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03/apr/2009 16.07.51 Comune di Ferrara Contatta l'autore

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CronacaComune

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Il sindaco Sateriale traccia il bilancio del mandato amministrativo
Dieci anni spesi per la cura del bene generale


03-04-2009

“I criteri cardinali che hanno orientato il governo cittadino sono stati improntati alla cura del bene generale, alla trasparenza, alla sostenibilità degli insediamenti produttivi, alla partecipazione”. In queste espressioni Gaetano Sateriale ha individuato “i fili che legano le azioni intraprese e indicano la rotta” seguita durante i suoi dieci anni da sindaco. L’occasione per il consuntivo è stato il pubblico incontro con la città (introdotto dal presidente del Consiglio comunale Maurizio Buriani) che si è tenuto nel salone d’onore della residenza municipale alla presenza di cittadini e autorità.
Ma la ricognizione e il bilancio dei 10 anni di mandato amministrativo ha tratto spunto dalla considerazione dei dati socioeconomici, a partire dalla crescita demografica e dal costante aumento del tasso di occupazione, interrotto solo qualche mese fa a seguito dell’aggravarsi della crisi economica. Al riguardo il sindaco ha segnalato le politiche attuate dall’Amministrazione comunale che hanno accompagnato e agevolato i cambiamenti. Per esempio, ha ricordato, “nel tentativo di rendere più fluido il mercato del lavoro giovanile, il Comune ha creato la banca dati ‘Ferrara lavoro’ con oltre 500 curricula registrati e lo sportello Informatipico presso il centro Informagiovani. Ferrara lavoro ha prodotto circa 40 muovi inserimenti lavorativi l’anno. In precedenza, con i Contratti di prima esperienza (Cpe), si era avviato, nei primi anni 2000, un canale di assunzioni dirette di giovani negli uffici comunali (e nelle imprese private) a tempo determinato, poi spesso trasformati in ! rapporti stabili”.
La città è cambiata e Sateriale ha segnalato la “rilevante trasformazione dell’economia, da prevalentemente industriale (pur con le fragilità molte volte descritte) a prevalentemente terziaria” e la prepotente espansione del settore della ricezione turistica “che ha triplicato il numero degli esercizi e più che duplicato i posti letto, per rispondere adeguatamente a un quasi raddoppio delle presenze da 260 a 440 mila, registrando uno sviluppo in controtendenza rispetto ad altre tradizionali mete italiane”.
A queste importanti dinamiche private, ha esplicitato il sindaco, “l’Amministrazione Comunale ha contribuito, nonostante la progressiva riduzione della finanza pubblica locale, con una spesa costante annua di circa 120 milioni di euro di parte corrente e una media di 40 milioni di euro di investimenti. I dati precisi – ha ricordato - si trovano nel testo ‘Bilancio di mandato 1999 – 2009’ che costituisce il vero consuntivo analitico del decennio”.
Sateriale ha anche evidenziato la creazione degli sportelli unici, la semplificazione degli iter autorizzativi, i contributi alle imprese, il sostegno alle famiglie, gli interventi di welfare a favore di giovani, anziani, persone in difficoltà, genitori e bambini, il contenimento dei costi di gestione della macchina amministrativa comunale, “con riduzione degli organici e soprattutto dei dirigenti” e i tagli ai consigli di amministrazione delle società controllate.
Il sindaco, in tema di politiche aziendali, ha rivendicato con orgoglio “la fusione tra Acft e Atc, la prima tra le aziende di trasporto pubblico locale in Italia” che consentirà di “gestire più efficientemente le aziende e di reperire maggiori risorse per il miglioramento dei servizi”.
Sateriale ha anche ricordato gli importanti risultati ottenuti in termini di sicurezza urbana, il rifiuto di ogni pratica discriminatoria, le azioni volte a favorire l’integrazione nel rispetto del binomio sicurezza e solidarietà.
Ragionando delle politiche culturali il sindaco ha svolto il lungo elenco delle iniziative realizzate, ha sottolineato come Ferrara abbia mediamente investito il 10% del bilancio per la cultura e ha concluso che “chi pensa che questa sia una normale programmazione per una città delle nostre dimensioni, semplicemente non conosce la realtà delle altre città italiane”.
“Ho sempre sostenuto che Ferrara non deve e non può permettersi di specializzarsi in uno o un altro settore di sviluppo e credo che questa sia la scelta strategica di fondo, una scelta che guarda avanti negli anni. E’ necessaria una nuova industrializzazione della nostra economia (e bisogna lavorare per realizzarla); significa dire che non si può immaginare di trasformare la nostra agricoltura in una enorme distesa di mais per i biocarburanti; significa che la valorizzazione del centro storico non deve voler dire museificazione, ma nello stesso tempo l’apertura al turismo non deve voler dire perdere qualità degli esercizi commerciali come a Venezia o a Firenze. Significa anche che i servizi alla persona sono un terreno che non può essere abbandonato ai privati ma deve essere sviluppato in collaborazione con loro. Significa infine rafforzare le caratteristiche di città universitaria non basata sul numero degli iscritti ma sulla qualità delle strutture e degli insegnamenti”. Questo è il disegno di città che l’Amministrazione comunale ha immaginato e perseguito in questi anni e che consegna ai nuovi amministratori.


Testo dell'intervento pronunciato dal sindaco Gaetano Sateriale in occasione del bilancio di mandato amministrativo 1999-2009


Signore e Signori,

la nostra comunità è stata interessata negli ultimi dieci anni da dinamiche demografiche e del lavoro che hanno modificato le tendenze dei decenni precedenti. La popolazione ha iniziato a crescere di nuovo dopo molti anni, per apporto soprattutto dei flussi migratori che attestano la componente straniera, o meglio, i nuovi cittadini ferraresi, al 6% di quella residente.
Al netto della crisi di questi ultimi mesi, il tasso di attività, il tasso di occupazione totale e quello di occupazione femminile sono costantemente cresciuti toccando massimi mai raggiunti nel Comune di Ferrara negli ultimi cinquant’anni. Il tasso di disoccupazione si è quasi dimezzato dal 1999 al 2004 per poi riprendere a crescere sotto la spinta delle nuove iscrizioni a un mercato del lavoro che, malgrado le percezioni, si è dimostrato più recettivo del previsto. È singolare ma non insolito che i dati vadano in una direzione e la percezione (anche molto prima della crisi in corso) in un’altra totalmente opposta. Nonostante gli enormi passi avanti fatti la lettura più diffusa del mercato del lavoro ferrarese è ancora quella differenziale, come negli anni ’70. Non è più così nel territorio, tantomeno nella città capoluogo.

Nel tentativo di rendere più fluido (ma anche più informato) il mercato del lavoro giovanile, il Comune ha creato la banca dati ferrara@lavoro con oltre 500 curricula registrati e lo sportello inform@atipico presso il centro Informagiovani. Ferrara@lavoro ha prodotto circa 40 muovi inserimenti lavorativi l’anno. Con i Contratti di prima esperienza (CPE) si è avviato, nei primi anni 2000, un canale di assunzioni dirette di giovani negli uffici comunali (e nelle imprese private) a tempo determinato, poi spesso trasformati in rapporti stabili. Piace ricordare che questa esperienza ferrarese ha trovato il sostegno unitario dei segretari nazionali Cgil Cisl e Uil di allora e ha avuto un articolo di apprezzamento sul Sole 24 Ore da parte di Marco Biagi.

I saldi occupazionali positivi sovra richiamati vanno considerati con ancora maggiore interesse in quanto misurati al netto delle numerose crisi aziendali che si sono verificate in questi dieci anni, a partire dalla più devastante, quella della Costruttori. Sembra di poter dire che nel periodo si sia determinata nel Comune di Ferrara una rilevante trasformazione dell’economia, da prevalentemente industriale (pur con le fragilità molte volte descritte) a prevalentemente terziaria, con un saldo occupazionale positivo, seppure in larga misura trainato da posti di lavoro con contratto a termine. Per essere più precisi, a un costante calo di peso del settore agricolo è corrisposta una leggera crescita del manifatturiero e del settore delle costruzioni (con un rilevante apporto delle imprese artigiane). Soprattutto sono aumentate le imprese di intermediazione, e quelle dei servizi sia legati che non legati alla vendita. Con la crescita lieve di imprese al femminile e significativ! a del numero degli imprenditori extracomunitari regolarmente registrati. Il commercio al dettaglio ha saputo recuperare posizioni (come del resto in tutta Europa) rispetto alla concorrenza della grande distribuzione, rinnovando le proprie imprese.
Nel decennio si è consolidata la presenza di un settore della ricezione turistica che ha triplicato il numero degli esercizi e più che duplicato i posti letto, per rispondere adeguatamente a un quasi raddoppio delle presenze (da 260 a 440 mila). Negli ultimi anni Ferrara è cresciuta in controtendenza rispetto ad altre mete turistiche nazionali.
Anche l’attività bancaria in città si è consolidata nel decennio in esame, grazie a una lungimirante scelta di consolidamento della banca locale (che non ha seguito le sirene della concentrazione nei grandi gruppi nazionali o internazionali) e all’apertura di nuovi sportelli anche da parte di banche non locali.

A queste importanti dinamiche private, l’Amministrazione Comunale ha contribuito, nonostante la progressiva riduzione della finanza pubblica locale, con una spesa costante annua di circa 120 milioni di Euro di parte corrente e una media di 40 milioni di Euro di investimenti. La crescita moltiplicata delle spese di investimento (nel ’99 erano solo 17 milioni) è stata finanziata con il ricorso all’indebitamento i cui interessi passivi pesano però meno sul bilancio, perché i mutui sono stati in parte rimborsati e poi rinegoziati.
I dati precisi relativi a queste spese (come le altre cifre citate) si trovano nel testo “Bilancio di mandato 1999 – 2009” che costituisce il vero bilancio analitico del decennio cui fanno implicito riferimento queste note. Al gruppo di redazione del volume vanno i miei sinceri ringraziamenti per il meticoloso lavoro di ricostruzione e sintesi realizzata.

Accanto all’aumento delle spese va segnalato un contenimento dei costi della macchina amministrativa comunale che ha ridotto i propri organici (malgrado il consolidamento del personale precario) soprattutto nel numero di dirigenti. Nello stesso tempo è stato realizzato un deciso taglio dei costi di funzionamento delle società partecipate dal Comune riducendo il numero dei consiglieri di amministrazione e le loro indennità. È stato di recente approvato un disegno di riorganizzazione delle Circoscrizioni comunali che ne riduce numero e costo, senza rinunciare a questo importante strumento di democrazia e partecipazione.
Sul versante della semplificazione delle attività amministrative è da segnalare che la costituzione dei due sportelli unici (quello per le attività produttive e quello per l’attività edilizia), ha consentito, in coordinamento e convenzione con gli altri enti competenti, la semplificazione degli iter autorizzativi ora concessi nella metà del tempo massimo previsto dalla legge: 9000 procedimenti e 80 conferenze di servizio il SUAP, 4500 interventi edilizi per il SUAE.
D’intesa con Sipro, il Comune ha predisposto un intervento di urbanizzazione di ulteriori 25 ettari a Nord del Polo chimico, con apposito collegamento stradale al casello, per l’insediamento di nuove attività produttive e di servizio ad ampliamento dell’area della PMI ormai satura.
Con un contributo dell’Unione Europea sono stati realizzati incubatori di impresa e, in collaborazione con l’Università, la creazione di strutture per nuove imprese nate da spin off della ricerca nell’area della Facoltà di Ingegneria.

Più diretto e consistente il contributo della spesa comunale alla crescita del settore turistico, soprattutto sul versante dell’offerta. I 13 milioni di Euro che annualmente vengono spesi in attività e iniziative culturali in grado di richiamare un pubblico nazionale e internazionale rappresentano un record di spesa ineguagliato in Italia che ha fatto conoscere la nostra città ben oltre i confini del suo territorio. Ferrara Fiere e Congressi ha consolidato importanti appuntamenti fieristici nazionali (come abbiamo visto in questi giorni con il successo del Salone del Restauro). Non tutta la spesa in cultura è ovviamente considerabile un investimento pro turismo, ma la gran parte sì. Spiace che in tanti anni di relazione diretta e crescente tra attività culturali e turismo qualcuno ancora non abbia colto il nesso di causa effetto.

La comunità ferrarese, attraverso l’Amministrazione comunale, possiede anche alcune aziende di servizio pubblico che svolgono attività indispensabili alla vita cittadina, investono e occupano persone. Negli ultimi anni abbiamo avviato processi di concentrazione del controllo strategico delle aziende, con la costituzione della Holding Ferrara Servizi, di riduzione dei debiti accumulati da alcune, grazie agli utili prodotti da altre; di riorganizzazione delle competenze e di fusione di alcune di loro con aziende pubbliche di maggiori dimensioni collocate nei territori limitrofi. È il caso di Agea e Acosea che ora fanno parte di Hera, la seconda multiutility italiana, e di Acft per la quale proprio ieri abbiamo approvato la fusione con Atc di Bologna. Queste alleanze hanno lo scopo di gestire più efficientemente le aziende e di reperire maggiori risorse per il miglioramento dei servizi. La fusione tra Acft e Atc è la prima tra le aziende di trasporto pubblico locale in Italia. ! Considero il passaggio dalle aziende di famiglia (controllate e gestite dalla politica) a un sistema di Spa una delle scelte strategiche importanti iniziate nel primo mandato e proseguite fino ad oggi. Se avessi avuto il consenso di tutte le forze della coalizione avrei trasformato in Spa anche le farmacie comunali, collocandole nella Holding con il vincolo di mantenerne pubblica la proprietà. Ma non ho voluto essere io a rompere un patto esplicito interno alla maggioranza.

La crisi economica e finanziaria, i cui effetti negativi non sono, temo, ancora pienamente avvertiti, ha arrestato e invertito le tendenze positive realizzate nell’ultimo decennio. Una irresponsabile politica che umilia la capacità di spesa degli Enti locali italiani produrrà un moltiplicarsi degli effetti negativi sulle attività e sul lavoro anche nel nostro territorio. Non è consolante sapere che tale politica è stata, nel decennio, ampiamente trasversale tra governi di destra e di sinistra. Compiuta più per una mal celata cultura centralizzatrice che non per giuste esigenze di contenimento della spesa pubblica.
Tuttavia la città che entra nella crisi più dura degli ultimi 50 anni è più robusta di quella che ha attraversato la crisi petrolifera dei primi ’70 e le riorganizzazioni aziendali degli anni ’80.

Per limitare gli effetti più negativi della crisi, soprattutto sul versante del contenimento del reddito e dei consumi, ho proposto la creazione di un Fondo provinciale di Solidarietà da collocare presso un istituto bancario, per un prestito alle famiglie di coloro che hanno perso lavoro. Più l’idea di un sistema di microcredito che non una elargizione munifica, come è invece stato interpretato. Se si concorda con quest’idea sarebbe utile costituire il fondo al più presto, prima che le aspettative di riduzione del reddito abbiano il loro effetto sui consumi e sugli investimenti. Altrimenti si realizzino altri strumenti in grado di attenuare la fase più acuta della crisi che riguarderà presumibilmente il periodo tra l’autunno 2009 e l’estate 2010. Ma è necessario fare in fretta qualcosa di nuovo: qualcosa di pubblico e qualcosa di privato insieme, che si aggiunga alle iniziative assistenziali più tradizionali.

Le famiglie ferraresi sono cresciute di numero e si sono ridotte in dimensione. È aumentato il peso delle famiglie che hanno almeno un bambino, è di molto cresciuto il peso delle famiglie composte da un solo membro (in maggioranza donne anziane).
Per quanto attiene al comparto del welfare e dei servizi alla persona e alle famiglie, il Comune, nell’ambito della legge di riforma dell’assistenza, ha voluto integrare i servizi sociali con quelli sanitari e rafforzare la programmazione di obbiettivi di benessere sociale a scapito di un più tradizionale intervento sulle emergenze sociali. La costituzione dell’Azienda per i Servizi alla Persona (Asp) è stata condizione preliminare per un maggiore controllo della spesa e per il coordinamento delle azioni. Sulle famiglie (il primo assessorato con questa competenza nasce nel ’99) si è intervenuti con assegni di maternità per il nucleo familiare e prestiti sull’onore riservati ai genitori. I 5 centri per le famiglie esistenti sul territorio hanno attivato misure di supporto educativo, di socializzazione e di iniziative per genitori e bambini.
In particolare, per i bambini, si è perseguita una politica di aumento dell’offerta scolastica, di manutenzione delle sedi, di rafforzamento dei trasporti dedicati, di mantenimento dei Centri ricreativi estivi. La costituzione dell’ Istituzione Scuola mira a favorire una gestione coordinata e tempestiva delle necessità di un sistema scolastico per l’infanzia che non ha nulla da invidiare a esperienze educative molto famose e apprezzate come quelle di Reggio Emilia.

Per gli adolescenti e i giovani l’impegno dell’amministrazione nel campo dell’orientamento e dell’informazione ha poggiato su un’eccellenza costituita dal servizio Informagiovani che accanto alle attività di sportello più tradizionali ha moltiplicato geometricamente l’utenza via internet. Con Area Giovani, Agenda Under 21, l’anno speciale dedicato ai giovani nel 2003, si è avviato un processo di coinvolgimento e di creazione di spazi di partecipazione autogestiti che è ancora in corso. Il prossimo appuntamento sarà con lo stabile in ristrutturazione nell’area della Darsena.

Sulle politiche per gli anziani il Comune di Ferrara è di recente stato portato ad esempio di politiche avanzate e innovative dalla trasmissione Rai Uno Mattina sul tema. Infatti, in dieci anni, accanto al consolidamento dei servizi più tradizionali della nostra Regione (come le case di riposo), abbiamo saputo sperimentare l’assistenza domiciliare e la teleassistenza alle persone sole. Non credo che siano molte città italiane ad avere una rete così estesa e articolata di servizi mirati agli anziani. In Regione, soprattutto Ferrara e Bologna, le due città che collaborano in Cup 2000 e in e Care. La rete di servizi pubblici si consolida e si integra con le tante attività svolte in questo campo dal settore del privato sociale e della cooperazione. Con Acer abbiamo creato alloggi per anziani in vari quartieri. La ricchissima e solida rete dei centri sociali autogestiti del nostro territorio svolge una insostituibile funzione di incontro e coinvolgimento attivo nei confronti degl! i anziani.

Sulle persone con difficoltà motoria il Comune è intervenuto con contributi all’abbattimento delle barriere architettoniche e al miglioramento dell’accessibilità. Ancora molto resta da fare. Abbiamo di recente costituito una commissione permanente, d’intesa con le associazioni, cui affidiamo la supervisione delle attività del Comune in materia di disabilità motorie e visive. Sono stati inoltre creati e rinnovati diversi centri diurni di ospitalità e promozione della cittadinanza attiva delle persone diversamente abili (Centro H di Via XX settembre, la struttura di Boara), che lavorano in stretta collaborazione con la cooperazione sociale. È aumentato il numero dei minori disabili assistiti nelle scuole ferraresi secondo un civile principio di integrazione e di non separazione.

Malgrado il numero degli immigrati sia cresciuto di 6 volte in dieci anni, non si può dire che la presenza di cittadini stranieri rappresenti in sé una emergenza, come accade in altre città italiane. Ciò grazie alle politiche di integrazione e inserimento e ai servizi di assistenza individuale, mediazione culturale, alfabetizzazione e formazione, consulenza legale. Il Centro Servizi Integrati del Comune è affidato a una cooperativa sociale. Al 2007 erano inseriti nel sistema scolastico cittadino più di 700 bambini di genitori stranieri, anche in questo caso pienamente integrati nelle classi. Nel 2007 è stato costituito il Consiglio dei cittadini stranieri.
Il Comitato tecnico per l’assistenza ai detenuti ha promosso corsi scolastici, laboratori teatrali, corsi di formazione per un reinserimento nel mondo del lavoro. Nel 2008 è stato istituito il Garante dei diritti dei Detenuti.
Il numero delle famiglie povere nel territorio comunale risulta negli ultimi anni sostanzialmente costante. Cresce invece il peso dei singoli in condizioni di povertà. Questa tendenza (destinata ad amplificarsi nella crisi) ha prodotto la necessità di aumentare il contributo economico e il sostegno in loro favore.

Non intendo spendere molte parole sulla cultura, rinviando all’apposito capitolo del Bilancio di Mandato. Mi limito a richiamare come, negli ultimi anni, la programmazione di grande qualità legata al Teatro (trasformato in Fondazione per aprirlo anche a soggetti non pubblici) e a Ferrara Arte e Ferrara Musica (la stagione nata negli anni ’90) è proseguita e, se possibile, cresciuta in frequenza e intensità. Fra due giorni celebriamo con un concerto i 20 anni della presenza a Ferrara del maestro Abbado. A questa ricca attività si sono aggiunte strutture nuove (il teatro Cortazar di Ponte, ad esempio), progetti destinati ad arricchire in futuro l’offerta cittadina (la Fondazione Ermitage Italia insieme alla Provincia, il Museo Nazionale dell’ebraismo e della Shoah assieme al MIBAC e alle Comunità ebraiche), un modo nuovo di programmare e coinvolgere la città nelle attività culturali (gli Anni tematici), il Festival di Internazionale con le sue migliaia di giovani, il Festival ! Città e territorio organizzato con Laterza Agorà e Ferrara Fiere. In questi ultimi dieci anni abbiamo inventato momenti di festa popolare che sono diventati appuntamenti abituali per i ferraresi e occasioni importanti per gli albergatori (l’Incendio del Castello e il Balloons festival con la Provincia, la Notte bianca del solstizio di giugno). Mi piace ricordare che a Ferrara si è tenuta la prima notte bianca d’Italia. Tutto questo, come dicevo, mantenendo e potenziando le iniziative nate in precedenza come il Buskers festival, Ferrara sotto le stelle, le rassegne cinematografiche e altro. Il Comune ha offerto ai giovani musicisti e alle giovani compagnie teatrali il palcoscenico della Sala Estense due sere ogni settimana. Ma questa non è che una piccola parte delle attività culturali della città. Basti pensare che per le feste di Natale e Capodanno si tengono ormai stabilmente almeno 3 concerti aperti a tutti, voluti e finanziati dalla Provincia e dal Comune. Chi pensa che! questa sia una “normale” programmazione culturale per una città delle nostre dimensioni, semplicemente non conosce la realtà delle altre città italiane.

Nel 2002 il Comune ha aperto una nuova biblioteca multimediale (la biblioteca Bassani al Barco), nel 2004 ha avviato l’ultimo lotto di restauro della biblioteca Ariostea, nel 2007 ha inaugurato il nuovo Archivio Storico Comunale in Via Gioco del Pallone. In collaborazione con l’Università abbiamo restaurato sedi storiche per metterle a disposizione di un’attività universitaria di studio e ricerca qualificata e crescente in dimensione. Abbiamo investito sulla ricerca e sull’Università per il futuro di Ferrara, partecipando con altre istituzioni al Comitato dei Sostenitori.

Rinvio al testo del Bilancio di Mandato per il completamento di queste poche considerazioni e per la trattazione dei capitoli del Bilancio del Patrimonio comune (l’ambiente, il territorio, la salute, la sicurezza) e del Bilancio della vita quotidiana come l’abbiamo voluto chiamare (lo sport, la casa, i rapporti con l’amministrazione, la mobilità, la partecipazione) che appesantirebbero troppo queste note.

In questi anni si è spesso detto che mancava un progetto strategico per la città. A parte i casi in cui il mittente di queste critiche era palesemente inattendibile, penso si debba chiarire. Se per progetti strategici si intendono i titoli di un convegno, che vivono e muoiono nell’arco di un dibattito, o quei “Patti per lo sviluppo” degli anni ’90, dimenticati un minuto dopo la loro firma, confesso che non è il mio campo. Io ho sempre sostenuto che Ferrara non deve e non può permettersi di specializzarsi in uno o un altro settore di sviluppo (come hanno fatto, ma qualche decennio fa, altre province della Regione) e credo che questa sia una prima importante scelta strategica: cioè una scelta che guarda avanti negli anni. Perché significa sostenere che è necessaria una nuova industrializzazione della nostra economia (e lavorare per realizzarla); significa dire che non si può immaginare di trasformare la nostra agricoltura in una enorme distesa di mais per i biocarburanti; sig! nifica che la valorizzazione del centro storico non deve voler dire museificazione, ma nello stesso tempo l’apertura al turismo non deve voler dire perdere qualità degli esercizi commerciali come a Venezia o a Firenze; e che i servizi alla persona sono un terreno che non può essere abbandonato ai privati ma deve essere sviluppato in collaborazione con loro. Significa infine rafforzare le caratteristiche di città universitaria non basata sul numero degli iscritti ma sulla qualità delle strutture e degli insegnamenti.

Questa visione del futuro della città è racchiusa, se solo lo si vuole rileggere, nell’opuscolo
del 2007 dal titolo “Le 10 priorità di fine mandato”.
Su queste dieci priorità non voglio fare la parte di chi va in televisione a dire: “fatto, fatto, fatto!”. Però sottolineo che sono evidenti le tracce lasciate da quei 10 progetti: sfogliamoli insieme. Il Piano strutturale è stato approvato dopo un iter lungo e tormentato da pressioni che tendevano a rinviarne l’attuazione; il Programma d’area del centro storico con la Regione pure; la Società di trasformazione urbana ha prodotto il Master plan della Darsena e sta per iniziare (digerito il pesce d’aprile dell’altro giorno) la messa in sicurezza e la cantierizzazione dell’area del Palazzo degli Specchi; il Museo Nazionale dell’Ebraismo e della Shoah ha un Cda, una sede, un progetto scientifico, malgrado i ripensamenti tipicamente locali di questi giorni (fortuna che a Roma non seguono i nostri dibattiti!); la bonifica e reindustrializzazione del petrolchimico stanno producendo un primo nuovo insediamento per 250 posti di lavoro (essenzialmente giovani). Del passaggio delle a! zioni di Hera alla Holding e della fusione tra Acft e Atc ho già parlato. Per quanto attiene la valorizzazione del patrimonio rinascimentale della città basti ricordare il restauro veramente esemplare di San Cristoforo, fatto in collaborazione con la Fondazione della Cassa. La settimana scorsa al Louvre si è inaugurata una mostra su Ariosto e si sono tenute conferenze con la partecipazione del Comune e dell’ Istituto di Studi del Rinascimento come coda del ricchissimo anno dedicato a Ferrara città del Rinascimento. C’erano più persone all’Auditorium del Louvre a sentir parlare di Ferrara a Parigi che qui in questa sala oggi, come forse è giusto che sia.

Senza che fossero tra le priorità di mandato, è stato approvato il Piano Urbano della Mobilità a rafforzamento delle aree Ztl e del sistema dei parcheggi e, in stretta collaborazione tra Polizia Municipale e le altre forze di polizia, si è intervenuti migliorando le condizioni di sicurezza, in particolare nella zona del grattacielo, per riconoscimento degli stessi residenti.

L’unico capitolo che risulta tuttora attuato molto al di sotto delle aspettative è quello sulla manutenzione della città e delle frazioni. Abbiamo appena iniziato a gestire il verde pubblico in maniera più visibile (scorporandolo da Hera e accorpandolo ad Amsefc), a sperimentare nuove forme di illuminazione artistica del patrimonio architettonico, ad applicare i Piani di Quartiere siglati con le Circoscrizioni, ma le manutenzioni delle strade necessiterebbero di risorse molto maggiori di quelle che siamo in grado di spendere (e di quelle che possiamo spendere, pur essendo in grado di farlo, per via del vincolo assurdo del patto di stabilità). In futuro andrebbe anche evitato che si aprissero di nuovo le strade immediatamente dopo la loro sistemazione, per mettere in opera sottoservizi, ma questa è altra storia. Con la primavera riprenderanno i cantieri: e i disagi, ovviamente. Perché cantieri senza disagi io non ne ho mai visti. In Via Bologna sono stati piantati i primi al! beri del nuovo Viale.
È mio parere comunque, spero non solo mio, che Ferrara, anche grazie al contributo degli operatori privati e di altri soggetti pubblici, si sia molto abbellita in questi dieci anni: basti pensare ai magnifici restauri dell’ ex Sant’Anna (piazzetta compresa), del palazzo della Borsa, dell’ex Tribunale, del complesso delle Orsoline, del Giardino delle Duchesse, di Palazzo Tassoni per la Facoltà di Architettura, di Casa Minerbi, di Palazzo Bevilacqua Costabili che ospita la Facoltà di Economia e la tormentata ripavimentazione di Piazza Municipale. O anche semplicemente ai mercatini tematici, voluti dall’Amministrazione comunale ma gestiti dagli operatori del settore.

Del nuovo Ospedale di Cona non ho mai smesso di occuparmi dalla campagna elettorale del 1999 fino ad oggi e non smetterò fino alla verifica del cantiere che le istituzioni e i cittadini faranno i giorni 8 e 9 di maggio. Il problema è che nel mio personale bilancio, sembrerà strano, Cona sta tra le cose fatte e non tra quelle non fatte. Spiego meglio, per non apparire inutilmente arrogante. Nel ’99 il cantiere di Cona era fermo, le forze politiche erano divise persino sull’idea di un nuovo Ospedale, il progetto era in corso di modifica radicale, il quadro finanziario previsto non stava in piedi, la Costruttori produceva più contenziosi economici che muri, la Facoltà di Medicina non era consapevole di doversi trasferire.

Da allora, saltando le innumerevoli vicissitudini che sono intercorse a rallentare, bloccare, far slittare i lavori (quasi una maledizione), la situazione di oggi. Oggi manca poco al termine della costruzione della parte ospedaliera e universitaria, le infrastrutture trasportistiche sono in via di completamento, è stato trovato un accordo anche con la Soprintendenza per la valorizzazione del Sant’Anna e il quadro finanziario è certo. Il Tar ha fortunatamente negato una richiesta di sospensiva proveniente da una proprietà agricola confinante per cui saremo in grado di avviare l’esproprio di un’area per la costruzione del sistema di drenaggio delle acque. Siamo insomma a un punto di non ritorno: anzi, molto vicino al punto di arrivo. So bene che queste parole sono state usate spesso in questi anni. Ma questa volta è così: lo vedremo insieme, se verrete, l’8 e il 9 maggio. Del resto, chi scommette su un ritardo delle opere pubbliche in Italia, vince sempre. Più difficile è spen! dersi per un loro completamento, ci si rimette sicuramente la faccia, ma alla fine, se il lavoro si vede, è un sacrificio accettabile. E vedrete la dimensione, oltre che la qualità di ciò che è stato realizzato nel cantiere più grande che a Ferrara si ricordi.

Vorrei brevemente richiamare ora alcuni criteri di governo adottati in questi anni, come fili che legano le azioni intraprese e indicano la rotta: ne prendo quattro, come i punti cardinali.
Prima di tutto la scelta del bene generale davanti al bene di pochi (o anche al bene di molti quando non corrisponde a un miglioramento per tutti). Il bene generale non sempre è tutt’uno con l’opinione generale. Chi parla di necessità di ascolto enuncia una piccola parte del problema, la più facile. La cosa più difficile è decidere diversamente dalle opinioni che sono state registrate nelle fasi di ascolto. Spesso è proprio questa la situazione in cui ci si trova a operare, anzi quasi sempre. Sia che si tratti di tracciare una bretella stradale, sia di urbanizzare un’area, sia di difendere la ragione pubblica delle aziende di servizio di fronte ai loro stessi comportamenti privatistici. È difficile ma non impossibile: basta distinguere le esigenze dei cittadini o delle imprese, quasi sempre giuste, dalle soluzioni proposte, quasi sempre parziali. Sta essenzialmente qui il ruolo di governo di una città: nel tenere coerentemente ferma la rotta dell’interesse generale. Natural! mente nella coerenza si può sbagliare e trasformare la coerenza in recidiva. Ma credo che abbiamo dato prova di flessibilità in molte occasioni e di saper tornare indietro rispetto a decisioni già prese, quando si sono rivelate sbagliate (nel piccolo della stanza urbana, come nel grande del nuovo palasport).

Sbagliare è possibile. Non è nemmeno gravissimo se si corregge l’errore in tempo. Se si ammette l’errore, si spiega perché si è commesso e come si intende rimediare non cala nemmeno il consenso da parte dei cittadini: mi permetto di dire che può persino crescere. Altra cosa è il consenso degli opinion makers, pur importante ma non essenziale al buon governo di una città. Correggere gli errori in tempo sembrava inimmaginabile dieci anni fa: non c’era allora difetto più grave per un amministratore che dichiarare che aveva commesso un errore. Ora la cosa si può fare in trasparenza: la trasparenza è il secondo criterio cardinale seguito in ogni circostanza da questa Amministrazione. Con altrettanta trasparenza e correttezza si tiene duro quando si pensa di avere ragione.

È il caso dell’asilo di Via del Salice. In Via del Salice ci siamo attivati per primi, non per ultimi. Abbiamo fatto noi le indagini e le abbiamo sempre rese pubbliche. Solo che interpretiamo i risultati delle indagini per quello che sono: inquinamento di falda e non del terreno. Non inquinamento della superficie, non inquinamento atmosferico. Questo per noi significa che si deve intervenire certo, ma che non c’è un rischio conclamato per la salute dei cittadini. Nessuno sta respirando sostanze tossiche in quell’area, nessuno sta mettendo a repentaglio la propria integrità fisica. Non ho nessuna obiezione da muovere alle preoccupazioni dei comitati: pur sapendo che all’inizio sono nati contro l’asilo come fattore di disturbo della quiete della zona. Ho obiezioni quando le autorità preposte alla igiene pubblica si allineano alle preoccupazioni dei comitati e non misurano con oggettività l’entità del rischio. Dire “non si esclude la possibilità che ci sia un rischio” non signi! fica nulla perché è una formula che si può utilizzare sempre e in ogni luogo. Io ho bisogno di sapere se c’è rischio o non c’è, primo; secondo, se l’eventuale rischio è accettabile sulla base di parametri standard di salute pubblica, per poi prendere le decisioni definitive su quello che si deve fare. Ma non so cosa farmi di pareri che invece di accertare “non escludono”, che coniugano in dialetto il principio di precauzione. In ogni caso, come ho già detto, stiamo chiedendo l’intervento dell’Istituto Superiore di Sanità. Saranno loro a dirci se è compatibile la presenza di un asilo con quell’inquinamento del sottosuolo e quali bonifiche sono necessarie. In attesa della risposta non apriremo il nuovo asilo. Invece abbiamo rifatto le analisi dell’acqua dei pozzi (chiusi per quieto vivere). Anticipo che se le analisi confermeranno ufficialmente i nostri vecchi dati circa la non presenza di sostanze nocive nell’acqua dei pozzi sospenderò l’ordinanza di chiusura, e me ne assume! rò la responsabilità.

Altro criterio cardinale, quello della sostenibilità degli insediamenti produttivi. Qui mi preme solo far notare, con un certo orgoglio, che il miglioramento ambientale del territorio, come obiettivo generale dell’azione del Comune l’abbiamo introdotto nel 2000 con Agenda 21. Ma la sostenibilità non può essere declinata contro tutto e contro tutti. Alle volte mi dicono: “sarai ricordato per la centrale turbogas”, come se un nuovo impianto industriale che si avvia fosse un’infamia per gli amministratori che l’hanno autorizzato. Anche in questo caso non mi dispiacerà che si ricordi che è questa Amministrazione ad aver inventato la politica di bonifica e riqualificazione industriale del petrolchimico sottoscritta da due Governi e dalle Aziende. E se questa politica produce nuovi investimenti e nuovi insediamenti ambientalmente sostenibili è segno che era una politica giusta. Sarebbe troppo facile dire oggi, con la crisi in atto, che nessuno può disprezzare un investimento indu! striale. La verità è che quella scelta (strategica) appunto, di far nascere nuove attività industriali nel petrolchimico, nasce molto tempo fa. Almeno dal 2000, con la condivisione dei sindacati e di Confindustria locali. Del resto, i toni e gli argomenti usati contro di noi in questi anni sono stati esattamente quelli che si usano contro le centrali nucleari o le centrali a gasolio e a carbone. La nostra è una centrale a gas naturale con limiti precisi per le emissioni: basterebbe questa considerazione per ricondurre nove anni di accuse infamanti alla giusta dimensione. Ora stiamo lavorando per realizzare anche impianti di produzione di energia fotovoltaica, questa la nuova opportunità legata alla produzione di silicio policristallino. Sono certo che qualcuno solleverà obiezioni anche su questo, magari invocando il “disturbo visivo che i pannelli fanno se visti da un aereo” (questa frase non è inventata). Ma spero che anche quell’investimento si realizzi. Perché vorrei per! Ferrara un’economia più solida di quella che ho trovato nel ‘99.

Infine la partecipazione. Anche su questo tema è facile costruire miti. La partecipazione non produce di per sé consenso, per il semplice fatto che chi è d’accordo quasi mai viene ai forum a dirlo: è d’accordo e basta. Si può persino sostenere che la partecipazione moltiplica, nel breve periodo, il peso del dissenso poiché chi non è d’accordo viene invece a testimoniare il suo dissenso, si organizza, si mobilita. Come è comprensibile in democrazia. Credo che in dieci anni il Comune abbia sperimentato forme di partecipazione come mai prima: su tutte le materie, dal Psc ai bilanci di settore, ai forum su internet e che sia giusto continuare su questa strada.

Le cose realizzate in dieci anni sono più di quelle citate, come è ovvio. Il numero delle cose non fatte è invece infinito, per sua natura.
Il più rilevante limite che mi attribuisco in questi dieci anni da Sindaco è di non essere riuscito a motivare l’equipaggio di questa grande nave che è l’Amministrazione comunale. Non essere riuscito, pur avendo provato diverse volte. A partire dal giugno del ’99, quando, ancora senza giunta, ho riunito i massimi dirigenti dell’Amministrazione per dire che erano loro e non il vertice politico del Comune il vero motore per realizzare il programma presentato ai cittadini. Ci ho provato una seconda volta con l’affidare ai dirigenti l’agenda delle cose da fare all’inizio della prima legislatura e soprattutto come farle collaborando tra gli uffici: la stagione dei “progetti speciali”. Ci ho provato una terza volta partecipando io stesso a corsi di formazione che avrebbero dovuto, nelle mie speranze, orientare il lavoro amministrativo alla soddisfazione del cittadino, anziché alle logiche interne delle procedure e dei regolamenti. Poi ancora, con l’introduzione della figura del D! irettore Generale. Tutti sanno come è finita. Del resto, la sua ambizione a fare il Sindaco piuttosto che non il Direttore (un sindaco che non rispondeva a nessun elettore, tra l’altro) mi sembra confermata dalle scelte elettorali compiute. Dopo quell’esperienza, è stato più lungo e più difficile riconnettere un tessuto lacerato dai conflitti interni che si erano generati. E abbiamo dovuto aspettare la seconda legislatura per rimettere in moto timidi processi riorganizzativi della “macchina comunale” che è composta di persone (come mi è stato fatto notare) e quindi molto più difficile da aggiustare. La creazione dei tre dipartimenti (Territorio, Welfare e Risorse) va in questa direzione.

Sulla vicenda del Direttore (del primo Direttore, dovrei dire), per onestà devo segnalare un altro limite da parte mia. Un errore paradossale per uno che come me veniva da 20 anni di lavoro sindacale. L’aver cioè pensato che un dirigente aziendale del settore non pubblico fosse la persona con la cultura giusta per far andare avanti meglio una amministrazione pubblica. Anche nella mia testa era scattata l’idea che il privato è comunque più efficiente del pubblico e che a cultura aziendale potesse essere positivamente importata in Comune. In questa vicenda ho scoperto invece che la cultura del pubblico (del bene pubblico, del servizio pubblico, ma anche dell’impiego pubblico) non è nel Dna di tutti i dirigenti e di tutte le esperienze. E anche se in questa fase è molto appannata, è la cultura del servizio pubblico, del servizio nei confronti del pubblico, che va ricostruita e rafforzata: rinnovandola certo, ma non sostituendola con altra diversa. Ne è esempio positivo, a me p! are, la nuova figura di Direttore Generale che abbiamo adottato.

Anche per questi motivi, le ricette del Ministro della Funzione pubblica in carica mi sono sempre parse troppo semplificate e propagandistiche. La pubblica Amministrazione è fatta di ottime professionalità e dedizione al proprio lavoro. A livello centrale e ministeriale, così come a livello locale. Il problema è un altro, che non mi sembra sia affrontato nemmeno teoricamente. E cioè in quale organizzazione del lavoro è inserita una certa professionalità impiegatizia, tecnica o dirigenziale. Se è inserita in una organizzazione tardo taylorista per cui vengono divise le competenze e le responsabilità in modo che sia impossibile ricostruire tempi e meriti dei diversi procedimenti, allora non si faranno grandi passi in avanti nemmeno coi tornelli e coi controlli medici. Se l’organizzazione deve essere un’altra, come io penso, allora sarebbe bene occuparsi di questo invece che fare propaganda.

Nel frattempo, credo che sarebbe sufficiente (l’ho già detto anche pubblicamente) anticipare l’uscita di 200 impiegati vicino alla pensione e assumere 50 giovani, appena diplomati o laureati per avere molte più speranze di una vera riforma del sistema dell’amministrazione pubblica anche locale. Senza questa possibilità c’è poco da lamentarsi o da scandalizzarsi.

Forse anche nei confronti della città ho avuto lo stesso difetto: di non aver saputo o potuto dare motivazione, indicare un obbiettivo in cui credere. Magari non a tutti ma alla parte più recettiva della nostra comunità. Qui però il discorso si fa complesso, perché molti altri soggetti intervengono in quella che potremmo chiamare la costruzione del consenso attorno all’operato di un’amministrazione comunale come la nostra. I partiti politici, le organizzazioni economiche e del lavoro, le banche, le associazioni, gli organi di informazione, i cosiddetti corpi intermedi. E qui c’è un vero punto di debolezza del nostro territorio, a mio parere: il non riuscire a parlare la stessa lingua fra istituzioni ed enti diversi (nemmeno negli incontri con due successivi Presidenti della Repubblica ci siamo riusciti), il non essere mai disposti a giocare nella stessa squadra. Non so da cosa dipenda, ma questo ci distingue in negativo da altre città emiliane e italiane. Pensate a Modena, ! o a Torino, non è che lì non ci siano contrasti, ma quando c’è un’occasione, un’opportunità per la città, allora i contrasti vengono messi da parte e fanno sentire una sola voce le prime e le seconde file di tutte le istituzioni e gli enti, persino i soggetti privati. Da noi sembra che questo sia impossibile. È un peccato.

Alle volte penso che se cominciassi oggi a fare questo complicato mestiere, dopo dieci anni di esperienza, sarei senz’altro più bravo ed efficace di quanto sono stato fin qui. Ma, conoscendomi, temo che non sarebbe del tutto vero, perché con l’età i difetti si accentuano piuttosto che attenuarsi. Temo che ascolterei meno pazientemente quelli che vengono a dare consigli interessati, che cercherei meno il consenso delle forze politiche che bloccano le decisioni solo per essere visibili, che direi quello che penso dei poteri più o meno forti che perseguono i propri interessi senza essere visibili, che denuncerei con maggior forza chi, possedendo responsabilità pubbliche, per lavoro o per carica, considera le scadenze e gli impegni presi con i cittadini come un problema del Comune o del Sindaco e non anche proprio. Insomma, penso che sarei un pessimo prossimo sindaco e che la legge dei due mandati protegge me e la città da una simile evenienza.

Il Presidente Napolitano, l’ultima volta che è stato a Ferrara, mentre passeggiavamo in Ercole d’Este, mi ha chiesto cosa ne pensassi del vincolo dei due mandati, perché si considera uno degli artefici della riforma del ‘93. Ho risposto che, personalmente, lo considero una norma igienica, utile e di buon senso. Ma che dal punto di vista giuridico istituzionale sarebbe bene tenere conto dei piccoli Comuni. In una città delle dimensioni della nostra, credo sia sempre possibile trovare un sindaco migliore di quello in carica. Ma nelle città più piccole, perché mai se in un Comune di piccole dimensioni azzeccano un bravo sindaco poi lo debbono per forza sostituire?
Il Presidente Napolitano mi ha risposto con molta saggezza che nel nostro paese è molto difficile fare le riforme e quelle poche che si realizzano è ancora più difficile migliorarle. Penso che abbia ragione.

Sto per concludere un’esperienza lunga dieci anni: il doppio del periodo passato al Liceo Ariosto, che pure mi ha formato per il resto della vita. Dieci anni: sono entrato qui uomo maturo e ne esco anziano (preanziano, dice generosamente mia figlia Giulia). Eppure sembra ieri: un tempo passato in un lampo. Per intensità, per impegno, anche per fatica, diciamolo pure. Alle persone che mi chiedono se mi sono divertito preferisco non rispondere niente per rispetto delle buone maniere.
Un’esperienza ricchissima in ogni caso, che mi ha fatto conoscere e amare di più la mia città e la qualità della sua gente, quella di tutti i giorni, quella che si incontra per strada o al super market.

Ho lavorato in questi anni con molti e bravi collaboratori (assessori, dirigenti, tecnici; l’ufficio di gabinetto, la mia impareggiabile segreteria) che mi spiace perdere. Con loro è giusto condividere il merito delle cose buone realizzate. Solo a me resta la responsabilità di ciò che non ha funzionato. In campo ora c’è una squadra di giovani amministratori e questa è la più grande delle soddisfazioni, la certezza che la politica del rinnovamento a Ferrara c’è stata sul serio e ha prodotto frutti.

Ringrazio anche i rappresentanti del Consiglio Comunale e delle altre Istituzioni pubbliche (a partire dal Presidente della Provincia) con cui ho affrontato in spirito di collaborazione il tema del rinnovamento del territorio. Ringrazio i rappresentanti delle forze dell’ordine insieme ai quali, penso di poter dire, abbiamo superato i momenti più difficili di questi anni. Ringrazio sua Eccellenza il Vescovo che mi ha sempre dato personale prova di disponibilità e comprensione.
E ringrazio mia moglie Eileen che per dieci anni ha fatto la pendolare tutte le settimane tra Milano e Ferrara per consentirmi di stare in città anche il sabato e la domenica. Per fortuna anche lei ama molto la nostra bellissima Ferrara.

Bene, siamo al termine. Ho cercato la frase giusta per concludere queste note: adeguata alle circostanze ma senza indulgere alla retorica, nel segno di una sobrietà di linguaggio che, questa almeno, spero mi venga riconosciuta. Mi è venuta in mente una frase di “Filumena Marturano” sentita da piccolo, quando il teatro di Eduardo lo davano in TV il venerdì sera in bianco e nero e mio nonno, ferrarese, chiedeva a mio padre, napoletano, di tradurre le battute più difficili; così in casa c’era un teatro nel teatro e si rideva due volte. In Filumena Marturano a un certo punto Lucia, la vecchia domestica di Donna Filumena, si fa prendere dall’emozione e comincia a raccontare, in cucina, la storia della propria vita a uno di quegli sfaccendati di famiglia che ci sono sempre nelle commedie di Eduardo. Racconta le sue vicissitudini e si appassiona alla sua stessa storia; anche l’ascoltatore partecipa, con interesse, a quella ricostruzione. Lei se ne accorge e decide di troncare una c! onversazione, che rischia di diventare troppo intima, con una battuta fulminante: “Arrivederci e grazie, è fernuta la pellicola”. Ecco, appunto, “arrivederci e grazie”.

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