki.

Ringrazio Mr. Bet e la sua famiglia per quello che hanno fatto per me. E spero che qualcuno possa fare qualcosa per loro e per il Kenya.

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Elena Zaccherini è operatrice sociale, coordinatrice del progetto "Ferrara, città sicura e solidale" del Comune di Ferrara
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