“Italian sounding”: negli Usa tre prodotti su quattro vengono spacciati per italiani, ma sono solo imitazioni. E le nostre aziende pagano un conto salato: oltre 4 miliardi di euro

26/feb/2010 10.40.53 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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“Italian sounding”: negli Usa tre prodotti su quattro vengono
spacciati per italiani, ma sono solo imitazioni. E le nostre
aziende pagano un conto salato: oltre 4 miliardi di euro
 
Il fenomeno dell’imitazione evocativa dei prodotti italiani -afferma la Cia- non si riscontra soltanto sul mercato statunitense. E’ abbastanza sviluppato anche in Canada, Messico, Francia, Germania, Olanda, e Gran Bretagna. I più copiati: sughi per pasta conserve sott'olio e sotto aceto, pomodori in scatola, spaghetti, formaggi.
 
“Italian sounding”: è il fenomeno di contraffazione imitativa dei prodotti che di italiano hanno soltanto il nome. Vale a dire quei cibi e quelle bevande che, grazie a una normativa internazionale quantomeno lacunosa, vengono prodotti e venduti utilizzando in maniera impropria parole, immagini, marchi e ricette che si richiamano all'Italia. Non hanno, però, nulla a che fare con la nostra agricoltura e con la nostra cucina. Non solo, quindi, una falsa garanzia per i consumatori stranieri, ma soprattutto un danno colossale per le aziende del nostro Paese. E ciò avviene soprattutto negli Stati Uniti, dove tre prodotti su quattro vengono spacciati per italiani, ma sono unicamente delle semplici imitazioni e le nostre imprese agroalimentari pagano un conto salato: oltre 4 miliardi di euro. E’ questo uno dei problemi che incontra il “made in Italy” che è stato messo in evidenza durante la V Assemblea elettiva nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori in corso a Roma, presso il Palazzo dei Congressi.
I mercati di riferimento dell' ”italian sounding” -è stato sottolineato- sono soprattutto quelli occidentali. Gli Stati Uniti, appunto, il Messico e il Canada valgono insieme quasi la metà delle vendite complessive, mentre un altro 39 per cento è in Europa: in Francia i prodotti pseudo italiani sono il doppio degli originali, in Germania e Olanda quasi il triplo. Va un po’ meglio in Gran Bretagna, dove i rapporti di forza sono paritari.
Le cifre riguardanti il fenomeno possono essere definite sconcertanti, soprattutto se si prende in considerazione il mercato del Nord America: il 97 per cento dei sughi per pasta “italian sounding” sono pure e semplici imitazioni; Il 94 per cento delle conserve sott'olio e sotto aceto “italian sounding” è falso e altrettanto falso è il 76 per cento dei pomodori in scatola “italian sounding”. Solo il 15 per cento dei formaggi “italian sounding” è autentico.
E così all’estero possiamo trovare di tutto e di più, all’insegna del falso italiano, dell’imitazione evocativa dei prodotti italiani. Spaghetti di grano tenero venduti come cento per cento “made in Italy” sugli scaffali dei supermercati statunitensi, canadesi e inglesi, ma sono prodotti; pomodori, con l’etichetta “Napoli” e “Campania”, inscatolati in Cina o in qualche paese del Nord Africa; salse dai sapori improponibili, pizze napoletane (oggi protette dal marchio Igp-Indicazione geografica protetta), che hanno tutto meno che le caratteristiche del prodotto emblema della nostra immagine all’estero.
Non basta. Ai ristoranti troviamo un piatto di penne all'amatriciana, con pasta e sugo (un'improbabile miscela di bacon, pomodoro e cipolle) che arrivano dal Wisconsin, formaggi come il parmigiano, la fontina e il gorgonzola, provenienti da chi sa quale paese, o Mortadella tipo Bologna, o un Chianti prodotto in Cile.
La diffusione sul mercato globale di imitazioni di bassa qualità oltre a colpire direttamente gli imprenditori nazionali, ai quali vengono tolti spazi di mercato, danneggia gravemente l'immagine del “made in Italy”, sia sui mercati tradizionali che su quelli emergenti come la Cina dove le falsificazioni sono arrivate prima dei prodotti autentici.
 
 
 
 
 
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