Una lapide a San Martino per ricordare la battaglia di Buttifredo

26/mar/2009 14.00.16 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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CronacaComune

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Sabato 28 marzo la presentazione ai cittadini
La battaglia del “Buttifrè” ricordata da una lapide a San Martino


26-03-2009

25 aprile 1799: una data ben impressa nella memoria storica della comunità di San Martino. Risale infatti a quel giorno l’eccidio ad opera dell’esercito francese che fece trentuno vittime nel territorio del Buttifredo. L’evento, legato alle vicende dell’insorgenza ferrarese contro la dominazione francese di quegli anni, sarà ricordato da una lapide posta, per iniziativa della circoscrizione Sud nel luogo della battaglia, in via Buttifredo. La targa commemorativa sarà presentata ai cittadini sabato 28 marzo alle 11, dal presidente della Circoscrizione Fausto Facchini.


LA SCHEDA STORICA a cura della Circoscrizione Sud

L’insorgenza nel Ferrarese - Ferrara nel Triennio Giacobino

L’insorgenza nel Ferrarese si situa nel quadro più vasto della resistenza delle popolazioni alla dominazione francese e giacobina dopo l’invasione del 1796 da parte degli eserciti di Napoleone Bonaparte (1769-1821), che, sconfitte le truppe del Regno di Sardegna e dell’Impero asburgico e occupata la Lombardia, invade anche gli Stati Pontifici, benché neutrali, impadronendosi prima di Bologna e poi, il 22 giugno 1796, della Legazione di Ferrara, senza incontrare resistenza. La tregua conclusa fra la Santa Sede e Bonaparte il giorno dopo a Bologna sancisce il passaggio di Ferrara sotto il dominio francese che abolisce subito gli statuti locali insediando una municipalità repubblicana.
La svolta rivoluzionaria è interpretata, dal ceto dirigente ferrarese, come una riconquista di quell’autonomia locale che era stata sempre più svilita e negata dalla politica accentratrice dei Pontefici riformatori nella seconda metà del 1700, e perciò alcuni esponenti conservatori e aristocratici, in un primo momento, collaborano entrando nella giunta.
Fin da subito, però, cresce il malcontento popolare provocato dalle vessazioni e dalle angherie del nuovo governo repubblicano.
I provvedimenti varati dai francesi, infatti, impongono alla città il pagamento di quattro milioni di lire tornesi, la consegna, sotto pena di morte, di tutte le armi, anche da taglio, la spoliazione del Monte di Pietà, comprese le fedi nuziali, delle chiese e dei conventi, l’espulsione di circa settecento ecclesiastici rifugiati dalla Francia, la requisizione dei beni della Chiesa e delle confraternite.
I contraccolpi sono immediati, e le ordinanze provocano una forte reazione popolare, specialmente da parte delle donne, e i primi moti di scontento avvengono a Cotignola, a Massalombarda e ad Argenta, presto terminati anche per l’invito alla calma da parte dell’arcivescovo di Ferrara, cardinale Alessandro Mattei (1744-1820).
In luglio però esplode gravissima la rivolta a Lugo, capeggiata dal fabbro Francesco Mongardini, che costringe i francesi a intervenire in forze contro gli insorti, i quali, dopo gli iniziali successi militari, vengono sconfitti; Lugo è assediata e brutalmente saccheggiata e i capi della rivolta tradotti a Ferrara e giustiziati, fatti che provocano grande turbamento e che contribuiscono a scoraggiare altri tentativi di rivolta.
Ciononostante, in agosto il cardinale Mattei, approfittando dell’assenza temporanea della guarnigione francese, cerca di ristabilire l’autorità pontificia, ma l’impresa peraltro velleitaria fallisce subito, lasciando l’alto prelato ad affrontare da solo l’ira di Bonaparte, che lo costringe a un temporaneo esilio.

La Repubblica Cispadana

Nel dicembre del 1796 Ferrara entra a far parte della Repubblica Cispadana, e si svolge la consultazione elettorale per l’approvazione della costituzione e l’elezione del deputati al Congresso di Reggio Emilia, ma in 112 parrocchie — che fungono da collegi elettorali — su 185 i ferraresi rifiutano di votare e nelle restanti votano solo 2.825 su 8.823 aventi diritto e, di questi, 1.658, la maggioranza, sono contrari alla repubblica.
Nei quartieri cittadini solo uno, oltre al ghetto, si esprime favorevolmente.
La collaborazione della comunità ebraica con i francesi provoca molto risentimento nei ferraresi, che vedono gli esponenti israeliti partecipare alla giunta municipale e fra questi Abramo Bianchini, noto per il fanatismo giacobino, diventa addirittura comandante della Guardia Nazionale, mentre altri acquistano terre e ori requisiti alle chiese e ai conventi.
Alcuni, ancora, disturbano cerimonie religiose provocando disordini. Dinanzi al mutamento rivoluzionario si manifesta subito una massiccia opposizione. La presenza di una numerosa guarnigione francese impedisce però un immediato sfogo violento alla ribellione latente.
La nobiltà ferrarese adotta un atteggiamento di sprezzante distacco dalla vita politica, mentre la città si chiude in un silenzioso dissenso, che si esprime nella renitenza alla leva e nell’evasione fiscale.
Nelle campagne, invece, la sorda e insofferente ostilità è spesso incoraggiata dall’ostruzionismo del clero locale.
L’atteggiamento diffuso di resistenza passiva e di apatica dissidenza si afferma come la principale peculiarità della popolazione ferrarese di fronte alla nuova realtà, ed è destinata a durare nel tempo, anche quando non trova la forza di esprimersi in ribellione aperta; è significativo comunque il fatto che, al contrario di quanto avviene in altre province, a Ferrara non emerge un ceto dirigente dalle solide convinzioni repubblicane.
Nel giugno del 1797, per decisione di Bonaparte, a Milano viene proclamata la Repubblica Cisalpina, della quale Ferrara entra a far parte con il nome di Dipartimento del Basso Po, e viene imposto a tutti i funzionari un giuramento di fedeltà.
Il cardinale Mattei invita a non giurare e viene pertanto espulso dal territorio della Cisalpina e inviato in esilio.
La coraggiosa presa di posizione dell’arcivescovo, che giudica la Rivoluzione come movimento profondamente anticristiano, porta alle dimissioni dell’intero economato del Comune e di trentacinque funzionari pubblici, mettendo in crisi l’amministrazione.
Da ultimo, la Repubblica decide che Ferrara deve fornire cinquecento uomini per le truppe cisalpine, falcidiate dalle diserzioni, e questo in un momento in cui aumentano i contrasti fra la popolazione e il governo provocati dall’inasprimento fiscale e dalla questione degli alloggi da fornire alle truppe.
Nel dicembre del 1797 scoppiano moti a Massafiscaglia e a Lagosanto, presto domati, e nel luglio del 1790, davanti a una folla commossa, viene fucilato a Ferrara, in un clima di terrore, l’anziano parroco di Varignano, don Pietro Zanarini reo di aver abbattuto un albero della libertà.
Quando, nel marzo del 1799, riprendono le ostilità fra Repubblica Francese e Impero asburgico e gli eserciti austro-russi sul fronte italiano sconfiggono i francesi, anche a Ferrara la situazione è matura per una serie di tumulti e di sollevazioni, che accelerano la vittoria finale.
L’arrivo di pochi cavalleggeri austriaci sul Po fa insorgere le popolazioni di Fiesso, di Trecenta, di Ficarolo e quindi di Ariano. I francesi reagiscono inviando tre cannoniere, ma gli abitanti, dopo tre ore di combattimenti, se ne impadroniscono. La rivolta si estende quindi a Papozze, a Crespino, a Codigoro e in tutto il basso Ferrarese.
Un mugnaio di Cologna, Valeriano Chiarati, si pone a capo dell’insurrezione dimostrando non disprezzabili qualità militari e organizzative, e alla testa di centinaia d’insorgenti occupa Copparo, Villanova, Sabbioncello, Migliarino, Ostellato, Portomaggiore e infine Argenta, dov’è accolto trionfalmente dalla popolazione, che inscena manifestazioni di devozione in onore del patrono san Nicolò.
Nell’alto Ferrarese altre formazioni d’insorti, che portano come simbolo un rametto e un’immagine di Maria sul cappello, conquistano Renazzo, Casumaro, Alberone e Cento.
A Cento il saccheggio del ghetto da parte della popolazione viene evitato grazie all’intervento del parroco, don Sante Bezzi.
Intanto una colonna austriaca, affiancata da quattromila contadini armati, cinge d’assedio Ferrara.

Il carattere di estrema crudeltà degli scontri è testimoniato dall’eccidio di Buttifredo di San Martino, dove, il 25 aprile del 1799, una colonna francese inviata da Bologna in soccorso di Ferrara s’abbandona a eccessi di ogni genere, depredando il paese e trucidando trentuno abitanti.
Nel luogo è stata posta la lapide.

Ma ormai Ferrara è allo stremo e il popolo scende nelle strade chiamato dal suono a martello delle campane, e il 23 maggio finalmente austriaci e insorti entrano in città liberandola.
Viene abbattuta la municipalità giacobina, sono abolite le leggi rivoluzionarie, mentre la popolazione esasperata scatena la propria rabbia malmenando i giacobini più in vista, saccheggiandone le abitazioni e costringendoli a restituire i frutti delle ruberie perpetrate specialmente ai danni delle chiese.
Nel sud della Legazione si consumano gli ultimi sanguinosi scontri fra insorgenti ferraresi e romagnoli da una parte, e, dall’altra, i francesi affiancati da quattrocento repubblicani, che, sconfitti, si vendicano con fucilazioni e con atti di rappresaglia in tutti i paesi fra Argenta e il mare.
Dopo la vittoria, la Cesarea Regia Reggenza che governa Ferrara, il 2 luglio 1799 emana l’editto di scioglimento delle Truppe Insorgenti.

Con la pace di Lunéville del 9 febbraio 1801, stipulata a seguito delle vittorie francesi dopo il ritorno di Napoleone dall’Egitto, Ferrara torna a far parte della Repubblica Cisalpina e, con il ripristinato governo rivoluzionario, riprendono le requisizioni, la coscrizione obbligatoria e le vessazioni fiscali.
La renitenza alla leva, la diserzione e l’evasione fiscale sono le forme in cui s’esprime la protesta delle campagne contro il governo e lo strapotere di alcuni possidenti, molti dei quali appartengono alla nuova borghesia arricchita con l’acquisto dei beni della Chiesa.

A Migliarino, nel 1802, contro la leva obbligatoria vi è una tentata rivolta, i cui capi, il cameriere Luigi Morelli e il fornaio Marcello Neri, sono fucilati a Ferrara.
L’esasperazione popolare sfocia ancora, nel 1805, nella rivolta di Crespino, i cui abitanti distruggono il municipio con i ruoli delle imposte e i registri di leva, malmenano i funzionari e disarmano la Guardia nazionale, provocando la vendetta di Napoleone e una durissima repressione, che culmina nell’esecuzione del pescivendolo Giovanni Altieri, capro espiatorio della rivolta.
Nel 1809, in coincidenza con la ripresa del conflitto franco-imperiale, le popolazioni ferraresi, esasperate dal nuovo dazio sui principali generi alimentari, si sollevano ancora e gl’insorti, dopo aver occupato Fiesso e Occhiobello, passano il Po ed entrano a Pontelagoscuro estendendo l’insurrezione a Bondeno, a Copparo, a Portomaggiore, a Comacchio e ad Argenta.

Ferrara è assediata il 9 luglio da seimila insorgenti che, però, male armati e privi di organizzazione militare, non riescono a prendere la città; il 16 luglio viene liberata dall’assedio dalle truppe francesi accorse in forza da Bologna, che sconfiggono gl’insorti e fanno strage di cittadini, inseguendoli e uccidendoli fino all’interno delle case e delle chiese.
Fra gl’insorgenti catturati, quasi tutti popolani, sessantatré vengono condannati a morte, moltissimi altri a lunghe detenzioni, mentre centinaia di sopravvissuti si danno alla macchia nelle campagne, alimentando il fenomeno del brigantaggio.
Spicca fra le sentenze la condanna alla casa di correzione, per brigantaggio, di una donna, spia della presenza femminile, un aspetto ancora inesplorato del fenomeno dell’Insorgenza.
Nel 1814, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone, le frange dei giacobini e dei rivoluzionari, che avevano collaborato con gli occupanti francesi, si rifugiano nelle società segrete, riprendendo a complottare in attesa di nuove occasioni storiche, insensibili alle miserie morali e materiali prodotte da vent’anni di esperienze rivoluzionarie.
I ferraresi, invece, accolgono con gioia genuina il ritorno del legittimo governo del Papa.
Essi, soprattutto i contadini, hanno contribuito alla restaurazione con grandi sacrifici e con notevole spargimento di sangue, dimostrando un profondo attaccamento alla religione e ai propri governanti e possono considerarsi a buon titolo i veri vincitori.
Il ceto dirigente, clero e aristocrazia, che, a parte qualche esponente e molti parroci di campagna, ben poco aveva osato e si era esposto, riprende il governo con un atteggiamento di atto dovuto, tralasciando spesso di mostrare, almeno in termini sociali, una qualche gratitudine verso chi aveva veramente pagato e sofferto con tanta fede e tenacia.
Il popolo ferrarese coglie più o meno consciamente questo atteggiamento e, forse, questa è la chiave interpretativa non della sua indifferenza, ma della sua passività durante la rivoluzione risorgimentale e della rabbiosa e disperata sfiducia che lo porterà all’apostasia alla fine del secolo XIX.
(Nel greco classico, l'apostasia significava rivolta contro un comandante militare. Nella chiesa cattolica denota la defezione dalla fede)

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