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A dirlo è Ezio Raimondi, studioso di fama internazionale e presidente dell'Istituto beni culturali dell'Emilia Romagna che, assieme alla Regione e all'Istituto di storia contemporanea di Ferrara, organizza al Ridotto del teatro Comunale per giovedì 23 e venerdì 24 ottobre il convegno internazionale di studi "Max Ascoli antifascista, intellettuale, giornalista", del quale lo stesso Raimondi presiederà la prima sessione di lavoro.

20/ott/2008 17.32.44 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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Convegno sull’intellettuale ebreo e antifascista che fondò e diresse l’autorevole “Reporter”
Max Ascoli, il ferrarese che conquistò l’America


20-10-2008

“Attorno alla figura di Max Ascoli si ricompongono molti nodi storici che contribuiscono alla ricostruzione del pensiero politico liberale del Novecento”. A dirlo è Ezio Raimondi, studioso di fama internazionale e presidente dell’Istituto beni culturali dell’Emilia Romagna che, assieme alla Regione e all’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, organizza al Ridotto del teatro Comunale per giovedì 23 e venerdì 24 ottobre il convegno internazionale di studi “Max Ascoli antifascista, intellettuale, giornalista”, del quale lo stesso Raimondi presiederà la prima sessione di lavoro.
Quella di Ascoli fu indubbiamente una voce originale e autorevole nel panorama culturale e politico del Novecento. “Il convegno – sostiene Anna Maria Quarzi, direttrice di Iscofe – colma un vuoto di conoscenza anche nella nostra città”. Eppure a Ferrara Max Ascoli nacque nel 1898, si laureò nel 1920 e visse fino al 1930, mettendosi in luce fin dagli esordi per i suoi scritti le doti intellettuali.
Negli Stati Uniti, ove prese rifugio a causa dell’origine ebraica e della militanza antifascista, fu docente universitario, giurista prima e politologo poi, giornalista, scrittore e persino funzionario federale, senza mai trascurare la sua indole filantropica, che manifestò per esempio offrendo sostegno economico e morale ai fuoriusciti italiani e impegnandosi concretamente per la ricostruzione dell’Italia del dopoguerra.
Trascurato dagli studi storici e dottrinali e poco noto al grande pubblico, Ascoli fu in contatto fra gli altri con personalità quali Gaetano Salvemini e i fratelli Rosselli, e sviluppò un singolare percorso di maturazione ideologica, nel tentativo di tracciare una via tra socialismo e liberalismo.
Il convegno che ne ripercorre la vicenda si avvale del contributo di Comune e Provincia, del sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, del patrocinio di Università e Comunità ebraica e si svolge sotto gli auspici del Consolato generale d’Italia a Boston. L'Ibc ha seguito sul piano organizzativo l'intero progetto, avvalendosi della collaborazione scientifica del professor Renato Camurri dell'Università di Verona e dell'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, nella persona della professoressa Anna Maria Quarzi.
L’assessore regionale alla Cultura, Alberto Ronchi, segnalando il ruolo di stimolo avuto da Paolo Ravenna (storico esponente della comunità ebraica e del mondo culturale ferrarese), ha evidenziato “l’importante contributo del convegno alla memoria della città” ed espresso l’auspicio “che si approfondiscano gli studi anche in riferimento alla documentazione conservata negli archivi statunitensi”, esigenza riconosciuta anche dal professor Cimurri “poiché la fase italiana è ben documentata, mentre di quella americana sappiamo meno e molto deve ancora essere indagato”.
Quello del convegno appare dunque solo un primo momento di riappropriazione della figura di Max Ascoli. Tanto che la vicesindaca Rita Tagliati annuncia che di voler sollecitare una degna testimonianza di questo intellettuale nel futuro Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah.


LA SCHEDA – Da Ferrara a New York: l’itinerario intellettuale di Max Ascoli

Nato a Ferrara nel 1898, da famiglia ebraica, il padre Enrico era un commerciante di granaglie, la madre, Adriana Finzi, un’esponente di una famiglia benestante della città emiliana, Ascoli si laureò nel 1920 in legge nell’Università della sua città con una tesi di filosofia del diritto, discussa con Alessandro Levi, esponente di spicco del positivismo giuridico italiano. In questo ambito disciplinare, egli, a partire dal 1924, pubblicò alcuni interessanti contributi e parallelamente all’attività scientifica, Ascoli avviò anche quella di pubblicista collaborando a tutte le più importanti riviste del primo antifascismo: dalla "Rivoluzione Liberale" di Piero Gobetti a "Quarto Stato" di Nenni e Carlo Rosselli, fino a "Il Mondo" e a "Non mollare".
Dopo un primo arresto e una condanna al confino, vistosi preclusa la carriera accademica, nel 1931 Max Ascoli riuscì, grazie ad una borsa della Fondazione Rockefeller, a lasciare l’Italia e a trasferirsi a New York presso la New School for Social Research, diretta da Alvin Johnson, dove iniziò una lunga e prestigiosa carriera che nel giro di pochi anni lo portò ad occupare una posizione di primo piano nell’establishment americano che mantenne fino alla morte avvenuta nel 1978. Nel dopoguerra l’attività di Ascoli si concentrò prevalentemente sulla rivista “The Reporter”, da lui fondata nel 1949 e diretta fino al 1968.
Indubbiamente l’approdo alla New School rappresentò uno dei punti di svolta più significativi della biografia intellettuale e politica di Ascoli. Sul piano intellettuale egli si trovò proiettato al centro di un network di relazioni scientifiche di eccezionale livello, spostando decisamente l’asse dei suoi interessi verso le discipline politiche ed economiche. Lavorò assieme a studiosi del calibro di Emil Lederer, Jacob Marshak, Theodor Geiger, Franz Neumann, Hans Speir, Leo Strauss, quasi tutti impegnati nello studio dei caratteri dei moderni totalitarismi.
L’ingresso nella New School consentì, inoltre, a Max Ascoli di accelerare il suo inserimento nella società americana e di stabilire solidi rapporti con il mondo politico ed economico americano. Risalgono a quegli anni l’amicizia con Adolf Berle, assistente di Stato e con la famiglia Roosevelt.
Unico italiano presente nell’”Università in esilio”, in pochi anni consolidò la sua posizione fino ad arrivare ruoli di responsabilità significativi nella Graduate Faculty of Political and Social Science (nel 1939 fu nominato dean), in virtù dei quali riuscì a creare le condizioni per inserire nell’istituzione newyorkese giovani studiosi italiani, rompendo così l’egemonia tedesca. Grazie ad Ascoli approdarono, tra gli altri, alla New School con varie borse di studio e incarichi Paolo Milano, Nino Levi, Lionello Venturi, Paolo Contini, Giorgio Santillana, Alessandro Pekelis, Mario Einaudi e Franco Modigliani che si formò sotto la guida del citato Marschak.
Ascoli occupò anche ruoli importanti nella rivista “Social Research”, pubblicata a partire dal 1934 dalla stessa facoltà. In questa prestigiosa sede pubblicò molti articoli sulle origini dei sistemi totalitari degli anni '30, sulle nuove relazioni internazionali (la documentazione prodotta dalla New School in quest’ambito venne utilizzata dall’Office of Strategic Service-OSS), sul New Deal. Collaborò a molte altre riviste (tra cui “Foreign Affaire”, Atlantic Monthly”, “The Nation”), ed ebbe ruoli di responsabilità in varie istituzioni scientifiche, culturali e diplomatiche americane tra cui citiamo: American Institute of Pacific Relations, Bureau of Latin America Relations, Center for International Economic Growth, Comite International d’Aide aux Intellectuels, Committee for a National Trade Policy, Comittee for Relief to Victmins of nazi-fascism, Inter-American Affairs office della Nelson Rockefeller’s Foundation, Concil for Democracy, Concil for Foreign Relations.
Non è, dunque, un caso se un documento dell’Ambasciata italiana a Washington, datato, ottobre 1941, lo descrive come il più influente fuoriuscito italiano e “uno dei più pericolosi antifascisti che risiedano negli Stati Uniti”. Per la notorietà di cui godette e per i diversi ruoli che ricoprì, Ascoli - assieme a Gaetano Salvemini, docente di storia e cultura italiane ad Harvard dal 1933 al 1948 – divenne il punto di riferimento per gli esuli italiani e il personaggio chiave della battaglia antifascista condotta negli Stati Uniti.
Mantenne i contatti con Ferrara e nel dopoguerra donò all’ospedale della sua città il Padiglione di oculistica, a lui intitolato.
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