Agroalimentare e moda "made in Italy" sotto l'assedio delle contraffazioni: tra falsi e tarocchi una "rapina" da 80 miliardi di euro

Agroalimentare e moda "made in Italy" sotto l'assedio delle contraffazioni: tra falsi e tarocchi una "rapina" da 80 miliardi di euro Agroalimentare e moda "made in Italy" sotto l'assedio delle contraffazioni: tra falsi e tarocchi una "rapina" da 80 miliardi di euro La Cia, in occasione della presentazione di "Moda Movie-Taste for fashion", un connubio con il mondo agricolo che nasce per valorizzare i giovani stilisti talentuosi, gli alimenti di qualità e un modello del mangiare sano e genuino, sottolinea che a livello internazionale i due settori sono i più "clonati" e nel mirino dei "pirati".

24/mag/2010 11.19.35 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Agroalimentare e moda “made in Italy” sotto l’assedio delle contraffazioni: tra falsi e tarocchi una “rapina” da 80 miliardi di euro
 
La Cia, in occasione della presentazione di “Moda Movie-Taste for fashion”, un connubio con il mondo agricolo che nasce per valorizzare i giovani stilisti talentuosi, gli alimenti di qualità e un modello del mangiare sano e genuino, sottolinea che a livello internazionale i due settori sono i più “clonati” e nel mirino dei “pirati”. Pesanti i danni per le nostre imprese e per l’immagine dell’Italia nel mondo. L’industria del falso, cresciuta negli ultimi dieci anni del 1850 per cento, ha un fatturato che si avvicina ai 700 miliardi di euro. La produzione mondiale di contraffazioni proviene per il 70 per cento dal Sud-Est asiatico (soprattutto Cina).
 
Ormai è un “business” da 80 miliardi di euro l’anno. A tanto ammonta il fatturato che l’industria del falso produce con l’agroalimentare e moda “made in Italy”, i due principali settori che a livello internazionale sono da tempo entrati nel mirino dei “pirati” e risultano i più clonati nel mondo. Parlare di “rapina”, di “scippo”, di assalto indiscriminato e senza tregua non è affatto azzardato. Siamo di fronte ad un vero e proprio accerchiamento. E’ un continuo di imitazioni, contraffazioni, “falsi” e “tarocchi” che provoca ogni anno pesanti danni alle nostre imprese e nello stesso tempo incrinano di molto la stessa immagine dell’Italia all’estero. E’ quanto evidenziato oggi a Roma dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori in occasione della conferenza stampa di presentazione di “Moda Movie-Taste for fashion”, un connubio con il mondo agricolo che nasce per valorizzare i giovani stilisti talentuosi, gli alimenti di qualità e un modello del mangiare sano e genuino.
Agroalimentare e moda tricolore, che genera un fatturato complessivo di oltre 220 miliardi di euro, hanno proprio nell’export sui mercati mondiali uno sbocco di grande rilevanza economica. Siamo in presenza di una cifra considerevole: oltre 60 miliardi di euro. Un dato che viene superato abbondantemente dall’industria del falso, un’economia parallela e senza regole se non quella di clonare alla perfezione gli originali.
Nel mondo -è stato evidenziato dalla Cia- il fenomeno della contraffazione e della pirateria ha superato il 7 per cento della merce scambiata. Il tutto per un valore che si avvicina ai 700 miliardi di euro. Fenomeno che negli ultimi dieci anni è aumentato del 1850 per cento.
La produzione mondiale di contraffazioni proviene per il 70 per cento dal Sud-Est asiatico (soprattutto Cina, ma anche Thailandia, Taiwan, Hong Kong e Corea) e la relativa destinazione interessa per il 60 per cento l’Unione europea.
Per quanto concerne l’Italia, l’industria della contraffazione è diffusa in tutto il territorio nazionale, con punte particolarmente elevate in Campania (soprattutto abbigliamento e beni di largo consumo), Toscana, Lazio e Marche (pelletteria) Un mercato del falso -sostiene la Cia- che genera attualmente un giro d’affari superiore agli 8 miliardi di euro, con acquisti che hanno toccato quota 120 milioni. Il settore in assoluto più colpito è quello della moda (che da solo concentra il 60 per cento degli affari) nel quale si riesce a griffare -con falsi evidenti- di tutto; segue quelli alimentare, della cosmesi, dell’elettronica, dei medicinali e dei giocattoli.
Il nostro Paese risulta, inoltre, il primo produttore di beni contraffatti a livello europeo e il terzo a livello mondiale. Quasi il 10 per cento degli italiani, nell’ultimo anno, ha acquistato prodotti falsi e taroccati. E così l'industria della contraffazione vale, in termini di produzione sommersa, il 25 per cento del Pil e sottrae tantissimi lavoratori al mercato regolare.
La contraffazione provoca un danno economico per l’impresa legale che può essere misurato dalle mancate vendite, perdita di immagine e di credibilità del marchio, spese legali per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, riduzione della redditività degli investimenti in ricerca, innovazione e marketing.
I prodotti contraffatti e pirata sono fabbricati solitamente nel più completo disprezzo delle norme a tutela della salute e sicurezza, mettendo in questo modo in pericolo il consumatore. La contraffazione determina un inganno ai danni dei consumatori in quanto viene svilita la funzione tipica del marchio che è quella di garantire un segno di riconoscibilità attraverso il quale l’acquirente misura caratteristiche e qualità del prodotto.
Le imprese, sia piccole che grandi, della moda subiscono l’effetto della frode legata alla contraffazione in due sensi. Quella tipica del prodotto contraffatto e quella, molto più lesiva, legata all’etichettatura erronea, o falsata, del “made in Italy, prodotti, cioè, che non hanno diritto al marchio ma che vengono comunque etichettate Made in Italy, impossessandosi indebitamente di quel valore aggiunto proprio della filiera italiana. In questo modo si ha una concorrenza sleale che si abbatte sul Sistema Moda, che rappresenta il 10-25 per cento del valore aggiunto incorporato nelle esportazioni
Particolarmente pesante è Il fenomeno dell’agropirateria, che genera un volume d’affari pari a poco meno della metà dell’intero valore della produzione agroalimentare “made in Italy” e provoca un danno da circa 3 miliardi alla nostra produzione agricola. Sta assumendo -evidenzia la Cia- dimensioni sempre più preoccupanti. Ormai non c’è più da stupirsi nel ritrovare, anche attraverso Internet, il Prosciutto di Parma, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano prodotti in Argentina, in Australia o, addirittura, in Cina.
E gli “agropirati” si camuffano dietro le sigle più strane e singolari. Si va dal Parmesao (Brasile) al Regianito (Argentina), al Parma Ham (Usa), al Daniele Prosciutto & company (Usa), dall’Asiago del Wisconsin (Usa) alla Mozzarella Company di Dallas (Usa), dalla Tinboonzola (Australia) alla Cambozola (Germania, Austria e Belgio), al Danish Grana (Usa).
Insomma, l’Italia è la più colpita dalla contraffazione, dall’agropirateria, dai “falsi d’autore” dell’alimentazione. Nel nostro Paese -sostiene la Cia- si realizza più del 21 per cento dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e gli oltre 4000 prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale. Una lunghissima lista di prodotti che ogni giorno, però, rischia il “taroccamento”.
La situazione è, quindi, di estrema gravità: ci troviamo -afferma la Cia- davanti ad un immenso supermarket del “falso”, dell’”agro-scorretto”, del “bidone alimentare”. Il più “copiato” tra i prodotti Dop e Igp è il Parmigiano Reggiano. Ad esso appartiene il primato delle imitazioni. Il suo “tarocco” lo troviamo in Argentina, in Brasile, in Giappone, ma anche in Germania e nel Regno Unito. Seguono il Prosciutto di Parma e quello di San Daniele, il Grana Padano, la Mozzarella di bufala e l’Asiago. Una forte crescita di “falsi” si sta registrando in questi ultimi tempi anche per il Gorgonzola. E così lo troviamo sotto il nome di Tinboonzola e di Cambozola.
A ciò -è stato rimarcato dalla Cia- c’è da aggiungere l’“Italian sounding”, il fenomeno di contraffazione imitativa dei prodotti che di italiano hanno soltanto il nome. Vale a dire quei cibi e quelle bevande che, grazie a una normativa internazionale quantomeno lacunosa, vengono prodotti e venduti utilizzando in maniera impropria parole, immagini, marchi e ricette che si richiamano all'Italia. Non hanno, però, nulla a che fare con la nostra agricoltura e con la nostra cucina. Non solo, quindi, una falsa garanzia per i consumatori stranieri, ma soprattutto un danno colossale per le aziende del nostro Paese. E ciò avviene soprattutto negli Stati Uniti, dove tre prodotti su quattro vengono spacciati per italiani, ma sono unicamente delle semplici imitazioni e le nostre imprese agroalimentari pagano un conto salato: oltre 4 miliardi di euro.
I mercati di riferimento dell'”italian sounding” -è stato sottolineato dalla Cia- sono soprattutto quelli occidentali. Gli Stati Uniti, appunto, il Messico e il Canada valgono insieme quasi la metà delle vendite complessive, mentre un altro 39 per cento è in Europa: in Francia i prodotti pseudo italiani sono il doppio degli originali, in Germania e Olanda quasi il triplo. Va un po’ meglio in Gran Bretagna, dove i rapporti di forza sono paritari.
 
 
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