com.stampa - commemorazione Florestano Vancini

24/set/2008 17.35.12 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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CronacaComune

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Molti cittadini con il sindaco e le autorità per la cerimonia di commemorazione in certosa
Fra emozioni e ricordi l'ultimo saluto a Florestano Vancini


24-09-2008

Ferrara ha tributato l'ultimo commosso saluto a Florestano Vancini. Alla sala del commiato della certosa si è svolta una cerimonia pubblica di commemorazione, durante la quale hanno testimoniato il loro ricordo il sindaco Gaetano Sateriale, il regista Massimo Sani (rammentando episodi di vita e citando i tanti cineasti che hanno partecipato il loro dolore per la scomparsa del grande maestro), il professor Marco Bertozzi (che ha richiamato il senso della laura ad honorem attribuito dall'Università di Ferrara la scorsa primavera), l'attore Mariano Rigiglio e poi Paolo Micalzzi, Anna Quarzi, Alfredo Santini e la figlia di Florestano, Gloria Vancini.

Ecco il ricordo di Florestano Vancini nelle parole pronunciate dal sindaco Gaetano Sateriale durante la cerimonia di commemorazione che si è svolta alla sala del commiato della certosa di Ferrara.

"Florestano Vancini desiderava che le sue esequie si svolgessero in forma strettamente privata e così è stato.
Per rispetto delle sue volontà e di quel carattere riservato, fin quasi ad essere schivo, che era il suo più profondo modo di essere, nella vita pubblica come in quella privata, nel mondo dello spettacolo che pure ha frequentato con successo come nell’ambito familiare. Sempre attento a non disturbare gli altri, a non imporre nulla di sé a nessuno. Ma costantemente curioso di capire ciò che attorno a lui accadeva, sia nella sfera pubblica e sociale che nella cerchia delle sue amicizie e degli affetti personali.
Abbiamo ritenuto tuttavia doveroso, sentiti i figli Gloria e Mario, consentire ai suoi numerosi amici, a quanti l’hanno conosciuto e a tutti coloro che ne hanno ammirato l’opera di partecipare oggi ad un momento di commiato cui portare la propria testimonianza o semplicemente il proprio saluto. Per esprimere a Florestano Vancini il nostro affetto e soprattutto per fargli sentire l’amicizia e la stima della sua città.

Non parlerò oggi di Florestano regista di bellissimi documentari e di film che hanno segnato il cinema italiano per quasi 50 anni. Penso che Ferrara debba organizzare nei prossimi mesi un più degno e meditato tributo retrospettivo alla sua opera. E’ un impegno che mi prendo volentieri perché il suo lavoro artistico lo merita.
Credo che qui convenga ricordare soprattutto la persona, così come ciascuno di noi l’ha conosciuto. E, forse, nel modo in cui Florestano avrebbe preferito: più domestico e meno pubblico, più spontaneo e meno solenne. Nel dubbio ho pensato di parlare come se lui fosse qui e ricordassimo insieme le cose piacevoli che stanno in mezzo a mille ricordi oggi difficili da contenere.

Molti di voi avranno sicuramente un ricordo caro di lui, se non di quando da ragazzo si divertiva a sfrecciare a tutta velocità in bicicletta per via San Romano (assieme a Vittorio Passerini e altri giovani scalmanati) e spaventare le donne che con le sporte piene tornavano dal mercato, forse di quando scriveva i suoi primi articoli sul giornale del liceo scientifico firmandosi “Fior di Stagno”, o di quando abbiamo tutti imparato quanta fatica concreta sia necessaria per “girare un film” , con le urla che gli sentivamo fare sul set della sua Lunga Notte del 43.
Per molti di noi Florestano ha rappresentato il mondo incantato e fantastico dello spettacolo, di cinecittà, degli attori famosi (che si piegavano pazienti alle sue urla come ai suoi consigli), della notorietà, della mostra del Cinema di Venezia. Ma io voglio testimoniare la fortuna di quelli che, come me, l’hanno conosciuto anche e soprattutto sul versante familiare e privato, pur senza tradire qui quel pudore e quella riservatezza che è anche un tratto di famiglia.

Noi, i nipoti ferraresi, lo abbiamo conosciuto e frequentato costantemente, seppur saltuariamente, attraverso i suoi “ritorni” in città, che non si sono mai interrotti in tanti anni. Prima per rivedere e ritrovare i suoi genitori (i nostri nonni) che ha saputo rappresentare così bene nelle Stagioni del nostro amore, poi per tenere i fili delle sue amicizie e dei suoi affetti con le persone e i luoghi di Ferrara. Una città che è sempre stata la sua, vorrei dire “unica” città (pur vivendo e lavorando ormai da tanto tempo a Roma).
Quando tornava lo zio da solo o con la sua famiglia, nella casa di Piazza Ariostea o più tardi in via Spadari, era sempre un momento di novità e di gioia, da bambini, un momento di scambio e di arricchimento da adulti. Potrei ricordare uno ad uno i momenti e le discussioni, le frasi che diceva e che si scolpivano nella nostra mente in quelle occasioni di incontro. Ho parlato di bambini e di adulti, ma la cosa più caratteristica e affascinante nel frequentare Florestano è che non faceva questa distinzione: che ascoltava e parlava con i bambini come se fossero adulti riuscendo ad essere insieme un fratello maggiore attento, un padre o uno zio sempre rintracciabile e presente e un nonno affettuoso, oggi, per i più piccoli. Senza mai dimenticare di attribuire agli altri quella piena dignità di persona adulta che, parlando con lui, faceva crescere.

La prima immagine che ho di lui mi è stata raccontata da sua madre, mia nonna, tante volte sorridendo.
Siamo negli anni 30. Florestano è bambino, seduto sull’asse della bicicletta della mamma. Stanno tornando verso Boara dove abitano e dove suo padre fa il postino. Passando al mercato di porta San Giovanni Florestano vede sulle bancarelle delle banane e chiede a sua madre: “Mamma mi compri una Banana?” Mia nonna, per togliersi dall’imbarazzo (e forse per nascondere altri dubbi di natura economica) risponde in dialetto: “Ma, Dio, Florestano, s’an so gnanch cum as faga a cuosarli…!”

Il momento in cui invece ho capito per la prima volta che avevo uno zio importante risale agli anni 50. Cervia, cinema estivo: danno La Donna del Fiume di Mario Soldati. Io e mio nonno siamo seduti su delle seggiole di ferro. Nella scena finale si vede un funerale: davanti c’è un prete che prega e cammina. Il prete è mio zio che faceva l’aiuto regista di Soldati. Mio nonno, preso da giusto orgoglio paterno dà di gomito al vicino e dice: “è mio figlio quello!”. Il vicino risponde: “Ah, complimenti, è un monsignore?” e mio nonno che, bonario, chiarisce: “Ma no, fa il regista di cinematografo, a Roma…!”

Il mondo del cinema e Roma, come due miraggi che aleggiavano nella nostra fantasia di bambini: il lavoro, lontano e misterioso, dello zio Florestano.
Fino a quando quel lavoro non arriva a Ferrara, nelle nostre strade e nelle piazze, per girare il suo primo bellissimo lungometraggio, la Lunga notte del ‘43.

Dicevo che trattava noi bambini da adulti. Capirete cosa intendo.
Ricordo che nel 60 (io avevo 9 anni) sentendomi strimpellare il piano nella casa di Via Porta Mare, lo zio mi chiese, diretto e serio: “Perché non mi butti giù la colonna sonora per il mio film? Io torno fra un mese a vedere se è pronta”. Io non sapevo bene cosa fosse una colonna sonora e nemmeno cosa fosse questa “Lunga notte” di cui tanto si parlava in casa. Ma mi misi d’impegno a inventare un motivo, triste, come immaginavo fosse necessario per una storia di uccisioni e di lutti. Poi, per fortuna di tutti, lo zio scelse un’altra musica per il suo film. Una musica vera.

Chiacchierare con lui di storia, di quello che era stata la guerra nella nostra città, valeva, in dieci minuti, più di un anno scolastico. Per l’attenzione che riponeva alle persone, oltre che ai fatti. Alle persone senza nome, più che ai protagonisti. E alle facce nascoste e meno conosciute degli stessi protagonisti, più che alle loro immagini patinate.
Ascoltare una conversazione, anche domestica, tra lui, mio zio Giovanni Buzzoni, mio padre, i loro amici, era per noi ragazzi, insieme, insegnamento di cose e di modo di essere: rispettoso degli altri, ma fermo nelle proprie opinioni e pronto a sostenerle con passione.
Credo di poter dire, a nome dei familiari della mia generazione, che se siamo come siamo, nel bene e nel male, lo dobbiamo a quella particolare fortuna: di aver vissuto dal vero quell’insegnamento.
Siamo stati fortunati per aver avuto, pur nei dolori che una vita riserva, ciascuno di noi un padre e uno zio su cui poter contare sempre, che ti trattavano alla pari: e pretendevano comportamenti adulti. Senza rinunciare al gioco, al divertimento, e all’arricchimento personale (come quando facevamo le gare di cerbottana nella casa di Via Mortara, o andavamo a fare gite in battana nel delta del Po che gli era tanto caro, o parlavamo, più raramente, di cinema).

Voglio infine ricordare un episodio che mi è rimasto impresso nel più recente rapporto con lo zio Florestano, come l’abbiamo sempre chiamato. Un episodio di cui ora un po’ mi vergogno.
Florestano è sempre stato molto attento a quello che succedeva nella nostra città. Ha seguito anche le vicende degli ultimi anni con attenzione, tramite i giornali e anche i documenti che qualcuno dei cugini gli mandava: le mostre di Andrea, le vicissitudini dell’Amministrazione, le attività degli altri familiari. E quest’anno che ci siamo dimenticati di mandargli la relazione annuale del Sindaco ci ha telefonato per rimproverarci della dimenticanza.
All’inizio della mia esperienza amministrativa, che seguiva con molto interesse e che ha arricchito con alcune sue preziose opere, volendo sapere e non stancandosi di domandare e capire, anche al telefono, mi chiese: “Insomma, come ti trovi in questa nuovo lavoro, sei orgoglioso, come ti senti?” Eravamo nell’autunno del ’99 e io gli ho risposto: “Mi sento come un padre di famiglia di Sarajevo che quando esce di casa per propcurarsi un po’ di acqua potabile i cecchini ne approfittano per sparargli addosso”. Lui ci è rimasto male, perché è sempre stato attento alle immagini (per ragioni di mestiere) e io ne avevo usata una un po’ troppo forte. “Non pensavo fosse così dura”, mi ha risposto. Io poi ho passato gli anni successivi a correggere quella prima reazione e a dirgli che aveva ragione lui. L’immagine era sentita ma sproporzionata e il lavoro non era poi così duro.
Ferrara è una città tranquilla, bellissima, accogliente, pacifica. Come lui l’ha sempre amata e descritta. E non bisogna mai confondere i brevi temporali estivi con le lunghe e nebbiose calme autunnali, le urla dei tifosi con l’indole riservata, appunto, e generosa della nostra gente.

Fra la tua gente sei tornato per l’ultima volta. Ora riposa Florestano. È iniziata la tua “Lunga notte”. Ti sia di conforto il fatto di essere di nuovo assieme ai tuoi genitori, alle tue sorelle, ai tuoi cognati, a tua moglie. E di essere circondato dal ricordo di quelli che ti hanno voluto bene e che oggi misurano, increduli, la dimensione del vuoto che hai lasciato".
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