ARTRITE REUMATOIDE: LA QUALITÀ DI VITA PEGGIORA PER 9 PAZIENTI SU 10

01/feb/2012 09.51.35 Francy Antonioli Contatta l'autore

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Per il 93% dei pazienti colpiti da artrite reumatoide la malattia incide sulla qualità di vita e per l’85% sulla capacità di compiere i più semplici gesti quotidiani, come aprire una bottiglia, svolgere attività domestiche, salire le scale, vestirsi o lavarsi. Con pesanti ripercussioni, visto che perdita di autonomia, peggioramento dei sintomi e necessità di sostegno da parte di una persona sono le più temute tra le possibili conseguenze della patologia. I dati emergono da un sondaggio nazionale condotto on line e distribuito in versione cartacea a 16 centri di cura della Penisola. Sono state elaborate 533 risposte (293 via internet e 240 provenienti dalle strutture). L’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR) ha contribuito in maniera decisiva al successo dell’iniziativa, realizzata grazie al supporto di Bristol-Myers Squibb. L’artrite reumatoide inizialmente si caratterizza per il dolore alle articolazioni e, progredendo, tende a diventare invalidante. Per l’84% dei pazienti influisce sull’attività lavorativa e il 23% perde più di 3 giorni lavorativi al mese quando la malattia è fuori controllo. Ma oggi sono disponibili terapie in grado di alleviare i sintomi e di arrestare la progressione del danno alle articolazioni. In particolare, i farmaci biologici possono modificare radicalmente la qualità di vita, in quanto, con il loro uso precoce, oggi è possibile ottenere la remissione della malattia: “normalizzano” il processo infiammatorio e la tengono sotto controllo nel tempo. I pazienti vogliono riguadagnare la normalità persa e oggi lo possono fare, aiutando il medico nel monitoraggio intensivo, fondamentale per raggiungere l’obiettivo di un miglioramento progressivo con un effetto duraturo. Attraverso la compilazione di una semplice scheda durante le visite di controllo, i pazienti sono in grado di misurare autonomamente i miglioramenti nel tempo dei piccoli gesti quotidiani determinati dalla terapia. Il monitoraggio costante favorisce infatti la riduzione della “disabilità” e il ritorno ad una vita di relazione normale. Con l’ulteriore vantaggio che i pazienti si sentono “protagonisti” nel controllare l’evoluzione della patologia.

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