CROCIFISSO: ESPOSTO CONTRO OSPEDALE DI JESI

È quanto si legge nel dettagliato esposto che lo scrittore Ennio Montesi ha presentato il 21.10.2010 alla Procura della Repubblica di Ancona, al Tribunale dei diritti del Malato e al presidente Giorgio Napolitano, contro l'Ospedale di Jesi, in viale della Vittoria, facente parte della Azienda Sanitaria Unica Regionale n. 5.

Allegati

25/ott/2010 16.42.38 axteismo Contatta l'autore

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Ennio Montesi presenta esposto alla Procura della Repubblica,

al Tribunale dei diritti del Malato e a Giorgio Napolitano per ipotesi di reato della Asur 5

 

JESI (Ancona) – «Sottolineo che non esiste alcuna legge dello Stato Italiano che induca la direzione di un ospedale pubblico ad obbligare l’imposizione del “crocifisso” ad un paziente-cittadino ricoverato in ospedale durante la propria degenza». È quanto si legge nel dettagliato esposto che lo scrittore Ennio Montesi ha presentato il 21.10.2010 alla Procura della Repubblica di Ancona, al Tribunale dei diritti del Malato e al presidente Giorgio Napolitano, contro l’Ospedale di Jesi, in viale della Vittoria, facente parte della Azienda Sanitaria Unica Regionale n. 5. I fatti. Il 16.09.2010 Montesi venne ricoverato presso il reparto di chirurgia generale per un delicato intervento chirurgico e richiese sia verbalmente sia con istanze scritte alla direzione di presidio ospedaliero che venisse rimosso il simbolo del “crocifisso” dalla camera assegnatagli. La direzione ospedaliera comunicò a Montesi che in nessun caso il “crocifisso” sarebbe stato rimosso. «Per tutta la durata della degenza» si legge nel documento di Montesi «ho dovuto subire l’imposizione forzata del simbolo religioso del “crocifisso” che non mi rappresenta, che offende la mia libertà di pensiero e che in ogni istante mi ricorda che la nostra Sovranità nazionale è limitata per essere stata parzialmente ceduta alla setta denominata “Chiesa cattolica” e allo Stato straniero del Vaticano dei quali non sono suddito essendo io sbattezzato. Lo sbattezzo ai sensi dell’art.7 del D.L. n. 196/2003 conferisce la cancellazione dalla “Chiesa cattolica”. Poiché vivo in un Paese che si dichiara Laico, poiché ritengo di aver subito una ingiustificata discriminazione religiosa, poiché ritengo che gli atti posti in essere e descritti integrino estremi di reato, poiché ritengo che vi sia stata la violazione dell’art. 3 della L.654/1975, chiedo alle alte Cariche e Autorità di adottare tutti i provvedimenti ritenuti opportuni a tutela dei miei diritti e nel contempo chiedo che siano puniti i responsabili della discriminazione religiosa posta in essere contro di me». Il contenuto dell’esposto fa riferimento agli articoli n. 3 e n.19 della Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo n. 9 della Carta Internazionale per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, recepita dall’Italia nel 1955, e riferimenti alle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo del 3/11/2009 (caso Lautsi Soile contro Italia) e alla sentenza del 21/2/2008 (Alexandridis contro Grecia). La decisione spetta ora alla Procura della Repubblica e al Tribunale dei diritti del Malato.

 

Si invita alla massima pubblicazione e diffusione

 

Esposto completo allegato di seguito:

 

Esposto di mancata rimozione del “crocifisso”

da camera Ospedale pubblico di Jesi Asur 5.

 

Al Presidente della Repubblica

Giorgio Napolitano

Palazzo del Quirinale

00187  Roma

 

Alla Procura della Repubblica

Presso Tribunale di Ancona

Corso Mazzini 95

60121  Ancona

 

Al Tribunale dei diritti del Malato

c/o Cesare Pozzo società mutuo soccorso

Via Marconi 227

60125  Ancona

 

Io sottoscritto Ennio Montesi, cittadino italiano, (…), espongo quanto segue.

Il giorno giovedì 16/09/2010 sono stato ricoverato presso il reparto di chirurgia generale dell’Ospedale di Jesi (Ancona), in viale della Vittoria, facente parte della Azienda Sanitaria Unica Regionale n. 5.

Ho ripetutamente chiesto ad un infermiere e alla capo sala di rimuovere il “crocifisso” , addobbato nella camera n. 17 assegnatami, ma la mia richiesta non ha sortito alcun esito.

Preso atto del diniego verbale  ho richiesto formalmente la rimozione del simbolo religioso del “crocifisso” con istanza consegnata a mani della capo sala sig.ra Armanda Cerioni, mentre altra copia è stata consegnata alla dr.ssa Virginia Fedele della Direzione sanitaria del predetto presidio ospedaliero di Jesi.

Non avendo ricevuto alcuna risposta  in data 17/09/2010 ho reiterato la mia richiesta con istanza consegnata a mani di tale dott.ssa Lombardi della Direzione sanitaria.

Neanche questa istanza è stata presa in considerazione e per tutta la durata della degenza ho dovuto subire l’imposizione forzata del simbolo religioso del “crocifisso” che non mi rappresenta, che offende la mia libertà di pensiero e che in ogni istante mi ricorda che la nostra Sovranità nazionale è limitata per essere stata parzialmente ceduta alla setta denominata “Chiesa cattolica” e allo Stato straniero del Vaticano dei quali non sono suddito essendo io sbattezzato. Lo sbattezzo ai sensi dell’art.7 del D.L. n. 196/2003 conferisce la cancellazione dalla “Chiesa cattolica”.

Nel pomeriggio del 17/09/2010 – e poco prima del mio intervento chirurgico – la dott.ssa Fedele si è presentata nella mia stanza e mi ha comunicato verbalmente che in nessun caso il “crocifisso” sarebbe stato rimosso.

Ho replicato alla dott.ssa Fedele che si stava consumando nei miei confronti una discriminazione religiosa che, al pari del razzismo, è considerato grave reato penale. Le ho fatto inoltre notare che la mia lettera per la richiesta di rimozione del “crocifisso” faceva riferimento agli importanti articoli n. 3 e n.19 della Costituzione della Repubblica Italiana, faceva riferimento all’articolo n. 9 della Carta Internazionale per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, recepita dall’Italia nel 1955, e inoltre faceva riferimento alla sentenza della Corte Europea di Strasburgo del 3/11/2009 (caso Lautsi Soile contro Italia) e alla sentenza del 21/2/2008 (Alexandridis contro Grecia) sempre del C.E.D.U.

Ho aggiunto che nessuno poteva obbligarmi a subire un simbolo religioso in un luogo pubblico dal quale non potevo scegliere di andare via, in un luogo pubblico nel quale mi trovavo in stato di debilitazione fisica e morale perché ero in procinto di subire un delicato intervento chirurgico, che in quel contesto la mia libertà di pensiero avrebbe potuto trovare conforto solo nella assenza di simboli religiosi e che nelle strutture pubbliche questo diritto doveva essermi garantito.

Non solo non è stato tutelato il mio diritto al libero pensiero ma non è stato tutelato nemmeno il mio diritto alla salute considerando che la dott.ssa Fedele, accompagnata dalla infermiera Cerioni, non ha minimamente tenuto in considerazione che nel momento in cui mi ha comunicato il diniego alla mia richiesta, mi ha procurato uno stato di angoscia, di stress e di indignazione come poche volte mi è capitato di provare nel corso della mia esistenza.

Tutto questo è accaduto tra i miei prelievi del sangue e dell’urina, tra i vari controlli della mia pressione e temperatura corporea, visite mediche, inserimento dell’ago nel polso pronto per l’entrata in vena dei farmaci liquidi, fasi indispensabili prima della mia anestesia totale ed ingresso in sala operatoria.

Il disagio e lo stress si sono ulteriormente aggravati quando, dopo essermi allontanato dal mio letto d’ospedale per svolgere alcuni esami clinici, al mio ritorno ho trovato sul comodino materiale cartaceo con orari di rituali cattolici, icone cattoliche di “madonne” con bambolotto in mano, di “santi” e di “martiri” e una filastrocca cattolica farneticante denominata “preghiera del malato” e altro materiale idoneo al proselitismo e all’indottrinamento cattolico.

Allo sdegno per il simbolo del “crocifisso” imposto con arroganza e violenza alla mia visuale, si aggiungeva lo sdegno per la indebita ingerenza pubblicitaria della setta della “Chiesa cattolica” che la direzione sanitaria consentiva nel disprezzo totale del libero pensiero.

Di fatto  al mio ritorno dalla sala operatoria mentre ero dolorante, stordito, ancora sotto l’effetto dell’anestetico e con nel mio corpo attaccati il tubo della flebo e il tubo della  sacca in plastica di spurgo del sangue e di altri liquidi organici, ho notato con angoscia e notevole ripugnanza che il simbolo di morte, qual è il  “crocifisso”,  impostomi con prevaricazione e in spregio dei diritti fondamentali ed inviolabili del cittadino, era ancora attaccato al muro della mia camera, a beffa e a dispetto delle mie repentine e ripetute richieste, ma soprattutto a dispetto delle leggi dello Stato Italiano, a beffa di sentenze di altissimo livello, a dispetto delle Carte costituzionali.

Sottolineo che non esiste alcuna legge dello Stato Italiano che induca la direzione di un ospedale pubblico ad obbligare l’imposizione del “crocifisso” ad un paziente-cittadino ricoverato in ospedale durante la propria degenza.

Poiché vivo in un Paese che si dichiara Laico, poiché ritengo di aver subito una ingiustificata discriminazione religiosa, poiché ritengo che gli atti posti in essere e sopra descritti integrino estremi di reato, poiché ritengo che vi sia stata la violazione dell’art. 3 della L.654/1975, chiedo alle alte Cariche e Autorità in indirizzo di adottare tutti i provvedimenti ritenuti opportuni a tutela dei miei diritti e nel contempo chiedo che siano puniti i responsabili della discriminazione religiosa posta in essere contro di me.

Allego copia del documento manoscritto consegnato alla Direzione dell’Ospedale di Jesi.

Chiedo di essere informato in caso di archiviazione.

Con alta considerazione.

21 Ottobre 2010

 

Ennio Montesi

 

 

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