Lettere dei figli di un Giusto a proposito degli ebrei di Villa Emma salvati dalla Shoà

04/giu/2004 04.15.54 giambattistamoreali Contatta l'autore

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GIAMBATTISTA MOREALI                          

                                                                               NONANTOLA, 05/02/2003

 

Al chiarissimo Direttore del Resto del Carlino.

Al dottor Eugenio Tangerini, capo redattore del Resto del Carlino.

Al signor Giovanni Medici, redattore del Resto del Carlino.

 

 

    A proposito del salvataggio dei ragazzi di Villa Emma, compaiono da qualche tempo notizie di stampa circa una fiction tra storia e invenzione in cui si vorrebbero celebrare vicende di sessant'anni fa, ora che tanti testimoni preziosi sono già scomparsi ed i ricordi di altri possono essere ormai troppo lontani.

   Noi vorremmo rammentare che nella nostra famiglia abbiamo sempre avuto un rispetto quasi religioso per quel fatto straordinario. Da ragazzi fummo testimoni molto vicini e partecipi ai fatti per cui, dopo ventun anni, nostro padre e il suo amico don Ario Beccari furono invitati in Israele a ricevere la medaglia di Giusto fra le Nazioni dei Gentili.

   Ora leggiamo che il sindaco di Nonantola si duole perché nel progettare una fiction "mai era accaduto che si prescindesse dai soggetti più direttamente coinvolti, vale a dire il Comune, Klaus Voigt, storico che ricostruisce la vicenda in un libro, e gli stessi ragazzi di Villa Emma" e continua chiedendosi "come si fa a scrivere un soggetto senza essere mai stati a Nonantola e aver parlato con i testimoni del tempo?"

   E' quello che ci chiediamo anche noi, che siamo soggetti più coinvolti di altri giacché, per regolamento, il Giusto deve aver agito a titolo gratuito, con pericolo per la propria vita e per quella dei suoi famigliari.

   E' il caso di far notare che prima del 1964 nessuno pensava a Villa Emma, l'iniziativa d'Israele fu una sorpresa. In un documento della RAI-TV di Bologna si può assodare che l'invito ai due insigniti fu consegnato nella sala del Consiglio Comunale di Nonantola, alla presenza di rappresentanti delle comunità israelitiche italiane e di un gruppetto di giornalisti, prelati, consiglieri e impiegati comunali incuriositi. Alla cerimonia non fu dato il rilievo che meritava, quella mattina si teneva un comizio in piazza.

   Riguardo a Klaus Voigt, il risultato dei colloqui che abbiamo avuto con lui in questi ultimi anni ci appare deludente perché nel suo libro si trovano bizzarrie per noi inaccettabili, nonostante le preghiere ripetute di non alterare, com’era già capitato con altri, ciò che venivamo spiegando con grande entusiasmo e per amore della verità. Perfino i ricordi scritti di nostro padre, pure citati nel libro tra le fonti, sono riportati in modo approssimativo, come se fossero di nessun conto.

  Siamo disposti a chiarire in ogni punto le nostre affermazioni.

   Per ciò che riguarda la scoperta della biblioteca dei ragazzi, possiamo testimoniare che, dopo la costituzione della Guardia Repubblicana, corse voce che i fascisti avevano rovistato la Villa Emma e perciò, una giornata uggiosa d'autunno inoltrato, andammo a curiosare. Gli usci erano aperti e nell'ampio locale al piano rialzato, che era stato adibito a biblioteca con centinaia di libri e a sala di musica, gli scaffali erano vuoti, il pavimento era sporco di fango, cosparso di libri smembrati e di fogli strappati. Ricuperammo un vocabolario tedesco per immagini, un libro giallo e una grammatica in tedesco, due fascicoli malconci di canzoni napoletane. Non c'era altro, il pianoforte verticale era sparito.

  Un anno fa, persone che dicevano di avere una cassetta piena di libri dei ragazzi di Villa Emma ne diedero in esame due fascicoli: un manualetto d’elementi di lingua ivrit per coloro che andavano a stabilirsi in Palestina e un quadernetto d’appunti bilingui e d’indirizzi. Essi risalgono di sicuro al primo dopoguerra e può darsi che la biblioteca ritrovata sia della stessa epoca e che provenga dalla stessa fonte. Forse non vengono dalla biblioteca dei ragazzi del 1942-1943, ma erano d’altri ebrei liberati dai lager nazisti e raccolti nella Villa Emma sotto la copertura di una scuola agricola diretta dal signor Marco Silberschatz, nell’attesa di partire per la Palestina.   

   La foto che accompagna il vostro articolo su Villa Emma ritrae appunto un gruppo di tali ebrei, sopraggiunti nel 1945. In primo piano c'è un ufficiale della Legione Ebraica in divisa britannica e ciò fornisce una data certa.

 

   In armonia con quanto abbiamo esposto noi vogliamo sperare che il progetto di fiction non finisca per produrre uno dei soliti ibridi, soprattutto perché la verità, nuda e cruda, è indispensabile alla libertà.

   In mano ad un regista ispirato e capace, l'episodio di Villa Emma presenta un gran numero di motivi umani atti a suscitare emozioni profonde, sentimenti alti e nobili, riflessioni salutari. Esso non ha bisogno d’aggiunte, né d’invenzioni, noi siamo convinti che la realtà sia molto più affascinante di qualsiasi invenzione.

   Sarebbe molto deludente non riuscire a confrontarsi con essa.

 

 

                      Grazie per la vostra attenzione cortese e saluti cordiali da              

                               

                      

                                                    GIAMBATTISTA e GIANCARLO MOREALI

 

 

NONANTOLA, 05/02/2003

 

 

 

 

 

GIAMBATTISTA MOREALI

           NONANTOLA

 

 

                                                          Nonantola, 23 giugno 2003   

                                                           Nonantola, 04 luglio 2003

Gentilissimo signor Follain,                             

                                              ho gradito la sua lettera e la prego di perdonarmi, se la mia risposta le giungerà assai tardi, perché l'idea di scrivere ancora un libro su Villa Emma è buona, e mi piace molto, ma prima io voglio valutare con attenzione come potrei descrivere una situazione talmente intricata che non si riesce a risolvere con la semplice descrizione dei fatti, sia pure disposti con grande scrupolo ed in preciso ordine cronologico. Qui tenterò di dare qualche idea delle cose quali si sono verificate nella realtà, però io ritengo che soltanto un'opera molto attenta alle singole persone, e molto rispettosa dei fatti, potrebbe ricostruire in modo degno un episodio così affascinante e non bene indagato nei suoi aspetti peculiari, tali che ormai purtroppo sfuggono alla sensibilità d’oggi. Ciò spiega l'insufficiente approssimazione di tanti scritti su Villa Emma, lacunosi e disseminati d’invenzioni sconvenienti e irriverenti: quasi che la storia fosse “un attaccapanni, cui appendere il cappello”, alla stregua d’Alessandro Dumas, e dei suoi moschettieri.

Per il semplice fatto naturale che le parti formano un tutto unico, io sono certo che molti particolari narrati con negligenza, o inventati, formano un falso e, quanto al nostro tema, io ho anche l'impressione molesta che, senza parere, in qualche alta sede si stia lavorando ad un nuovo mito, su cui lucrare meriti ed utili in denaro mediante qualche artificio d'immagine. Tra i miei amici di Villa Emma, che pure subirono violenza grave, vi è chi ritiene giusto e vantaggioso che si richiami spesso l'attenzione del pubblico sulle loro gravi peripezie, e che ciò si faccia in tutti i modi, e con ogni mezzo, senza porre moltissima attenzione nei singoli casi. Dal loro punto di vista, ciò che conta maggiormente è la cassa di risonanza dei "media" - come se atti e persone messi in disparte non avessero qualche valore - quando, invece, anche l'offesa contro l'amor proprio delle persone è azione violenta. I miei amici, purtroppo, lo sanno bene. Quanto al resto, i tentativi di manipolare la verità evocano sempre sospetti d’oppressione tirannica, od almeno d’espediente equivoco. Soltanto la verità rende liberi - mentre la menzogna rende schiavi - e perciò, quando si tratta della memoria di persone che rischiarono la vita per la libertà di tutti, occorre accostarsi con rispetto, e attenersi al vero.  Ormai, riguardo a Villa Emma, la stampa ostenta titoli in termini onirici e fiabeschi. Il sogno e la favola prevaricano su altre categorie, e così si giunge a trattare la gente a misura di una massa trasognata e distaccata dalla realtà. Al punto tale che la disinformazione toglie di mezzo l’informazione, come la cattiva moneta caccia quella buona. A Nonantola, gli ebrei di Villa Emma vissero relativamente tranquilli, sebbene talora turbati da dissidi interni inevitabili. Nei tentativi di ricostruzione dei fatti che si svolsero per impedire che fossero presi e deportati, è sempre prevalente la narrazione delle loro sventure, mentre le condizioni delle persone che li aiutarono sono lasciate molto in disparte, nell’ombra perenne delle faccende insignificanti. Io voglio tuttavia rilevare che dei ragazzi ebrei presero il nome di Villa Emma giusto perché in questo piccolo luogo negletto avvenne per loro una salvazione straordinaria, durante la persecuzione. Erano settantatré gli ebrei, ragazzi e adulti, che incontrarono i loro salvatori. Ora, poiché quel salvamento si deve a profondo rispetto ed amore per la dignità d’ogni singola persona messa in salvo, io chiedo che si abbia uguale rispetto ed amore anche per la dignità delle persone che aiutarono i perseguitati.

Quest’episodio singolare si è potuto verificare grazie all’opera di persone piene di valore e degne d’essere ricordate per ciò che hanno fatto, però si devono mettere in risalto anche le circostanze in cui dovettero prodigarsi, e che finora sono state trascurate dai vari ricercatori. L’opera di quelle persone si svolse in mezzo ad eventi eccezionali, proprio nei giorni in cui lo stato italiano affrontava il momento più difficile della sua storia, quand’era in corso una gravissima crisi nazionale dagli effetti devastanti.

Non tutti gli aspetti più importanti che determinarono quel salvataggio sono stati portati alla luce, perciò io ritengo essenziale che si faccia tutto il possibile affinché siano conosciuti. Intervennero anche particolari elementi psicodinamici di forte rilievo che spinsero gli individui ad agire e che costituiscono la risposta a quanti si chiedono con ragione come mai, proprio a Nonantola, si sia verificato quest’evento di fratellanza umana così unico e atipico.

Tornando al proposito di scrivere un libro nuovo, l'episodio di Villa Emma può essere ricostruito, nelle sue vere dimensioni, soltanto dopo uno studio scrupoloso dell'ambiente politico e sociale, in cui esso si è verificato, senza trascurare le caratteristiche delle persone che vivevano in quella condizione, in un momento drammatico della storia. Il requisito essenziale è riuscire a cogliere il senso del vivere nelle pieghe di un mondo provinciale quasi sconosciuto, ormai scomparso e sempre pieno di ricordi dolorosi. Perfino il paesaggio ed il clima, che influiscono tanto sul carattere degli uomini e delle culture, oggi sono cambiati; senza dire del tenore di vita, del grado d’istruzione e delle tecnologie. D'altra parte, non serve molto raccogliere una gran quantità di dati e tenerli separati dalle situazioni esistenti di ciascuno, tralasciando i precedenti ed i moventi rilevanti da cui dapprima quest’episodio ebbe forma, ed in seguito fu messo in atto. Purtroppo non vi sono molte fonti letterarie da cui si possa trarre un'idea della fatica, del dolore e del piacere del vivere quotidiano nella provincia emiliana del 1943, quando già oggi nella nostra coscienza collettiva si sono verificate numerose e vaste rimozioni della memoria storica. Del resto, fuori di qui, non interessa più di tanto conoscere in che modo si vivesse in quei tempi fra le Alpi e la linea gotica. Spesso ai narratori italiani ciò interessa ancor meno, eppure i fatti di Villa Emma sono intessuti d’elementi degni di un vero romanzo, senza nulla aggiungere alla realtà. L’aggiunta di creazioni di fantasia costituirebbe anzi una menomazione ed una sconfitta.

Il titolo del pezzo che mi ha inviato - La casa dei segreti - è bello, romantico, e le parole di Bertoni -If you talk, I'll kill you!- fanno pure buon’eco alla "Lucrezia" di Donizetti -Guai se ti fugge un motto!- ma troppo melodramma è una iattura infinita, ed io voglio sperare che non sia il nostro destino definitivo. La nostra gente di campagna è di presenza piuttosto rude, però nella sostanza non è truce. Il padre che ammonisce ringhioso -S t al dìi, a t maz!- non cova intenzioni omicide, però è un genitore piuttosto preoccupato: in un momento solenne, attinge l'iperbole più efficace, necessaria e pregnante d’umori. Suo figlio lo sa. Per via del paradosso, i nostri campagnoli si salutano ancora con manate sulle spalle e con calorosi auguri di male.

Ora, nonostante la mia osservazione, voglio che mi creda davvero ben disposto verso di Lei, e senza malizia o rancore. Io cerco soltanto di spiegare, anche a me stesso, quanto sia davvero difficile farsi un'idea esatta del fatto di Villa Emma, luogo dove per altro non si celavano speciali segreti, anzi, certe volte sarebbe stato bene evitare imprudenze, ad impedire guai.

Per avere un quadro ben chiaro degli avvenimenti, occorre tener presente anzitutto che il 25 luglio e l’otto settembre del 1943 sono date fondamentali. Esse segnano la fase storica fra la caduta di Mussolini e l'armistizio con gli Alleati. Quei quarantacinque giorni di Badoglio furono pieni d’avvenimenti drammatici per tutti.

Dopo la caduta di Mussolini, in alcune città ci furono moti di libertà repressi nel sangue e violenti bombardamenti aerei alleati. Il 30 luglio Roma fu dichiarata “città aperta”. Fu proibito riunirsi in più di tre persone, fare sciopero, uscire di notte.

A quei tempi, in provincia di Modena c'erano due campi di prigionia che nell'insieme ospitavano circa seimila prigionieri di guerra britannici: il n° 73 era a Fossoli di Carpi, mentre il n° 46, riservato agli ufficiali, era alla Crocetta di Modena, sulla Via Nonantolana. Durante le belle giornate, ci si poteva imbattere nelle compagnie di prigionieri in ordine di marcia sulla via che porta a Nonantola, con   quattro soldati italiani di scorta, due in testa, due in coda, fucile in spalla, che andavano di conserva, a buona distanza. Nelle vicinanze del campo si aggiravano spesso i ragazzini della Crocetta, animati dalla speranza di raccogliere almeno una scatoletta di carne lanciata fuori da qualche prigioniero, assai umano e molto previdente. La notte fra il giorno 8 e il 9 settembre i tedeschi avevano occupato i campi, ma nel trambusto la sorveglianza si era allentata. Molti prigionieri fuggirono e si sparsero per la campagna vicina, alcuni di loro giunsero anche a Nonantola. Ci fu un passaparola tempestivo, molte persone si mobilitarono e anche mio padre e don Arrigo, collegati ad Arturo Anderlini di Modena, operarono nell'aiuto ai prigionieri. Rimasero in possesso di portafogli e carte personali, che consegnarono agli Alleati dopo la guerra. Purtroppo Arturo Anderlini fu catturato il giorno 8 gennaio 1944 e fu fucilato assieme ad Alfonso Paltrinieri di S. Felice sul Panaro.

Questo è uno degli aspetti della vasta e lunga attività di salvamento, che comprese anche i ragazzi di Villa Emma e poi ancora altri ebrei provenienti da ogni parte. Giungevano, a pochi o ad uno per volta, diretti alla Villa in cerca d’aiuto, e la trovavano deserta, chi li aveva preceduti era già fuggito al sicuro, in Svizzera.

Nello stesso tempo, per mio padre e i suoi amici, cominciò anche l'attività clandestina d’appoggio al movimento armato per la liberazione d'Italia. A tavola, nostro padre ci raccontava le novità di quel lavorìo segreto. I nostri genitori erano separati, io e mio fratello eravamo la sua famiglia. Soggiogati, orgogliosi, noi ascoltavamo in silenzio le espressioni emozionanti della sua grande passione civile e le confidenze del suo muoversi clandestino. Talvolta, quand’era il caso, ci prestavamo al bisogno.

Per fortuna, nelle prime settimane, l'incertezza e la confusione che seguirono l'otto settembre del 1943 crearono anche condizioni favorevoli per sfuggire all'attenzione degli usurpatori.

Molti italiani si erano illusi che la guerra fosse finita e restavano dubbiosi sul volgere delle cose, pur vedendo che il tedesco da varie settimane era accampato dovunque, dopo i rovesci militari in Africa Settentrionale. Fino a quel momento, formale alleata ed ospite, la Wermacht non aveva avuto alcun’autorità sulle cose italiane ed aveva evitato di violare la nostra sovranità, ma si teneva pronta a mettere in atto i piani segreti disposti in previsione dell'uscita dell'Italia dalla guerra.

A Nonantola erano attestati reparti d’artiglieria contraerea della 65° divisione tedesca. Nella mattinata del 19 luglio del ‘43 una batteria piazzata a Rubbiara abbatté un Liberator sulla rotta di ritorno dal bombardamento di Bologna. Quel giorno, Leo Kofler (Ehud, Arieh Kofler), era in gita ciclistica a Bologna, assieme ad altri ragazzi di Villa Emma. Si erano trovati vicini agli scoppi delle bombe nei pressi della stazione. Tornarono ancora sconvolti dalle emozioni.

L'armistizio dell'otto settembre colse di sorpresa le forze armate italiane ed esse, impreparate, dovettero cedere all'immediata risposta tedesca d’occupazione militare.

Uno di quei giorni, l’anziana fantesca della caserma dei carabinieri reali - una figura di donnina minuta che pareva uscita dal mondo della fantasia - corse a chiamare mio padre, tutta trepidante d’ansia e affannata, perché il comandante era molto agitato. In borghese, egli sedeva sul gradino del focolare, in cucina: privo d’ordini, angosciato, in lacrime, era sul punto di lasciare il posto. Mio padre fu severo. Gli rammentò il dovere di non abbandonare la popolazione, evocò la propria incerta autorità di capitano medico in congedo, e ordinò al sottufficiale di rimettersi in divisa, o l’avrebbe accusato di diserzione, a guerra finita. Il maresciallo si calmò, rivestì la divisa e rimase al suo posto.

Col passare dei giorni, circolavano notizie dubbie, senza riscontro ed illusorie, di reazioni armate e di resa in varie parti d'Italia, di sbarchi alleati in Toscana e altrove, ed intanto si assisteva quasi increduli al crollo dello stato. Dal passo del Brènnero scesero altre truppe tedesche a dare man forte.

Gravata da centinaia di sfollati di città, la popolazione continuava a lavorare con impegno, e nello stesso tempo si prodigava a dare aiuto e rifugio agli sbandati italiani che tornavano a piedi, stremati, da ogni dove, schivando le strade e per lunghe odissee, bisognosi di cibo e di vestiario. Nel clima angoscioso di tanti eventi poté svolgersi anche l'immediato salvataggio degli ospiti di Villa Emma. Questi, nella loro disgrazia, non ebbero quasi modo d’accorgersi del dramma che intanto stava travolgendo anche gli italiani. Finora però, nessuno degli scritti su Villa Emma ha affrontato in pieno l'insieme delle gravissime circostanze in cui si dibatteva la popolazione.  Si è quasi indotti a pensare che gli scrittori interessati a Villa Emma non si siano curati della gravissima crisi militare e istituzionale che aveva travolto l’Italia, e parrebbe che non vi sia più nessuno, ormai, capace di tenerne conto in modo adeguato e degno.

Ogni tanto la stampa torna a riesumare il caso di Villa Emma, però l’intero episodio rimane ancora difficile da ricostruire, nelle cause e nei significati, e suscita stupore perché appare avvolto in un'aura di stranezza rarefatta, proprio a causa d’opinioni errate preconcette e d’informazioni incomplete. Forse soltanto un'importante opera d'arte, ispirata, e sorretta da cognizioni approfondite, può riportare alla luce la verità degli avvenimenti e scuotere le coscienze. In ogni caso, dopo sessant'anni di svogliatezze, è ora che siano rievocati gli aspetti unici di questo caso straordinario, senza nessun’aggiunta d’invenzioni o contaminazioni, ma con fedeltà, con rispetto e con affetto. Si sono fatti, anche con fini lodevoli d’edificazione, libri, articoli e servizi televisivi che non colgono il senso giusto delle cose, tuttavia l'episodio straordinario di Villa Emma resta ancora chiuso in un limbo nebuloso di luoghi comuni, mal dissimulati sotto il pretesto troppo comodo e generico delle malefatte del regime fascista, di cui le nuove generazioni conoscono davvero poco, o nulla.

Sono convinto che occorra un lavoro indefesso, sorretto da forte ispirazione e da grande energia creativa, per riuscire a restituire con stile vigoroso e con fedeltà il senso epico dei fatti quali si sono svolti, e a dare la voce della verità al dolore degli innocenti, al travaglio delle persone inermi che fecero quanto era possibile per resistere in quelle condizioni e per dare aiuto a chi era in pericolo.

Ora può essere venuto il momento dello “scandalo della verità e dell'onestà”. Si presenta infine l’occasione di liberarsi da una certa soggezione intellettuale e di affermare, senza timore di smentita, che il salvamento degli ebrei di Villa Emma si deve soprattutto alla forte amicizia che legava i due coraggiosi che furono insigniti in Israele con il titolo di Giusti fra i Gentili, nel 1965: don Arrigo Beccari e il dottor Giuseppe Moreali. Un parroco ed un medico di campagna, affiancati l’uno all’altro di fronte all’oppressione, alla povertà e al dolore, a costituire una conferma soltanto apparente di un modello tradizionale e scontato. Uomini di grande intelligenza e di carattere eccezionale, di rara levatura morale, di vasta cultura e di mentalità molto moderna, spiccavano per la loro personalità rilevante, tutta particolare. Vivevano umili fra gli umili, figli tipici di un ambiente e di una società contadina ancora compenetrata d’umanesimo cristiano e di pietà antica.

A rappresentare quel mondo contadino non servono figure tratte da campionari antropologici improbabili, e neppure personaggi di maniera posticci, melensi, nevrotici, gigioni, indegni di quell’epopea oscura. Ognuno qui era ben compreso nei propri compiti, tutti sostenevano grosse fatiche e disagi per campare, tutti affrontavano responsabilità e pericoli senza remore, senza perdersi d'animo. Proprio per questo modo d’essere autentico e genuino, mentre vestivano da prete un amico ebreo e lo fotografavano per contraffare un documento, s'impegnavano con la più schietta allegria, divertiti e propensi al paradosso.

Nell’autunno del 1943, un drappello di ciclisti della nuova guardia repubblicana fascista, in giro dimostrativo sul territorio, si fermò a Nonantola nelle prime ore del pomeriggio. Fece sosta sotto il portico dell’antico palazzo Borsari, già sede della casa del fascio.  Nel 1936, sotto quel portico era stata murata una gran lapide celebrativa dell’impero fascista. L’ufficiale al comando del drappello osservò che la superficie della lapide era costellata di pallottole d’argilla rinsecchita. Erano i chiari esiti di un gioco estivo dei ragazzini del paese, soliti a dilettarsi con l’argilla raccolta dall’argine del vicinissimo Canal Torbido, che da secoli costituiva un’ansa protettiva attorno a Nonantola e che in quel punto passava proprio sotto il palazzo. Quel fango, spiaccicato per trastullo, suscitò lo sdegno del comandante. All’istante, chiese chi fossero i tre antifascisti più in vista del paese e, lì per lì, fu inviato un messo che convocasse sul luogo il dottor Giuseppe Moreali, medico condotto, il signor Antonio Trotti, commerciante di calzature, ed il signor Aldo Orsi, tabaccaio. La rete dei delatori fascisti era ancora attiva e davvero efficiente. Trotti ed Orsi erano gli amici cui, la notte del 25 luglio, mio padre, io e mio fratello, eravamo corsi a portare la gran notizia della caduta di Mussolini. Dalle finestre aperte, nella notte estiva risuonò a lungo la voce della radio che ripeteva l’annuncio, scandito con la voce delle grandi occasioni. Nei giorni seguenti, il signor Trotti ed alcuni altri, muniti di scala e di strumenti idonei, erano saliti a scalpellare via il simbolo del fascio littorio murato sulla parete della casa di fronte a quella di Trotti.

Col pretesto di una responsabilità morale per il dubbio sfregio al ricordo dell’impero, quei tre, convocati seduta stante, dovevano salire a lavare quella lapide infangata. 

Un reduce della guerra venne a cercare mio padre picchiando alla porta col bastone. Non voleva credere che mio padre fosse in visita dai suoi pazienti, e se n’andò soltanto quando io l’invitai a salire in casa per verificare. Per un puro caso, mio padre non subì quella prova umiliante, ma Antonio Trotti ed Aldo Orsi, tra il dileggio dei militi, salirono sulla scala a pioli con lo straccio ed il secchio d’acqua e lavarono la lapide dell’impero.

Quella stessa sera, il temibile Ascanio Boni, comandante il presidio militare fascista di Nonantola, chiamò in caserma le tre persone che erano state convocate per la lapide dell’impero.

Di fronte alla scrivania d’Ascanio Boni, mio padre sedeva tra gli altri due, ancora pallidi per la grave umiliazione. Il Boni espresse rincrescimento per l'accaduto e riversò ogni responsabilità sul comandante della guardia repubblicana. Affermò che il fascismo repubblicano era assai diverso dal primo, riconobbe che i tre erano ottimi cittadini e propose che s’iscrivessero al fascio repubblicano. Nel personaggio, non era chiaro il limite fra il cinismo e l’ironia.

E’ molto probabile che tutto l’episodio sia stato il frutto di una messa in scena premeditata. Mio padre parlò anche per i suoi amici. Respinse le proposte del Boni, si disse favorito dalla sorte per non essersi trovato in casa. Non aveva lanciato quell’argilla e perciò, se fosse stato presente, non avrebbe mai lavato quella lapide.

Nel maggio del 1944, quando vi furono azioni partigiane nei territori vicini, i fascisti di Nonantola compilarono un subdolo richiamo alla popolazione del paese affinché s’astenesse da fatti violenti e convocarono sette fra gli antifascisti più in vista, perché lo firmassero. Redatto ad imitazione della prosa mussoliniana, e senza alcun pudore, il testo attribuiva la guerra alla “fatalità della storia”, auspicava “una tregua ad ogni violenza”, nell’attesa fiduciosa di un ritorno cristiano ed umano verso “un’eterna verità d’amore e di fratellanza” e di una pace degna.

I sette, presi di mira, si sentirono in prima linea, vessati dai persecutori, ma compresero anche che questi ormai erano ridotti a malpartito. In breve, presero consiglio e firmarono l’insidioso appello dall’apparenza pacifista ed umanitaria. Il manifesto finì affisso ai muri del paese e non ebbe effetti di sorta.

Da gran tempo quei sette erano in testa alle liste degli antifascisti sorvegliati e guardati con sospetto. Tre di loro erano stati chiamati a lavare la lapide dell’impero. Il nome del dottor Giuseppe Moreali era in testa a quei sette nomi. Qualcuno oggi potrebbe anche affermare che fu una situazione piacevole, divertente, invidiabile e scevra di pericoli. Ci sono persone capaci di grandi sciocchezze.

Purtroppo, in diversi libri sulla Villa trovo bizzarrie, storture, invenzioni moleste che alterano la verità e la corretta memoria dei fatti e di persone degne di rispetto. E' vero che chi crede di cantar vittoria spesso si arroga il diritto di raccontare i fatti a suo modo, ma gli scrittori sono chiamati al dovere assai grave di non adattare la verità alle pretese del potere, troppo sovente disposto ad abusare di ciò che è vero per fini impropri.

Vedendo come vanno le cose, io sono costretto all’amara consolazione che, se non altro, ora nostro padre non assiste più alle continue profanazioni disinvolte che snaturano gli avvenimenti. Verso la fine della sua vita, l'ho visto vacillare nell’impeto dell’indignazione, piegarsi al peso dell'ingiustizia e soffrire fino al crollo della salute e alla morte. Egli morì da cristiano. Perdonò a tutti.

Fino al 1964 la sventura degli ebrei di Villa Emma era conosciuta soltanto dalle persone che li avevano frequentati e, fino a non molto tempo fa, poche altre persone ne erano al corrente. A Nonantola quei fatti non sono schiettamente popolari neppure oggi. Dopo che sono stati resi noti dai “media”, si è verificato un atteggiamento di velato distacco perché gli ebrei sono ritenuti ricchi e protetti dall'America, e qui da noi la lotta di classe è molto sentita.

Qui ogni appiglio diviene rigido strumento di lotta politica. Nella valutazione ufficiale dei fatti di Villa Emma, oggi prevale la forte repulsione verso il nazismo ed il fascismo, mentre si tende a convogliare l’interesse per gli ospiti di Villa Emma e per il loro salvataggio entro un progetto interculturale.

Così, di volta in volta,  celebrazioni ricorrenti propongono, in modo crudo e inevitabile, la questione sociologica del merito degli individui. In modo traumatico e fatale, si rimettono in giuoco persone sventurate, chiamate a dimostrare d’essere state vittime di una situazione pericolosa, e persone di buona volontà, chiamate a dimostrare di meritare il riconoscimento che premia quanto fecero per aiutare il prossimo. Questa esposizione contorta descrive un aspetto moderno dell'antico fenomeno sociale dell'invidia. Tecniche idonee ad innescare fenomeni del genere sono sempre in auge.

Io so invece, con certezza, che il dottor Giuseppe Moreali, don Arrigo Beccari, don Ennio Tardini, Primo Apparuti, e altri degni quanto loro d’essere ricordati per sempre, non avevano l’attitudine a cercare la gloria e gli onori del mondo. Non erano interessati a quei fini ed in verità non avevano neppure il tempo di pensare ad onori e gloria, perché avevano altro nella mente e nel cuore. In modo rappresentativo, dopo la guerra, il furgone della scuola fondata da don Arrigo per i ragazzi di campagna portava l'impresa di un motto sublime, Amor mi muove. La potenza di quel motore era condizionata da un’energia astrusa e metafisica. Il teatrino “Aurora” di quella scuola, invece, si fregiava del motto corrosivo di Paolo, La verità vi farà liberi, ed ancora Dante: Fatti non foste a viver come bruti – ma per seguir virtute e conoscenza.

Ad un certo punto, i rischi dell’attività clandestina divennero tali che mio padre si propose di cancellare tutti i crediti acquisiti nella sua professione privata, se fosse uscito incolume dalle traversie della guerra e della lotta di liberazione. Egli fu fedele al proposito. Quanto ai suoi amici preti in prigione, egli non venne mai meno ai doveri dell'amicizia e quando essi furono liberati si adoperò per festeggiare come conveniva. La stima, l'ammirazione, la fiducia reciproca e l'entusiasmo li accompagnavano nell’azione, essi erano sempre rivolti oltre il contingente e quando riuscivano erano divertiti e soddisfatti. Non si vantarono mai d’aver aiutato persone in pericolo, o d’altro. Per loro c'era sempre un’impresa nuova da portare a buon fine ed erano sempre tesi al buono e al bello. Il dottor Giuseppe Moreali, nonostante ciò che si potrebbe pensare, non era affatto “un uomo di sagrestia”.

Nessuno ha notizia degli altri ebrei che furono aiutati, con rischio sempre più grave, nei mesi successivi alla fuga degli ebrei di Villa Emma da Nonantola. A Nonantola giungevano sempre nuovi fuggitivi ebrei, in cerca dell’ufficio d’assistenza di Villa Emma. Sospinti dalla necessità, giungevano da lontano, ma non sappiamo quanti fossero, nessuno ne teneva il conto. Essi non erano uniti da un legame di gruppo, come i profughi della villa, e dopo la guerra si dispersero ovunque. Di loro non abbiamo più saputo nulla, forse non possono neppure ricordare i luoghi dove sostarono e le persone che li soccorsero ed ormai è difficile che qualcuno di loro sia ancora in vita. Noi abbiamo descritto questi casi ai cronisti che sono venuti a raccogliere notizie sul caso di Villa Emma, tuttavia il nostro dire non è stato colto con tutta l’attenzione necessaria, perché ne sono uscite persino fantasie incredibili di una vera e propria stamperia clandestina ed altre piacevoli castronerie.

Quegli ebrei fuggitivi ricevevano assistenza, cibo ed aiuto nelle stanze di don Arrigo e di don Ennio Tardini, cui si giungeva attraverso la gran sala occupata dalla Feldpost germanica N° 24960, nel cuore del Seminario Abbaziale. Rifocillati e avviati a luoghi più sicuri, erano muniti di documenti contraffatti, compilati sui moduli originali dello Stato, sottratti all'anagrafe del comune e corredati di foto e di timbro a secco in modi sempre avventurosi e creativi. In certi casi, mio padre s’inventava anche convincenti certificati di malattia. Quelli sono i documenti falsi di cui si vocifera a sproposito. Dato che imprimere quel timbro a secco rudimentale richiedeva molta forza fisica, si affidava il compito ad Aristide Barani, un amico capomastro. In seno a vicende drammatiche, a volte c'erano anche aspetti grotteschi che comportavano commenti salaci e franche risate. Per la firma del podestà di Larino, mio padre inseguiva una sua fantasia sottile e si firmava col nome illustre di Lorenzo Ghiberti, lo scultore delle Porte del Paradiso nel battistero di Firenze; oppure si firmava Salvatore Esposito, una finezza riposta.

L'attività d’aiuto clandestino doveva svolgersi di notte, e richiedeva sempre maggiore impegno, mentre il lavoro diveniva sempre più pesante. Ricevettero documenti contraffatti anche modenesi implicati nelle leggi razziali ed antifascisti in pericolo d’essere presi.

Nello stesso tempo, stava crescendo il movimento clandestino della lotta armata per la liberazione dell'Italia, e ciò accresceva i rischi. La forte tensione degli animi spingeva molti a fumare quasi di continuo, nonostante il razionamento, grazie all’attitudine generosa e fraterna delle persone che non fumavano. Nella mia mente il ricordo di quei tempi è legato anche alle volute azzurrine del fumo di sigaretta nel tempo di guerra. Si fumava di tutto, era scoppiata una specie di smania collettiva per il fumo di tabacco.

Un brutto giorno, un giovane catturato dai fascisti confessò di aver avuto documenti falsi da don Ennio, nel Seminario di Nonantola. Don Arrigo e don Ennio furono arrestati e percossi. Don Arrigo fu condannato a morte. L'arrivo degli Alleati fu tempestivo per rimetterlo in libertà quand’era ancora detenuto.

Di questi accadimenti la gente ha sempre conosciuto ben poco, ma ora non sa quasi più nulla: se ne parla sempre meno, son passati più di sessant'anni. D'altra parte mio padre non amava clamori e pubblicità. Per se stesso dispose esequie modestissime, egli volle essere sepolto nel suo paese natio e desiderò soltanto d’essere dimenticato. Oggi, proprio per quel suo ultimo desiderio, io mi sono indotto a scrivere di lui perché, di lui e di altri, si pubblicano cose di pura invenzione e ciò lo ferisce ancora una volta. Qualcuno progetta anche narrazioni filmiche basate su Villa Emma, ed è già cominciata una campagna di preparazione sui quotidiani. Temo risultati deludenti, se si procederà con la solita sufficienza, il clima trasognato dei titoli di stampa, inadeguato alla serietà dell'argomento, non è di buon auspicio. Nel libro più recente, mio padre è menzionato 37 volte. Lui, Giusto delle Nazioni e laureato con lode, è citato in quel libro come "dottore" una sola volta su 37, il minimo possibile, nella ragione esatta del 2,7%. Di conseguenza, in quelle pagine egli figura degradato e depauperato della sua qualifica più pertinente nella misura del 97,3%, con un sarcasmo che, se oggi fosse vivo, gli ricorderebbe troppo bene i soprusi del regime fascista. Mio padre era un uomo all’antica e non aveva potuto imparare quanto tempo faccia perdere l’osservanza delle buone tradizioni accademiche. Oggi, d'altra parte, i suoi quarant'anni di vita passati al servizio della salute di tutti si possono considerare un passatempo grazioso.

Nella prima guerra mondiale, Giuseppe Moreali aveva passato il suo tempo tra gli orrori dell’epidemia di colera in Friuli e, dopo più di un anno di lazzaretto, aveva conosciuto le atrocità degli ospedaletti militari di prima linea. Furono tali che, durante la lunga malattia che lo portò alla morte, ogni notte quei poveri cadaveri, quelle carni lacere, quei bagni di sangue e quei mucchi d’arti umani smembrati gli tornavano alla mente e lo lasciavano angosciato. A causa di questi fatti orrendi egli aborriva la guerra dal profondo. Non volle avere l'onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, assegnata ai reduci di quel conflitto, perché aveva visto scorrere fiumi di sangue, e morire schiere di giovani uomini nel fiore dell’età. Davanti al pericolo, davanti al ferito ed al sofferente egli fu sempre di contegno freddo e lucido, professionale ed ammirevole.

L'esperienza di guerra e una preparazione di prim'ordine negli istituti universitari gli consentirono di vincere alcuni concorsi pubblici, ma intanto nella vita politica italiana si stava instaurando il metodo del sopruso fascista. Egli era retrocesso nella scala dei meriti e respinto per mancanza del requisito principale, la tessera del partito fascista: ma egli aveva l'attitudine a manifestare liberamente il suo dissenso politico e non temeva le intimidazioni dei fascisti o le loro minacce.

Orgoglioso di potersi dire uomo libero, rifuggiva dall'iscriversi ai partiti. Gli ripugnava ogni forma di favoritismo, gli piacevano "le cose fatte alla luce del sole". Per le ingiuste retrocessioni nei concorsi andò quindi a protestare personalmente, a viso aperto, a colloquio con Temistocle Testa, personaggio famoso, posto a capo del fascismo modenese di allora. Il coraggio è inviso ai violenti e perciò egli fu subito classificato "antifascista pericoloso".

Nel 1925 egli concorse per un posto di medico nella seconda condotta di Nonantola, dove era sindaco l'avvocato Gino Friedmann: un liberale che aveva un gran prestigio personale, promotore d’opere molto importanti per l’economia locale. Era ebreo.

 In virtù dei titoli accademici e secondo gli esami di rito, mio padre vinse anche questo concorso, ma i consiglieri fascisti pretendevano di cambiare la graduatoria, ricorrendo allo sperimentato espediente della mancanza dei requisiti politici. Il sindaco Friedmann rifiutò di prestarsi all'ingiusta manovra e minacciò le dimissioni. Grazie a lui, la popolazione ebbe un nuovo medico, bravo, di grande valore. Dopo tante discriminazioni, mio padre superò la barriera del veto politico in un modo inaspettato e ottenne la condotta medica di Nonantola soltanto in virtù dell’onestà, del prestigio e del coraggio del sindaco, l’avvocato Gino Friedmann.

  Mio padre conobbe mia madre, figlia dell’altro medico del comune, il dottor Lorenzo Montorsi, soltanto dopo aver vinto la condotta di Nonantola. Non occorre elaborare ipotesi di nepotismo.

Ciò che ho esposto sinora getta soltanto uno spiraglio di verità su molti fatti e sullo sfondo d’alto dissenso e di disagio che spinse singole persone, inermi e coraggiose, ad aiutare gli ebrei di Villa Emma. Oggi però i motivi profondi di quel contrasto d’ideali sono stati travolti dal sopravvento di passioni e d’interessi che ne hanno offuscato i significati ed i fini di rinnovamento spirituale, tuttora necessario, ma ancora assai lontano. Resta che, in quel momento difficile, persone di fedi assai diverse si trovarono concordi ad agire in difesa del patrimonio comune di civiltà.

      A questo punto le mie divagazioni superano già di molto i limiti di una comune lettera, ma io spero che possano servire a dare un’idea corrispondente alle situazioni, alle persone, ai fatti, anche se capisco che mi assumo un compito forse troppo difficile. Intanto continuano ad emergere ricordi.

      Mio padre rimase sempre inviso ai fascisti che l’avevano avversato in consiglio comunale. Tra loro c’era uno dei fondatori del fascio di combattimento di Nonantola, capitano d’azione, centurione della milizia fascista. La mattina del 9 marzo del 1933 egli attese mio padre lungo le scale del palazzo del Comune, lo accusò con arroganza d’atteggiamenti antifascisti, l’insultò gravemente e lo minacciò di percosse, com’era proprio dello stile fascista: era un vero agguato. Mio padre rispose che non temeva le vie di fatto. Il fascista lo colpì con un pugno, ma egli reagì fulmineo e l’aggressore, colpito al volto, lacero nelle vesti e sanguinante, ebbe la peggio. L’episodio conseguiva ad una spiata. Il podestà fascista reagì con severità, mio padre si difese ed espose le proprie ragioni con una lettera. Due ufficiali della milizia recapitarono a mio padre, ufficiale in congedo, un cartello di sfida a duello, una trappola che celava un’insidia: il codice militare in vigore proibiva il duello, ma puniva severamente l’ufficiale che rifiutava di battersi. Due ufficiali in congedo del regio esercito furono i padrini di mio padre e la vertenza finì con il verdetto del giurì d’onore. Dopo l'esame dei fatti, esso stabiliva che non al fascista, bensì al dottor Moreali, offeso grave, sarebbe spettato di lanciare la sfida; ma poiché nella fattispecie c’era stato un immediato spargimento di sangue, sentenziava altresì che, secondo il codice cavalleresco, il duello era già avvenuto ed i conti erano chiusi.

      Da allora in poi, tutta Modena ebbe per certo che il dottor Giuseppe Moreali non era fascista. Per anni, egli fu chiamato presso la polizia politica di Modena a subire severe minacce e intimidazioni per critiche ed opinioni espresse in pubblico e riferite ai servizi dai delatori locali. L’aspro umorismo del verdetto di quel giurì d’onore non fu risolutivo. La vendetta giunse più tardi, studiata, fredda, bassa, crudele, distruttiva, indegna.

      Alla caduta di Mussolini il motto di mio padre fu subito: “Chiamatemi dottor Felice!”. Da quel giorno e fino alla fine della guerra egli operò nella lotta clandestina per l’Italia libera e democratica. Nell’aprile del 1945, appena Nonantola fu libera, nella folla davanti al municipio, tra jeep e carri armati americani, due ragazze lo accolsero festose ripetendo con gioia: “Ora può chiamarsi dottor Felice!” e intanto gli offrivano una bracciata di rami fioriti di bianco.

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