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15/lug/2008 20.01.00 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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CronacaComune

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Il sindaco traccia il bilancio annuale di mandato e proietta la città nella sfida a livello regionale
"Ferrara deve puntare sulle proprie eccellenze"


15-07-2008

Il quadro nazionale e poi l'elencazione delle cose fatte e dei programmi da realizzare nei prossimi mesi, gli ultimi prima del termine della legislatura. Nella sua relazione annuale, tracciando il bilancio di mandato, il sindaco Gaetano Sateriale ha affermato che la sfida a livello regionale si gioca sulla base delle qualità che ogni territorio è in grado di esprimere e ha esortato Ferrara a rivendicare uno spazio per le proprie peculiarità e le proprie eccellenze, in maniera da affermarsi con piena dignità nel nuovo sistema regionale emiliano-romagnolo.
"In autunno inoltre - ha anticipato il sindaco - renderemo pubblico il Piano strategico della città di Ferrara, dopo averlo discusso e condiviso con le istituzioni e i principali stakeholders. Nel piano saranno descritte le scelte che, avviate in questi ultimi anni, necessariamente dispiegheranno i loro effetti in un tempo più lungo e saranno esplicitati gli orientamenti di lungo periodo che la nostra attività di governo del territorio ha voluto darsi".


Ecco il testo integrale dell'intervento del sindaco Gaetano Sateriale

Autorità, gentili ospiti,
questa è, come sapete, la mia ultima relazione annuale. Deciderà il prossimo Sindaco se mantenere l’appuntamento con la città che abbiamo inaugurato nel 2000, oppure no. Io lo considero un momento utile sia per chi scrive (poiché aiuta a riordinare le idee), che per coloro cui la relazione è rivolta. Nella convinzione che sia un dovere amministrativo rendere conto della propria attività alle altre istituzioni, agli enti, alle associazioni, ai cittadini.
In autunno inoltre, renderemo pubblico il Piano Strategico della città di Ferrara, dopo averlo discusso e condiviso con le istituzioni e i principali stakeholders. Nel Piano Strategico saranno descritte le scelte che, avviate in questi ultimi anni, necessariamente dispiegheranno i loro effetti in un tempo più lungo. Come è per il Psc ad esempio, oppure per il Programma d’Area del Centro storico, recentemente sottoscritto con la Regione Emilia Romagna o per la riqualificazione con esempi di bio edilizia dell’area della Darsena e del Palazzo degli specchi attraverso l’apposita STU, o per il secondo Accordo di Programma per la bonifica e reindustrializzazione del Petrolchimico. Con il Piano Strategico consegneremo alla prossima Amministrazione gli orientamenti di lungo periodo che la nostra attività di governo del territorio ha voluto darsi. Liberi i nuovi amministratori, come è ovvio, di farli propri, di migliorarli o sostituirli con altri.
Infine, nei primi mesi del 2009, prima di entrare in un clima più esplicitamente elettorale, terrò una Relazione di vero e proprio Bilancio di Mandato, con i numeri e le immagini di come è cambiata, nel bene e nel male la città di Ferrara negli ultimi 10 anni. Io credo, sinceramente, più nel bene che nel male, se si pensa alle pratiche di consociativismo politico ed economico e alle turbolenze in seno alle forze di maggioranza dei primi anni di legislatura. Oggi c’è senz’altro più trasparenza nella discussione e più tracciabilità delle decisioni.

In questi ultimi dodici mesi sono cambiate molte cose in Europa e nel nostro Paese. In Europa si è approfondita la crisi delle Istituzioni comunitarie rispetto al sentire comune delle persone. Eravamo stati facili profeti di questo percepibile declino fin dal 2005, in questa stessa sede. Nel frattempo, sembra che ci sia stata una sorta di inerzia culturale che ha impedito di cambiare rotta in tempo utile. Oggi, credo si possa dire che l’unificazione economica e monetaria e l’allargamento non sono più percepiti come opportunità di crescita e fattori anticrisi sia di ordine economico che sociale (come è stato per decenni), quanto il contrario: molte persone, troppe, pensano che l’unione economica e monetaria sia la causa delle proprie difficoltà economiche e che l’allargamento a 27 Paesi sia la causa del malessere sociale prodotto da una (troppo accelerata) integrazione di nazioni, popoli, costumi, culture. Con un trasferimento automatico dei diritti di cittadinanza a milion! i di persone che non sempre, almeno questo nella percezione diffusa, sembrano voler rispettare i doveri che la cittadinanza europea impone.
Ci vorranno molti anni, temo, per rimettere il progetto europeo su gambe robuste e superare la frattura che si è creata “tra l’ Unione Europea e i popoli”, come si usa dire. E forse, per superare l’impasse attuale, si dovrà recuperare quella visione federalista dell’Europa che è stata abbandonata per strada.

Anche nel nostro Paese sono intervenute grosse novità sul versante sia politico che istituzionale: crisi della politica, crisi di fiducia nelle istituzioni, l’avvicendarsi rapido di Governi di orientamento opposto.
C’è un’analogia tra ciò che è accaduto in Europa e le vicende nazionali? Apparentemente no: da una parte c’è una Costituzione bocciata dai cittadini, dall’altra un Governo promosso da una solida maggioranza di cittadini.
Non voglio forzare la lettura dei fatti e nemmeno, con un colpo di bacchetta magica, far sparire la sconfitta cocente del centrosinistra, che c’è stata: pesante oltre ogni previsione. Vorrei però provare ad interpretare quel risultato dal versante istituzionale, nella convinzione che questa angolatura del problema abbia un senso anche per la politica.
Quando si perdono le elezioni (nazionali o locali poco importa) non è mai per colpa degli altri. È sempre per colpa propria e merito di chi ha saputo vincere. Questa norma di comune buon senso dovrebbe portare a indagare ciò che si nasconde davvero dietro il voto di milioni di persone che, nei grandi numeri, non esprimono mai delle irrazionalità. Chi non crede né ai brogli del 2006, né al obnubilamento televisivo dell’elettorato del 2008, dovrà cercare qualche causa più seria per spiegare ciò che è accaduto. Ma cosa è accaduto? Oltre alla crisi della politica, o come manifestazione di essa, è accaduto che in due anni il popolo sovrano ha mandato a casa due governi di segno politico opposto perché considerati incapaci di dare risposte alle priorità del Paese.
Credo anche io, da sempre, come è stato autorevolmente scritto, che la politica non entra in crisi perché non ascolta la gente, ma perché non riesce a parlare alla gente. Non dà risposte ai bisogni, alle necessità e alle aspettative: magari alle paure. Non più risposte ideologiche, non ancora risposte reali. E finisce per favorire non un fisiologico ricambio fra maggioranze e schieramenti quanto la ricerca di una soluzione nuova e diversa purché sia. Più dovuta alla sfiducia su chi ha governato fino ad ora che non alla fiducia in chi dovrà sostituirlo. Credo che ci sia stata una componente di questo tipo dietro il successo del centro destra: una delusione e un rifiuto del Governo precedente e della maggioranza politica che lo ha sostenuto. Anche l’elezione (inattesa persino a destra) del nuovo sindaco di Roma, penso si comprendano di più in questa luce.
La sfiducia e il rifiuto hanno sicuramente molte cause che non voglio richiamare. Me ne interessa una sola oggi: lo scollamento, anche qui nel nostro Paese come in Europa, tra governo centrale e governi dei territori, tra amministrazioni dello stato centrale e amministrazioni locali. Tra Stato e cittadini.
Non è un caso che una delle forze che ha avuto maggior successo elettorale abbia puntato espressamente su una nuova stagione di federalismo, amministrativo, fiscale e persino istituzionale.
Non voglio dilungarmi troppo e vengo al punto.
La mia opinione è che ci sia stata una persistente e progressiva spaccatura tra i livelli amministrativi e istituzionali negli ultimi 15 anni. Proprio negli stessi anni in cui la Costituzione riformata sosteneva che la Repubblica è costituita (con pari dignità) dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni. Non solo non c’è stata la pari dignità, ma nemmeno la collaborazione fra soggetti diversi. Questa spaccatura ha portato a incomprensioni, in qualche caso ostilità tra territori e centro, ma soprattutto ad una frammentazione delle politiche e delle amministrazioni che ha reso impossibile qualsiasi tipo di risposta efficace ai bisogni del Paese: non solo le innovazioni e le riforme. Quando si dice che i cittadini chiedono decisioni rapide ed efficaci si dice una cosa vera. Quando si dice che il Governo di centro sinistra ha dato l’impressione di non saper decidere si dice una cosa altrettanto vera. Eppure il nocciolo della questione sta da un’altra parte e cioè n! el fatto che si è continuato ad immaginare (e anche a chiedere a destra e a sinistra) risposte che una volta concepite a Roma, con decreti o con leggi ordinarie (o con lenzuolate) sarebbero dovute arrivate a dispiegare il loro effetto automatico in ogni angolo del paese. Ma non funziona così: io dico, per fortuna. Non funziona più (forse non ha mai funzionato) che le politiche di assistenza, le politiche sanitarie, industriali, scolastiche, economiche, possano essere decise a Roma e affermarsi in ogni angolo, a prescindere dalla storia, dalle condizioni, dalle risorse, dalle scelte, dai governi, dalle politiche delle amministrazioni locali. Persino le differenze di clima e la meteorologia contano, per la realizzazione delle politiche ambientali e della salute, immaginiamoci quanto possano contare le istituzioni locali. Qui c’è un deficit culturale ben distribuito su entrambi gli schieramenti.

Vorrei precisare, non sto parlando delle situazioni di emergenza in cui decisioni del Governo sono state osteggiate dalle popolazioni di certe aree del Paese. Sto parlando del vuoto pneumatico quotidiano in cui, ad esempio, ci siamo trovati noi pur dovendo realizzare opere perfettamente coerenti con le politiche degli ultimi tre o quattro Governi, come il termovalorizzatore e la centrale elettrica a gas naturale. È noto che in due anni di Governo Prodi non siamo riusciti ad avere la firma del Ministro competente sotto un testo di accordo già condiviso tra Istituzioni, Sindacati e Imprese sul Petrolchimico. Credo che problemi analoghi li abbia avuti Bologna con la metropolitana, e non solo. Non dico nulla, per decenza, del colloquio in piedi che ho avuto sulla centrale con il ministro dell’ambiente di allora che, semplicemente, non sapeva che cosa il suo Ministero stava bloccando. Non possiamo poi dimenticare che quel non senso fiscale che è l’abrogazione dell’ICI è stata u! n’invenzione del Governo di centrosinistra, preoccupato di seguire le sirene della propaganda ma non preoccupato di quello che sarebbe accaduto nei Comuni. E che a questa compressione delle risorse spendibili a livello locale si sono aggiunti i provvedimenti di taglio in discussione in queste ore.

Riflettiamo un momento sul cuore di questi provvedimenti del Governo. La teoria per cui in un periodo di crisi si taglia la spesa pubblica per rilanciare l’economia privata è molto originale. Ancora più originale dell’idea che tagliando le tasse tutto si sistema. Tanto originale che non sta scritta in nessun testo di economia, dove si sostiene invece esattamente il contrario: e cioè che la spesa pubblica è anticiclica e moltiplicatrice di crescita. Non so dire se questa nuova teoria della contrazione stia nei testi di ragioneria o nel manuale del buon commercialista, perché non ne ho mai letti. Sono certo che uno studente che la sostenesse in un esame di macroeconomia sarebbe pregato di ripresentarsi alla sessione successiva.

Proviamo a riportare questi ragionamenti alla nostra scala locale.
Qualche giorno fa si è tenuta, nel cortile del Castello, alla presenza del Presidente Errani, la presentazione delle linee del nuovo Piano Territoriale di Sviluppo della Regione Emilia Romagna. Il nuovo Ptr introduce innovazioni di rilievo rispetto al modello di Regione metropolitana policentrica degli anni ’90, senza rinunciare all’idea (storicamente fondata), che la originalità e la forza della nostra regione stiano nell’esistenza di molteplici poli di sviluppo, ciascuno con le sue specificità, le sue specializzazioni, le sue capacità di produrre benessere. Sono questi poli ad aver garantito negli anni alla Regione dinamiche di crescita economica e qualità sociale ai primi posti in Europa. A questo tessuto di città e territori si vuole affiancare l’idea che la città di Bologna, capoluogo della Regione, non possa essere considerata semplicemente come uno dei tanti poli esistenti, quanto uno dei nodi essenziali (se non il nodo più importante) nel sistema dei trasporti e del! la mobilità, delle informazioni e telecomunicazioni, della pubblica amministrazione, del sistema finanziario, della logistica. Non più Bologna capitale (come inizialmente si era pensato) attorno a cui ruota l’intero territorio regionale, quanto piuttosto il capoluogo regionale come ingranaggio fondamentale di un motore più complesso perché fatto di tante peculiarità e tante spinte. Non insisto oltre su questo punto. La sintesi cui è giunto il Ptr mi sembra accettabile.

Ma la Regione, con il Ptr, si pone soprattutto l’obbiettivo di trasformare il territorio metropolitano policentrico in un sistema coeso. Un sistema in cui le peculiarità e le specializzazioni raggiunte dovranno essere dotazione di tutta la Regione e non di un singolo territorio. Non è un obbiettivo da poco. Significa che le politiche e le scelte di spesa dovranno promuovere proprio questo salto: dal locale al regionale. Rinunciando definitivamente alle ipotesi di “riequilibrio” che per decenni hanno tentato di spalmare risorse e replicare infrastrutture e modelli di sviluppo. Pur senza riuscire a colmare del tutto i differenziali di crescita, perché essi erano e sono peculiarità territoriali dello sviluppo piuttosto che non meri ritardi quantitativi o temporali. Passare da un modello di replica di molti poli autosufficienti e separati ad uno basato sull’ integrazione. Non è cosa di poco conto nella Regione dei cento campanili.

Questa impostazione rappresenta una opportunità storica per il territorio ferrarese: una sfida. La sfida appunto di rinunciare ad una rivendicazione di aiuti regionali in tutti i campi con l’obbiettivo di diventare anche noi come Modena o Reggio Emilia (obbiettivo che non potremmo e, penso io, non dovremmo inseguire), quanto piuttosto rivendicare uno spazio per le nostre particolarità e le nostre eccellenze nel nuovo sistema regionale emiliano-romagnolo. Riusciremo a cogliere questa sfida? Non so: dipende essenzialmente da noi. Dalla nostra capacità di parlare con una voce sola, finalmente (dopo qualche secolo) e farla finita con le politiche differenziali tra Alto, Basso ferrarese e città capoluogo. Provando, insieme, a individuare i punti di forza che possiamo rivendicare come parte del sistema regionale e su cui si riconoscano tutti i nostri comuni e i territori. Esiste questo minimo comune denominatore in cui tutti ci riconosciamo, talmente evidente e peculiare da poter! diventare uno dei pezzi di eccellenza del sistema regionale?
La discussione che si è aperta in queste settimane necessita, per concludersi positivamente, della partecipazione delle energie di tutti: enti, associazioni economiche sindacali, istituzioni del territorio. A me pare però già possibile indicare un tratto. La sostenibilità è caratteristica che conforma (o dovrebbe conformare) nei nostri programmi, tutte le attività presenti nel territorio: quelle agricole, quelle industriali, quelle terziarie commerciali e turistiche, quelle urbanistiche prima di tutto. Sul terreno della sostenibilità (lo sviluppo che valorizza e non consuma le risorse territoriali) possiamo essere più forti anche perché gli altri poli regionali hanno sacrificato, nei decenni passati, ad uno sviluppo più impetuoso del nostro, la qualità ambientale del loro territorio. In fondo, se ciascuno di noi amministratori si trovasse a dover proporre ad un investitore di insediarsi da noi che argomenti userebbe? Userebbe gli argomenti della qualità della vita nella cit! tà e nei paesi, della presenza di un’antica ma dinamica Università, del fatto che qui vi sono attività di ricerca e innovazione, della garanzia che i servizi funzionano bene, delle caratteristiche uniche di un paesaggio di “terra e acqua”, dell’esistenza di attività industriali e agricole solide (al di là delle crisi aziendali e di settore che non vanno confuse fra loro), della disponibilità di aree industriali attrezzate e di manodopera qualificata. L’argomento del doppio riconoscimento Unesco, che non ha ricevuto nessuno in Emilia Romagna, a parte il territorio ferrarese. Dobbiamo solo rafforzare questi concetti e farne un modello di politica valido prima di tutto per noi. Allora potremmo a pieno titolo rivendicarne il ruolo regionale e gli aiuti conseguenti da parte della Regione. Non è difficile descrivere una Ferrara “città sostenibile”. Non è un’ alternativa alla città d’arte e di cultura o alla città universitaria, anzi, qualifica ulteriormente le scelte compiute ne! gli ultimi anni. Sostenibile significa che la politica industriale va fatta con l’attenzione alle compatibilità ambientali e ai vincoli emissivi che abbiamo posto, che il ciclo di trattamento dei rifiuti deve essere fatto senza importazioni ed esportazioni fuori dal territorio, che la mobilità alternativa va potenziata (a partire dalla bicicletta), che è preferibile la riqualificazione delle aree urbane alla espansione della città verso la campagna, che la manutenzione del verde pubblico, l’arredo, l’illuminazione artistica vanno considerati un investimento per arricchire la città, che le politiche di accoglienza debbono prevalere sulle dinamiche di emarginazione.
Ma non è difficile nemmeno declinare questo tema per l’intero territorio: dal corso del Po al Delta, alle Valli di Comacchio e di Campotto. Non si rinuncia allo sviluppo, ma nemmeno alle caratteristiche, uniche, del paesaggio ferrarese. Pensando a un Parco che potrebbe essere esteso anche alla città e alle attività agricole e industriali che possono e debbono convivere con la cultura del turismo di qualità.
Sono certo che nei prossimi mesi (non bisogna perdere ulteriore tempo) la discussione sarà in grado di rafforzare e sistematizzare questi concetti, con il contributo delle altre istituzioni e dell’ Università.

Perché il nuovo Ptr funzioni davvero come modello per le politiche di crescita economia e sociale della Regione sono necessari però alcuni salti di qualità anche nelle relazioni tra Enti di Governo e nel coordinamento delle loro politiche. E torno al tema delle relazioni fra diversi livelli di governo. Qui debbo dire, con molto rispetto, che la Regione è in un incomprensibile ritardo. Non si capisce infatti perché dopo tanti anni di discussione e messa a punto non ci sia ancora insediato il Consiglio delle Autonomie Locali funzionante così come previsto dalla Costituzione e dallo stesso Statuto regionale. Credo sarebbe un errore aspettare la nuova legislatura del 2010. Non si dica che c’è la Cral perché la Cral non esiste più da tempo, anche se si finge per comodità amministrativa che sia viva e vegeta.

Siamo alla vigilia di un periodo di crisi economica e di crescita dell’inflazione che porterà ad una riorganizzazione complessiva dei settori e dell’economia anche nella nostra regione (come in tutta Europa), credo che sia ancor più necessario uno strumento formale, definito, non affidato alla spontaneità o all’emergenza, per il confronto tra Comuni, Province e Regione (intesa sia come Assemblea Legislativa che come Esecutivo). Se ci sarà il Cal, io credo che non dovremo temere quella tendenza al centralismo regionale che è stata più volte indicata come un rischio di un certo modello di federalismo. La Regione assume un ruolo maggiore man mano che lo Stato centrale distribuisce delle competenze, è una dinamica inevitabile. Queste competenze possono essere esercitate con la partecipazione del sistema delle autonomie oppure senza: qui sta l’unica differenza possibile. Siamo certi che la “Regione di città e di territori” che sta a cuore al Presidente Errani è fatta di momenti d! i consultazione e partecipazione alle scelte strategiche. È fatta di condivisione e non solo di consultazione a spot.

C’è però un altro ambito che va irrobustito: persino creato ex novo. È quello del rapporto tra le autonomie della regione. A livello di associazioni (Anci, Upi, Lega, Uncem) i confronti sono sistematici. Ma tra singole realtà sono rarissimi. Sembrerà strano a chi non ne ha esperienza diretta ma i sindaci delle città emiliane non si vedono mai fra loro, non hanno una sede in cui scambiarsi esperienze e confrontarsi sui problemi (che sono ovunque gli stessi). È l’altra faccia della parola “autonomia”, un bene prezioso, fino a che non diventa illusione di autosufficienza. Sono convinto invece che sia necessario, proprio nell’ambito di una Regione che vuole essere sistema delle eccellenze che vi siano dei territori che dialoghino fra loro e cerchino soluzioni (in scala maggiore) dei problemi locali. È quello che avviene in casa Hera, pur con tutte le difficoltà su cui tornerò. È quello che stiamo facendo con il Comune e la Provincia di Bologna (assieme alla Provincia di Ferrara! ) per costituire una nuova più grande azienda di trasporti pubblici che risponda alle esigenze di un bacino di mobilità che non può certo essere confinato sui limiti amministrativi di una o l’altra provincia. Colgo l’occasione della presenza del Sindaco Cofferati per annunciare che (assieme alle Province) abbiamo dato mandato alle nostre aziende di trasporto di completare il percorso di fusione entro il 2008.
Una maggiore forza della Regione Emilia Romagna e una maggiore compattezza fra i suoi territori sono l’unico strumento valido, nell’immediato, per contrastare le politiche nazionali che purtroppo sono alle viste, di ridimensionamento (per usare un eufemismo) del welfare pubblico e dell’assistenza sociale del Paese. Non parlo dei tanti annunci cui vedremo cosa seguirà, quanto piuttosto dei provvedimenti che si stanno prendendo in queste ore e che concentrano nuovi tagli sulle Regioni e sugli Enti locali.

Una Regione coesa è più forte a difendere il suo welfare sociale dai tentativi di svuotamento. Soprattutto in un momento in cui l’Anci nazionale non riesce a contrattare nulla di utile e importante e nemmeno ad attenuare gli effetti negativi dei provvedimenti ministeriali. Questo è un problema: senza seconda camera delle Regioni e delle autonomie, senza la Commissione interistituzionale, dovrebbe essere l’Anci a tutelare il sistema dei Comuni. Ma l’Anci non è in grado di farlo perché ha scelto di essere una associazione politica di rappresentanza generale del sistema, invece che una organizzazione sindacale dei Comuni, come dovrebbe. Come rappresentanza politica è ovviamente paralizzata dai veti incrociati pro o antigovernativi, a seconda della maggioranza che governa. Laddove come rappresentanza degli interessi dei Comuni dovrebbe poter essere ancora più attiva ed efficace in una logica di alternanza.

Anche su questo punto una maggiore coesione tra le città della Regione potrebbe essere utile. Il Presidente Errani, come Presidente della Conferenza delle Regioni, ha svolto un ruolo continuo ed importante di confronto (con gli ultimi governi) ad evitare scelte deleterie (è il motivo per cui non è qui con noi oggi). Ma non va lasciato solo in questa sua opera, e nemmeno si può affidare solo a lui la rappresentanza anche dei Comuni e delle Province.

Non sono preoccupato solo della dimensione dei tagli: alla fine, se non avremo altra strada, pareggeremo il bilancio chiudendo delle attività e non facendo gli investimenti previsti, altro che nuove infrastrutture. Sono amareggiato per la logica che ancora una volta li sottende. Una logica fatta di separazione: il bilancio dello Stato e i tagli sui Comuni e sulle Regioni, come se non fosse un unico grande bilancio consolidato dell’ Azienda Paese. E dell’idea che se si contrae il pubblico, come dicevo, qualcuno occuperà quegli spazi con logiche di mercato. Ma il mercato in Sanità, Università, Sicurezza (persino la sicurezza!) non garantisce né gli accessi a tutti né la qualità.
Non mi vergogno poi di dire che il provvedimento di taglio ulteriore delle indennità dei sindaci (e degli altri amministratori) tradisce una logica punitiva nei confronti degli Enti Locali. Se i Sindaci nel 2009 prenderanno il 30% in meno di quello che percepivano, per legge, nel 2004, sarà per umiliare delle figure scomode e non per pareggiare i bilanci locali. Anche in questo i governi di centro sinistra e di centro destra si sono rincorsi in una logica di perversa concorrenza.

Ancora, è stato il Governo precedente a rilanciare un’ipotesi di privatizzazione (non tanto di liberalizzazione, si badi) dei servizi pubblici locali, fingendo di ignorare che per almeno metà del paese i servizi pubblici locali ci sono e funzionano bene. E che i disastri dell’altra metà del paese dipendono dal fatto che lì i servizi pubblici locali, semplicemente, non ci sono mai stati. Qualcuno pensa davvero che in una fase recessiva, se non c’è un soggetto pubblico che raccoglie e smaltisce i rifiuti a tariffe ragionevoli arriverà un privato a farlo? Magari con maggior rispetto dell’ambiente? Si può credere tutto quello che si vuole (qualcuno crede che i rifiuti sparirebbero da soli se non fosse per la cattiva volontà dei Comuni, pertanto), ma è lecito preoccuparsi di cosa accadrà in futuro a questo Paese che già non brilla per senso civico.

Immagino l’obiezione: quando si deve tagliare la spesa pubblica non c’è tempo per tante storie. Il chirurgo non si preoccupa di chiedere al paziente se è d’accordo nelle sue scelte. Ma davvero siamo passati in 3 mesi dal “tesoretto” dovuto all’extragettito alla “canna del gas” di cui parla Tremonti? Non è credibile. A meno che non si voglia dire che extragettito da recupero dell’evasione non ve ne sarà più. Questo è, purtroppo, credibile. E su questo punto, se può consolare, lo spartiacque tra destra e sinistra sembra tornare a farsi netto: la sinistra recupera l’evasione, la destra No. È già qualcosa.

Eppure il sistema degli Enti Locali non si è sottratto alle logiche di riequilibrio dei conti.
In genere, nel totale isolamento, i Comuni si sono dati da fare. Per essere più efficienti prima di tutto: vale a dire erogare gli stessi servizi con risorse fortemente ridimensionate. Avverto però che non so quanto potrà durare. Io non credo alla restituzione dell’Ici: e 14 milioni di euro in meno ogni anno (questo è l’ammanco ferrarese) non sono facilmente compensabili da diminuzione delle altre spese correnti del nostro bilancio. Specie se i tagli si aggiungono ai tagli.

Vale la pena fermarci un attimo a riflettere su cosa abbiamo fatto e cosa stiamo facendo su questo punto della riorganizzazione e dei tagli.
Prima di tutto abbiamo ben separato in 3 blocchi il nostro intervento: l’amministrazione comunale vera e propria, il sistema della rappresentanza politica, le aziende.
Nel campo dell’amministrazione abbiamo riaccorpato servizi ed uffici in 3 grandi Dipartimenti (Territorio, Servizi alla persona, Risorse), istituendo la figura del Direttore di Dipartimento che partecipa ai lavori della Giunta in modo da collegare per via breve la funzione decisionale con quella esecutiva. Ai Direttori e ai dirigenti di fascia alta verranno attribuite mansioni di controllo del lavoro del proprio Dipartimento e parte della retribuzione sarà legata maggiormente, in termini percentuali, al raggiungimento degli obbiettivi del Dipartimento. Questo in un quadro di contenimento delle risorse che ha portato ad un organico minore di 100 unità rispetto al 2004, malgrado il computo dei Co.Co.Co. che prima non erano conteggiati tra i dipendenti, malgrado il ricambio e il consolidamento dei precari che ci sono stati. Abbiamo modificato il sistema di orari e ridotto l’uso e l’abuso di ore straordinarie. Abbiamo inoltre iniziato a incentivare l’esodo anticipato delle mag! giori anzianità professionali in modo da poter assumere risorse fresche. È uno sforzo considerevole che ha prodotto anche risparmi consistenti di bilancio. Ma non ci si lamenti se non è cresciuta l’efficacia al pari dell’efficienza. Per far crescere l’efficacia della PA anche locale andrebbe mutata la sua organizzazione del lavoro verso un lavoro ad obbiettivi rivolto ad una maggiore soddisfazione dei cittadini utenti. Questa inversione è però difficile da avviare fino a che non si rinnoveranno a fondo gli organici dei Comuni assumendo giovani professionalità in numero determinante. Anche in questo caso gli slogan sui “fannulloni” (inaugurati sul Corriere della Sera da un noto economista di sinistra) solleticano il pregiudizio diffuso contro la PA ma fanno perdere di vista l’obbiettivo vero. La pubblica amministrazione contiene buone professionalità (in qualche caso eccellenti) e una dose di scarso rendimento: mescolare le due cose fra loro serve solo a rendere più diffic! ile la soluzione del problema. Il risultato è che nessuno ha ancora parlato di come riorganizzare e rinnovare gli uffici, mentre tutti si esaltano a indicare provvedimenti di maggiore controllo e sanzione dei fannulloni. Vorrei essere chiaro, se il Ministro in carica riuscisse a modificare le cose sarei la persona più felice del mondo: ma per prepensionare i più anziani e assumere giovani ci vorrebbero più risorse e meno demagogie.

Sul sistema della rappresentanza, questa Amministrazione continua a ritenere indispensabile al buon funzionamento del Governo della città, il mantenimento di una articolazione del Comune per Circoscrizioni territoriali che non siano piccoli municipi autonomi ma terminali operativi e ricettivi dell’Amministrazione sul territorio. La Giunta e il Consiglio Comunale stanno predisponendo una riforma del sistema del decentramento (sulla base dei criteri indicati nella finanziaria in vigore) che prevede il contenimento delle Circoscrizioni (da 8 a 4) con un effettivo e significativo contenimento dei costi e lo snellimento delle procedure di esame delle delibere di Giunta. Ciò per non allungare i tempi e non soffocare il lavoro delle Circoscrizioni che dovrebbe essere più orientato a discutere con i cittadini le priorità di intervento nei vari campi e alla realizzazione dei PPQ. I Presidenti delle Circoscrizioni comunali stanno preparando anche loro, per i primi mesi del 2009, una! sorta di bilancio di mandato, da presentare pubblicamente ai cittadini, sull’attività svolta da ciascuna Circoscrizione. Mi sembra una idea importante e condivisibile.

Due parole in più voglio spendere sulla riforma del sistema delle imprese di servizio, cui abbiamo dedicato molto lavoro negli ultimi mesi assieme ai rappresentanti della Holding Ferrara Servizi, che si è voluta rafforzare, senza rinunciare alla snellezza originaria (assenza di Consiglio di amministrazione) di questa società di coordinamento, indirizzo e controllo, della partecipazioni del Comune di Ferrara costituita appena un anno e mezzo fa.
La Holding ha operato in questo periodo introducendo ovunque possibile la figura dell’Amministratore Unico in luogo dei Consigli di Amministrazione (più o meno larghi) nelle Società partecipate, producendo rilevanti economie e relazioni più strette ed operative tra Holding e partecipate. Sull’onda di queste scelte e dei buoni risultati che hanno dato nel riportare le diverse società di servizio a condividere una politica e una gestione più coordinata e meno spontanea, è mia intenzione operare perché nella Holding confluiscano tutte le partecipazioni azionarie detenute attualmente dal Comune di Ferrara, comprese quelle di Hera, per intenderci.
Di recente è stata ricostituita, dentro Amsefc, una divisione del verde pubblico scorporata da Hera, i cui primi effetti positivi iniziano a vedersi in città.
Quando avremo completato questo percorso di collocazione delle partecipazioni, sarà possibile riformare la stessa Holding sulla base del cosiddetto modello duale di amministrazione societaria: un organo di gestione di massimo tre persone e un organo di indirizzo e controllo in cui potranno entrare (in rappresentanza della proprietà) tre consiglieri comunali, se il Testo Unico sugli Enti Locali, come penso, ce lo consentirà. Avremo in questo modo una Holding che controlla le partecipate e nello stesso tempo è di facile interlocuzione da parte del Consiglio e della Giunta.

Approfitto della presenza di alcuni Sindaci soci di Hera per testimoniare loro il nostro imbarazzo (anche qui uso un eufemismo di cortesia) di fronte ai ripetuti ricorsi al Tar avviati dall’Azienda. La vicenda è nota: Hera ha fatto un primo ricorso al Tar contro l’autorizzazione provinciale in materia di quantità di rifiuti da bruciare nel nuovo termovalorizzatore, nel novembre 2007. L’autorizzazione era effettivamente troppo restrittiva, ma questa restrizione derivava unicamente dai dati forniti da Hera stessa circa le emissioni prodotte dal forno. Abbiamo lavorato assieme a Hera su quei dati raggiungendo un accordo condiviso anche dall’azienda che prevede la combustione di 130.000 tonnellate di rifiuti ogni anno. Immediatamente dopo quell’accordo Hera, senza lasciar trasparire in alcun modo i suoi intenti e senza avvertire i soci (lo affermo senza tema di smentite anche se Hera fa circolare voci contrarie) e senza discuterne in Consiglio di Amministrazione, ha avviato un ! secondo ricorso al Tar sulle quantità, per passare da 130 a 140.000 tonnellate l’anno prossimo. Il Tar, probabilmente, deciderà nel prossimo inverno.
Tralascio il fatto formale: che non mi è mai capitato di vedere un’azienda privata che tratta in questo modo i propri soci, figuriamoci una pubblica. Che se Hera pensa di essere un’azienda a partecipazione statale che risponde solo al Ministero del Tesoro ha sbagliato film di riferimento. Che in piena campagna elettorale per le amministrative, grazie al comportamento di Hera, si tornerà a parlare non del modo migliore di smaltire i rifiuti a Ferrara ma del nuovo inceneritore che fa ammalare la popolazione. Tanto a loro che importa? Che gli importa del consenso attorno alle politiche delle aziende di servizio e degli enti locali? Loro sono una società quotata in borsa e rispondono solo al mercato: mi pare di sentirle queste motivazioni…
Tralascio anche il fatto che la decisione di ricorrere al Tar contro la Provincia è stata resa nota dopo la recente Assemblea di approvazione del bilancio e di rinnovo degli organi societari, altrimenti avrei potuto fare queste osservazioni dal microfono dell‘Assemblea di Hera. Tutto questo è ormai acqua passata.
Ciò che mi preme dire qui è con quale orientamento avvierò il confronto con la Provincia e le altre autorità preposte quando torneremo a parlare di inceneritore. È mia convinzione, peraltro più volte espressa anche di fronte ai comitati anti-inceneritore, che il Piano provinciale dei rifiuti si articola su tre obbiettivi da tenere ben fermi: il superamento delle discariche, la crescita progressiva e costante della raccolta differenziata, anche mediante sperimentazioni di raccolta porta a porta (per altro già avviate), e l’incenerimento della quota residua. Essendo il Piano basato sul presupposto che non ci saranno importazioni né esportazioni di rifiuti, è facile desumere che la quota di incenerimento tenderà progressivamente a calare negli anni man mano che crescerà la difefrenziata. Questa mi sembra una impostazione di buon senso sociale e ambientale, mi piacerebbe che diventasse anche una impostazione di buon senso aziendale.

Allo scopo di avvicinare di più sensibilità sociali ed azienda, intendiamo promuovere la costituzione, presso Hera Sot di Ferrara di un Comitato di Rappresentanza degli Utenti che dialoghi in permanenza con il Consiglio di Amministrazione e, pur senza interferire con la gestione aziendale, favorisca azioni di informazione e miglioramento dei servizi. Accogliamo con favore il fatto che il CdA di Hera spa abbia accettato di avviare questa sperimentazione (unica nella regione) su sollecitazione del Comune di Ferrara. Mi pare un positivo, seppur parziale, segnale in controtendenza.

Stiamo discutendo fra soci del Patto di Sindacato della possibilità di riformare anche Hera secondo il sistema duale di cui accennavo sopra. Io credo che sia opportuno e urgente, se si vuole mantenere un legame più stretto tra azienda e comunità, a maggior ragione di fronte a uno scenario di fusione di Hera con Iride ed Enia, ma questa decisione non dipende, se non pro quota, dalla volontà del Comune di Ferrara.

A proposito della crescita di Hera e della eventuale fusione con Iride ed Enia, si rende necessario un punto di ulteriore riflessione relativo ai servizi idrici. Approfitto per dire che il Comune di Ferrara difende il principio che nel mondo, ma anche in Italia e in Emilia Romagna l’acqua sia considerato un bene pubblico non alienabile. L’attuale assetto di Hera, azienda che gestisce il servizio di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua non certo in quanto proprietaria della risorsa idrica, è a solida maggioranza pubblica (sancita dallo Statuto). Ma cosa succederebbe nell’ipotesi (che noi tra l’altro auspichiamo) di crescita mediante fusione? Il Sindaco di Torino ha di recente affermato che predilige un modello di azienda nella forma della Public Company, in cui il pubblico scende al di sotto (molto al di sotto) del 50% delle azioni e le altre vengono distribuite a nuovi azionisti. Come è noto, il “public” in questo caso sta per diffuso, non certo per pubblico. Voglio ! dire qui, sempre approfittando della presenza del Presidente del Patto di Sindacato di Hera, che non sarei per nulla d’accordo con quest’ipotesi perché la Public Company diventerebbe così una società in cui la grande maggioranza delle azioni è in mano a molteplici soggetti privati (che non hanno voce) e in cui, proprio per questo, i manager, sganciati da ogni forma di controllo pubblico, avrebbero un potere ancora maggiore di quello che hanno oggi. Tornando all’acqua, mi parrebbe più prudente se immaginassimo invece di costituire una società a sé stante già oggi in Hera e un domani una società di business con Iride ed Enia in modo da salvaguardare la presenza pubblica in questo fondamentale comparto. Visto che una riorganizzazione dopo la fusione si dovrà fare, perché non pensare di scorporare fin d’ora i servizi idrici? Mi pare una interessante ipotesi di lavoro.

Sembra che sul crinale della dialettica tra pubblico e privato si giocherà in molti campi il futuro di questo Paese. E non c’è dubbio che viviamo una fase storica in cui i consensi del settore pubblico sono molto bassi, per via delle inefficienze e delle lungaggini decisionali ed esecutive. Tuttavia tra interventi pubblici che traguardano il bene comune di una collettività e magari arrivano con molto ritardo e interventi privati moderni ed efficienti che però prescindono (come è ovvio) da ogni riferimento all’interesse generale, io ammetto di essere un conservatore e difendere l’intervento pubblico. Anche perché lo credo sinceramente migliorabile e riformabile. Essere “efficienti in quanto pubblici”, come dice il nostro Rettore, non è rincorrere un’utopia.

Noi siamo accanto alla battaglia che sta sostenendo l’ Università in difesa dell’istruzione pubblica in questo Paese. Istruzione che, non dimentichiamocelo, è insufficiente a sformare le professionalità necessarie al paese e non sovradimensionata. È per questo che, assieme alla Fondazione Carife e alla Banca siamo entrati nel Comitato dei Sostenitori dell’Università, con l’intento di sostenerne le attività di ricerca più innovative. Certo che è possibile razionalizzare e migliorare il sistema universitario italiano, ma non smantellandolo a vantaggio di iniziative private di là da venire che, diciamolo con forza, farebbero lievitare i costi dell’istruzione e ridurre conseguentemente le quote di coloro che vi partecipano.

Sulla sanità pubblica, anche i fatti più recenti accaduti in Lombardia (e non solo) dimostrano che il sistema sanitario dell’Emilia Romagna (con il suo particolare mix di pubblico e privato accreditato) è di buona qualità, molto al di sopra della media del Paese. Il Presidente della Regione ha di recente ribadito che farà tutto quello che è in suo potere per concludere entro i tempi previsti la conclusione del cantiere del nuovo Ospedale di Cona. Lo ringrazio di questa precisa presa di posizione, necessaria di fronte al comportamento incredibile del Governo che (per quel che riguarda noi) ha messo in discussione accordi già operativi.
Nel cantiere di Cona (che l’anno scorso avevamo denunciato essere pericolosamente in ritardo) oggi lavorano circa 400 persone al giorno, sabato compreso. La struttura dell’edificio si è molto ingrandita e in alcune aree sembra avere recuperato i ritardi subiti: anche se non ovunque, come si può vedere dalle immagini. Ma siamo fiduciosi che se i lavori continueranno a questi ritmi, la consegna potrà avvenire nei tempi stabiliti. Anche a questo scopo è indispensabile che ci si predisponga a lavorare pienamente nella stagione autunnale, evitando i ritardi dovuti alle piogge prevedibili. Se la soluzione definitiva di deflusso delle acque meteoriche necessita di ulteriore tempo per superare alcune resistenze proprietarie, bisognerà predisporre un sistema di pompaggio in grado di garantire la continuità delle attività anche ai piani interrati.

In materia di sicurezza, nei giorni scorsi abbiamo fatto un primo bilancio di attività del Piano per la sicurezza siglato con il Prefetto di Ferrara e per il cui avvio, per fortuna, non abbiamo atteso la ratifica da parte del Governo allora in carica. È sotto gli occhi di tutti che la situazione al Grattacielo è migliorata nettamente grazie all’azione congiunta tra Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e Ufficio della mediazione interculturale. In questo anno di lavoro abbiamo applicato politiche di accoglienza e integrazione, controllo e sanzione degli abusi del sistema delle locazioni, repressione dei reati. Con il risultato che la vivibilità in quell’area è nettamente migliorata. Ora si tratta, come abbiamo detto ai cittadini del Grattacielo, di non abbassare la guardia. Ma la presenza quotidiana dei nostri operatori ci tranquillizza sul fatto che saremo in grado di segnalare la minima inversione di tendenza. Al Grattacielo abbiamo messo ! a punto un metodo, un protocollo, si potrebbe dire, che ora possiamo esportare nelle altre aree di intervento previste dal Piano, anche se hanno caratteristiche e accentuazioni, per fortuna, molto diverse.
Anche l’intervento sulla sicurezza dimostra che se si opera bene e con continuità non è necessario né militarizzare il problema (chiamando l’esercito) e neppure privatizzarlo (ricorrendo alle ronde dei cittadini).

In questi ultimi mesi abbiamo perfezionato accordi con due importanti soggetti pubblici nazionali: l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia del Demanio. Con la prima abbiamo concordato la realizzazione di una scuola nazionale per il personale dell’Agenzia da realizzarsi nel doppio chiostro rinascimentale di San Benedetto. Con la seconda abbiamo avviato il Piano Unico di Valorizzazione degli edifici demaniali cittadini, primo fra tutti la Caserma Pozzuolo del Friuli.
A dirigere queste Agenzie non ci sono più i dirigenti di prima, in forza del criterio del cosiddetto Spoil System. Voglio sperare che tra le spoglie della precedente amministrazione di cui il Governo in carica intende liberarsi non ci siano anche gli accordi sottoscritti con noi.

Così per il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, auspichiamo che l’accelerazione che ha portato alla costituzione del Consiglio di Amministrazione, non venga meno e che si possa passare immediatamente, assieme alla Direzione Regionale dei beni culturali, alla fase di definizione del bando di progettazione di questo importante Museo, unico in Europa del suo genere.
Abbiamo già sollecitato su questo e i punti precedenti una persona di indiscusse qualità e serietà come il Sottosegretario Gianni Letta, da cui attendiamo fiduciosi risposte di conferma.

Ho già trattato, nella scorsa relazione, dei progetti di fine legislatura. Alcuni sono in corso di realizzazione, altri sono al via, dopo una lunga e proficua discussione con la città e con le forze politiche, anche di opposizione. Richiamo solo per titoli il Psc e il Piano Urbano della Mobilità. Il primo sta entrando nella fase finale di verifica delle osservazioni per passare poi a quella del voto di approvazione entro la legislatura, assieme al Regolamento urbanistico edilizio e alle linee di impostazione del primo Poc. Il Pum, dopo un confronto serrato con le Circoscrizioni e la città sta per essere assunto dalla Giunta. È mio parere che molte delle incomprensioni iniziali siano state fugate e che, con le necessarie prudenze e le modalità concordate, si possa andare verso una applicazione complessiva del Pum. Del resto, abbiamo già finalmente avviato l’attività del Terminal di Via del Lavoro, grazie all’intervento di Acft, che consentirà di allontanare il trasporto pub! blico pesante dal centro cittadino. Ferrara Tua è all’opera per l’allargamento dei posti nel parcheggio San Guglielmo. Nel Programma speciale d’area del centro storico firmato con la Regione è prevista la trasformazione del Mercato di Via Santo Stefano in un parcheggio multipiano e, se verranno confermati gli impegni, saremo in grado di predisporre diverse decine di posti in breve tempo nel piazzale della Caserma di Cisterna del Follo con ingresso da Via Scandiana.

È di questi giorni una polemica sul cosiddetto Piano comunale del commercio. Le associazioni dei commercianti ci hanno chiesto di continuare il confronto prima di avviare la discussione in Consiglio e noi accediamo volentieri a questa richiesta. Tuttavia, se ci è nota la crisi del settore dovuta alla persistente riduzione della domanda di consumi, siamo convinti che non è bloccando le concessioni edilizie relative alle superfici commerciali soprattutto di medie dimensioni che si risponde alla crisi. Al contrario, riteniamo che una delle possibili forme di superamento della crisi in atto sia proprio la crescita soprattutto urbana di forme nuove di commercio, con l’attivazione di superfici di piccola e media dimensione. Ma siamo pronti a tornare a ragionare di questo e di altri temi legati alla crescita di un settore che continuiamo a considerare fondamentale per la vita della città, se si vuole evitare che il centro storico si spopoli davvero come non è certo accaduto in que! sti anni.

In questi giorni di indubbio successo nazionale del Festival “Ferrara sotto le stelle”, un appuntamento più conosciuto dai giovani italiani che non dai cittadini ferraresi per la presenza ogni anno delle principali avanguardie assieme ai classici della musica rock contemporanea, vorrei ricordare due eventi nuovi che hanno caratterizzato la vita cittadina degli ultimi mesi: il Festival di Internazionale con il suo trabordante pubblico giovanile e il Città Territorio Festival che in tre giorni ha registrato circa 30.000 presenze. Si tratta di due iniziative che replicheremo, dato il loro clamoroso buon avvio in termini di pubblico e di ritorno di stampa. È utile segnalare in questa sede che con il Festival della città e del territorio, organizzato assieme all’editore Laterza, abbiamo anche voluto sperimentare una forma di finanziamento (pienamente riuscita) a carico esclusivamente di sponsor e sostenitori esterni, senza che i costi ricadessero nemmeno parzialmente sui bilanc! i del Comune.
Speriamo che l’Anno speciale della bici che stiamo avviando (con pedalata un po’ lenta, per i miei gusti), oltre che promuovere il turismo “Slow Bike”, riesca anche a indurre qualche comportamento più urbano dei ciclisti ferraresi.

Non posso non ricordare qui che negli ultimi mesi è stato aperto, grazie al determinante impegno della Provincia il Centro Studi Ermitage Italia, alla presenza del Capo dello Stato. Un grande successo internazionale della nostra città. E che è ancora in corso la prima grande mostra su Garofalo (il “Raffaello ferrarese“), realizzata in collaborazione con Ermitage. Il 2007/2008 è stato un anno di offerta culturale eccezionale per Ferrara, con risultati di qualità e crescita del numero dei visitatori veramente imponente. Spiace notare che qualcuno non crede ai numeri ufficiali sulle presenze turistiche: checché se ne pensi l’afflusso turistico a Ferrara è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, più che raddoppiando le quote del 1999. Ma di questo avremo modo di parlare in occasione del Bilancio di Mandato.

Avrete sicuramente visto sulla stampa segnalare episodi che denotano scarsa sensibilità nei confronti delle persone disabili. Purtroppo si tratta di segnalazioni fondate e, per quello che attiene alle responsabilità di questa Amministrazione, me ne scuso con le Associazioni che le hanno denunciate. Tanto più che con loro abbiamo avviato un percorso di coinvolgimento diretto ad un metodo di lavoro che sappia evitare il ripetersi di simili errori. È stata istituita una Commissione tecnica mista per l’accessibilità che ha già prodotto prime decisioni: la collocazione di una nuova segnaletica per la ZTL Duomo, la sistemazione di semafori per non vedenti in collaborazione con Hera Luce, il rilievo delle barriere esistenti, la verifica e messa a norma dei parcheggi esistenti. Non appena la commissione avrà terminato il suo programma di intervento, esso sarà reso pubblico e verrà assunto come vincolo operativo dall’Amministrazione Comunale.

Infine lo sport, mai come in questi ultimi giorni intrecciato alla vita politica ed economica della città.
È nata di recente una leggenda, alimentata da un giornalista poco interessato alla realtà dei fatti, secondo cui non ci sarebbero rapporti tra il Sindaco e la Società del Basket, per questioni di orgoglio. Chi si contenta gode, verrebbe di dire.
Ma si pensa davvero che una persona che, per mestiere, ha passato molte notti a incontrare Federmeccanica per cercare un’intesa, mentre le trattative del rinnovo del contratto dei metalmeccanici erano interrotte e gli scioperi in corso, ha problemi ad incontrare la Società del Basket della sua città? È semplicemente ridicolo e falso.
Non sarò però io a dire quando è stata spedita la lettera formale di richiesta di parere e nemmeno, dove e con chi della società mi sono incontrato la settimana scorsa, cosa abbiamo mangiato e cosa ci siamo detti. Se non lo vogliono fare loro, non lo farò io. Perché ho un certo rispetto per le regole della diplomazia, un po’ meno per quella da operetta che ho visto di recente in azione. Però, sono per chiudere questo balletto grottesco.
Mi limito a ripetere qui, per la quindicesima volta, quello che ho spiegato a voce ai miei commensali, evidentemente non riuscendo a farmi comprendere bene. Come Sindaco mi sono impegnato davanti alla Squadra e alla Società a predisporre una sede adeguata alle esigenze del campionato di serie A. E questo faremo, con l’ampliamento a 3500 posti a sedere del Palazzo dello Sport, entro i tempi concessi dalla Lega Nazionale Basket e il più in fretta possibile. Nel frattempo avvieremo la preparazione del bando per la ricerca di investitori privati per la costruzione del Nuovo Palasport. Questo è tutto: non mi sembra né poco né dubbio.
In ogni caso, fin d’ora, molti auguri e il sincero sostegno della città alla Carife per i migliori successi nel prossimo impegnativo campionato.

Altrettanti auguri alla nuova compagine societaria della Spal che ha dato subito segni di forte dinamismo e volontà di rafforzare la squadra. Un saluto particolare e un ringraziamento, per le risorse e le energie impiegate in questi anni, al Presidente Tomasi. Qui non temo di svelare niente dicendo che in quella difficilissima estate del 2005, quella del lodo Petrucci (fatta di molte chiacchiere e poca sostanza, come spesso succede qui da noi), se non era per Tomasi, forse avremmo davvero perso la Spal.

A nome della città debbo anche dare il Benvenuto alla Giacomense che verrà a giocare nel nostro stadio. Masi San Giacomo è il più piccolo paese che partecipa con una propria squadra a un campionato di calcio professionisti. Anche a loro molti auguri di buoni successi nel campionato C2. Senza esagerare, naturalmente.
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