Intervista a Fiorenzo Galli, direttore del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano si presenta come la metafora del percorso dell'innovazione tecnologica e della ricerca scientifica attraverso il tempo.

24/lug/2009 17.37.38 W.M. Bitage Contatta l'autore

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Abbiamo intervistato Fiorenzo Galli, direttore del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Perché l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica vanno “toccate con mano”, senza dimenticare il tradizionale patrimonio delle collezioni storiche.

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano si presenta come la metafora del percorso dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica attraverso il tempo. All’inizio, un ambiente che ricorda lo studio dell’alchimista in cui fanno bella mostra due coccodrilli imbalsamati, e via via fino agli insetti robot manovrati dall’esterno. Lungo il corridoio gli splendidi modelli delle macchine leonardesche. Un’atmosfera tra passato, presente e soprattutto futuro che è il migliore approccio alla “voglia” di conoscenza.
E proprio sulla divulgazione scientifica e sulla sperimentazione abbiamo posto le nostre domande a Fiorenzo Galli.

L’edizione 2009 di Ecsite, lo scorso mese di giugno, ha messo in risalto il ruolo fondamentale della divulgazione scientifica. Cosa c’è ancora da fare in Italia su questo argomento e indirizzandosi verso quali metodi di formazione?
La formazione non è forse la prima cosa, nell’ambito della divulgazione. È ovvio che deve esserci una base di studio, di conoscenza, di costante aggiornamento in chi fa questo mestiere. Ma poi i metodi sono relativi al fine: è certamente fondamentale fare divulgazione scientifica per aprire orizzonti nuovi a quanti più cittadini possibile. Noi come istituzione scientifico-tecnologica preferiamo la modalità del “toccare con mano”, hands on, attraverso la quale il visitatore, bambino, alunno o adulto, sperimenta, prova un’emozione. Solo alla fine comprende anche attraverso la sperimentazione. Insomma, vivere un’esperienza è fondamentale. Sperimentarla una sola volta può essere più utile di sentirla ripetere a voce anche cento volte.

La nostra testata tratta di economia, società, architettura e scienza sotto il profilo della sostenibilità. Come, secondo lei, questa chiave di lettura può essere utile per avvicinare ai Musei della Scienza i vari pubblici?
La chiave di lettura è senz’altro quella giusta. Il lavoro deve essere svolto in quella che definisco una “filiera circolare”. Le Istituzioni e tutti i soggetti, dai media alle associazioni di ogni categoria, devono contribuire a riscoprire i valori che rappresentano l’uomo in ogni tempo, pur nelle sue caratteristiche locali. Come? Collaborando tra loro e creando consenso per raggiungere questi fini, senza i quali non ha senso educare alla scienza, all’arte, alla giustizia e a ogni altro campo d’interesse. In tale riflessione il valore prioritario va all’investimento sulle eccellenze, quelle in grado di essere le avanguardie nella filiera di ricerca, sviluppo e innovazione, elemento di trascinamento di ogni organizzazione e, nello specifico, di tutte le risorse, anche umane, che le compongono.
 

 


Nella trasmissione dei saperi e dell’amore per la conoscenza, un ruolo determinante lo ha la scuola, nelle diverse fasce d’età. Secondo la sua esperienza, tra museo e scuola come si opera al momento e cosa potrebbe o dovrebbe cambiare?
Già migliorare gli strumenti che abbiamo a disposizione sarebbe un grande traguardo! Infatti, i musei come il nostro sono, per loro natura, luoghi in cui l’educazione informale trova la propria realizzazione ideale poiché sono in grado di coinvolgere attivamente il visitatore a livello fisico, cognitivo ed emotivo. Sanno stimolare un percorso personalizzato con grande attenzione allo sviluppo individuale e all’esperienza di ciascuno; usare il laboratorio e l’oggetto storico per affinare la propria “visione scientifica del mondo” attraverso l’osservazione, l’esplorazione e l’esperienza diretta; valorizzare le competenze dei visitatori, il dialogo, il confronto e la negoziazione; sanno infine stimolare la libertà di scelta nella costruzione personale del sapere del visitatore. È altrettanto ampiamente riconosciuto che l’integrazione tra educazione formale e informale offre alla scuola stimoli e metodologie utili ai processi di apprendimento, soprattutto per i temi della scienza e della tecnologia. In questo senso, il museo si colloca come una risorsa che affianca la scuola e incoraggia fortemente un’azione in partenariato che possa arricchire l’esperienza dei ragazzi e il lavoro degli insegnanti.

Spesso si ha notizia di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche che portano la firma di italiani valorizzati all’estero e poco in patria. Si ha la sensazione che nel nostro Paese le discipline scientifiche e tecniche siano meno gratificanti “culturalmente”. Come il suo museo può contribuire, nel contesto dei Musei della Scienza?
Come ho già sottolineato i musei tecnico-scientifici sono luoghi in cui l’educazione informale (il toccare con mano) trova una realizzazione ideale, l’esperienza vissuta dai giovani studenti è più che utile ad affinare la propria “visione scientifica del mondo”, valorizzare le competenze e soprattutto stimolare la libertà di scelta nella costruzione personale del sapere. Uno tra i più importanti scienziati italiani ricorda: “Non potrò mai dimenticare la visita che feci al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia nel lontano 1958. Tale visita doveva poi condizionare molte delle mie scelte di vita… Una gita indimenticabile e una sensazione indelebile di quanto può essere bella la scienza soprattutto se resa concreta e tangibile” (Edoardo Boncinelli*, 2003).
Tale aspetto trae grande efficacia anche dalle visite che i giovani compiono con le loro famiglie, dove poi si consolidano le scelte nei percorsi di studio e in quelli professionali.

Secondo una ricerca europea (fonte Formaper) le associazioni ambientaliste sono state raggiunte come “fonti di credibilità” degli scienziati, che sono saliti del 6% nella considerazione. Che importanza hanno nella sua esperienza le associazioni che operano per la divulgazione scientifica nel contesto dei Musei della Scienza?
Noi collaboriamo tutte le volte che serve con diverse associazioni. È fondamentale ascoltare l’opinione di tutti, verificandone l’attendibilità, il rigore, la serietà. Nel realizzare alcune nuove aree con tematiche legate all’ambiente ci siamo consultati, per esempio, con i migliori rappresentanti delle associazioni del settore.

Come diffondere attività e dati con continuità? A volte si ha l’impressione che le notizie scientifiche inseguano un certo sensazionalismo che può solo deludere aspettative irrealistiche, mentre quello che si fa davvero basterebbe e avanzerebbe per fidelizzare, entusiasmare e soprattutto educare il pubblico. Condivide?
Purtroppo più di qualche volta la necessità di dover fare un titolo a effetto prevale sull’effettiva verità delle cose. Tanto più se notizie scientifiche vengono trattate da chi magari non è un esperto. Ma anche in questo caso l’aspetto positivo da sottolineare è che dobbiamo dare importanza, sempre di più, alla scienza e alla comunicazione della scienza. L’umanità non può vivere senza di essa e più se ne parla più c’è possibilità di comprenderla, o quantomeno di incuriosirsi e approfondirne la conoscenza e la comprensione sotto varie forme.

Chiudo con una domanda “pesante” e una “leggera”. Quella pesante: come trovare risorse finanziarie private e soprattutto pubbliche? Si ha la sensazione che manchi la cultura dell’investimento sulla scienza. Quella leggera: circolano ipotesi sul nome da dare ai futuri “science centre”. Ha preferenze o è favorevole a un referendum tra i visitatori?
Alla domanda “pesante” rispondo che le difficoltà sono enormi. Dal 2000 a oggi il Museo che dirigo è passato da un bilancio di circa 4,3 milioni di euro a uno di 12,2 milioni di euro. Il contributo pubblico è rimasto praticamente lo stesso (circa 2,5 milioni di euro). Siamo stati capaci – e costretti per sopravvivere e soprattutto migliorare – di fare una decisa azione di benchmarking e di sviluppo di partnership con aziende e istituzioni.
Ora la risposta a quella “leggera”: un referendum tra i visitatori mi sembra un’idea interessante, da fare, sia in Italia, sia in tutti i musei scientifici-tecnologici e science centre quantomeno europei o comunque aderenti a Ecsite, che sono oltre 400.
Certamente stiamo andando verso un’integrazione tra il concetto di museo scientifico-tecnologico e science centre. E stiamo discutendo intorno al termine “museum centre” che sembra unire entrambe le anime, quella più tradizionale fatta principalmente di oggetti e collezioni storiche e quella più interattiva con laboratori e attività hands on. Al di là dei nomi, però, è fondamentale avviare e/o proseguire questa integrazione fondamentale di cui in Italia noi, per esempio, siamo un’evidenza.

*Biologo molecolare - Membro dell'Accademia Europea e dell'EMBO, l'Organizzazione Europea per la Biologia Molecolare, ed è stato Presidente della Società Italiana di Biofisica e Biologia Molecolare.

di Antonella Cicalò

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