ORICOLA: ALLARME AMIANTO ALLA VECCHIA FORNACE

24/gen/2011 15.08.39 Virgilio E. Conti Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

Fonte: Abruzzo web il portale d'Abruzzo - www.abruzzoweb.it

Articolo originale: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/oricola-allarme-amianto-alla-vecchia-fornace-la-politica-deve-bonificare-larea/17186-4/

LETTERA DI UN LETTORE, GLI ENTI SI SOSTITUISCANO AI PROPRIETARI
PER SALVARE LA SALUTE IN ATTESA CHE LA GIUSTIZIA FACCIA IL SUO CORSO

ORICOLA: ALLARME AMIANTO ALLA VECCHIA FORNACE


La fornace Corvaia, un ricettacolo di pericoloso amianto

L’AQUILA - La politica deve forzare la mano e risolvere la terribile l'emergenza amianto della vecchia fornace Cervaia nel Comune di Oricola in attesa che la giustizia faccia il suo corso con i responsabili del caso.

A lanciare l'appello è un lettore di AbruzzoWeb, Virgilio Conti, che in una lunga lettera spedita in redazione riepiloga il caso di cui si sta occupando ormai da sette anni e rilancia per salvaguardare la salute pubblica dell'area.

La fornace è un enorme capannone di 10 mila metri quadrati, dismesso vent'anni fa, e divenuto ricettacolo di amianto e sostanze nocive alla salute. Il Comune marsicano ha tentato più volte con ordinanze sindacali di imporre la bonifica dell'area, ma senza successo.

La proprietà è stata condannata e multata in primo grado, ma ora c'è l'appello cui potrebbe verosimilmente seguire il ricorso in cassazione, e quindi si preannunciano i soliti tempi lunghi per arrivare a un giudizio definitivo.

Di qui l'appello di Conti: nel frattempo il Comune, la Provincia dell'Aquila e la Regione debbono sostituirsi, è una loro prerogativa, ai proprietari inadempienti e bonificare l'area. Ne va della salute pubblica e, sottolinea acutamente il lettore, anche del consenso elettorale.

IL TESTO DELLA LETTERA

La vecchia fornace Corvaia, in località Golfarolo, Comune di Oricola in provincia dell’Aquila, è un capannone di 10 mila metri quadrati che non sforna più da lungo tempo cotti e laterizi.

Più di vent’anni fa, infatti, questo stabilimento fu dismesso, abbandonato, e da officina di mattoni divenne, a causa dello sconquasso delle sue strutture, una “fabbrica” d’amianto.

Era il 2004 quando vidi per la prima volta il minaccioso e fatiscente capannone. Non sapevo del pericolo dell’amianto; ciononostante, la vista di quella decrepita struttura suscitò subito in me una naturale repulsione per il solo fatto che deturpava il verde paesaggio marsicano e il villaggio residenziale adiacente.

Alla mia richiesta di cosa fosse quella bruttura qualcuno mi rispose “Sta lì da parecchi anni... È un relitto, dovrebbe essere demolito. Pare vi sia un contenzioso tra proprietario e Comune”. Allora, mi dissi, prima o poi lo toglieranno, se poi c’è di mezzo il Comune: io ho fiducia nelle istituzioni.

Solo più tardi seppi dell’amianto e delle varie proteste dei residenti che da tempo ne chiedevano la rimozione.

Beh pensai, il Comune è stato allertato e prima o poi provvederà; la cosa cominciò a inquietarmi, ma sentivo anche dire “stavolta ci siamo, pare che il capannone sia stato messo in vendita, qualcuno si farà carico dello smantellamento di quel fabbricato diroccato e di quel tetto che sta per crollare”.

La preoccupazione aumentò dal momento in cui appresi di malattie alle vie respiratorie tra gli abitanti della zona. Certo, forse nulla correlava univocamente quelle affezioni con l’amianto, però erano state presentate circostanziate denunce all’unità sanitaria locale e alla procura della Repubblica.

Venni poi fortuitamente in possesso della copia cartacea di un’ordinanza sindacale, la quale mi dette modo di approfondire l’argomento.

Nell’ordinanza si evidenziavano rischi e pericoli certificati da Asl e Arta (Agenzia per l’ambiente della Regione Abruzzo), si individuavano precise responsabilità, si ordinavano interventi di bonifica e misure di sicurezza; insomma, debbo dire, un documento ben fatto e articolato con citazioni di decreti legge, normative in materia di sostanze nocive, tempi limite di attuazione e via dicendo.

Da questo documento inoltre si evinceva che lo stato di inquinamento era grave e allarmante e che la fornace dismessa era stata a suo tempo permeata da calore e fuoco, un posto cioè in cui l’amianto, proprio per le sue peculiarità, era servito non solo per le coperture dei tetti, ma anche per preservare dalle alte temperature le strutture, le pareti, i rivestimenti, le aree di cottura dei manufatti, eccetera.

Ebbene, mi dicevo, il documento che ho sottomano è un atto pubblico e il Comune dovrà, in un modo o nell’altro, farlo rispettare, magari con l’intervento della forza pubblica o, alle brutte, sostituendosi alla parte inadempiente per poi rivalersi successivamente sulla stessa, il tutto perché il sindaco, in quanto ufficiale del governo, ha il dovere di tutelare la salute pubblica dei cittadini, e mi dissi ancora io ho fiducia nelle istituzioni.

Ai trenta giorni stabiliti dall’ordinanza sindacale, come tempo limite d’intervento, si aggiunsero altri mesi di vana attesa. Va detto che furono emesse più ordinanze sindacali, tutte appropriate e perentorie, tutte esaustive e precise, tutte disattese.

Mi decisi allora a inoltrare formali richieste d’intervento alle autorità amministrative (Comune, Provincia, Regione, prefettura, ministeri, procura, eccetera) e a quelle di forza pubblica (carabinieri, guardia di finanza, corpo Forestale dello Stato), informando altresì associazioni ambientaliste, movimenti politici, esperti di ambiente e sanità, giornalisti. Insomma, mi rivolsi agli “enti preposti” perché io ho fiducia nelle istituzioni.

Tra i primi consensi e interventi debbo registrare quelli di Protezione civile di Roma, prefettura dell’Aquila, nucleo operativo ecologico (Noe) dei carabinieri di Pescara, guardia di finanza di Avezzano, procura generale presso il Tribunale di Avezzano, i quali determinarono o contribuirono al conseguimento dei primi risultati: il sequestro penale del sito, la denuncia della proprietà per reati ambientali e, penalmente, per non aver ottemperato agli obblighi di legge, la recinzione in rete metallica della struttura pericolante.

Era l’anno 2008 e questi provvedimenti, va riconosciuto, costituivano, dopo tanti anni di inerzia, una concreta risposta delle istituzioni e perciò meritavano apprezzamento e plauso, pur non soddisfacendo appieno né le istanze manifestate né le disposizioni di legge.

A ottobre 2008 inizia il processo, il Comune di Oricola si costituisce parte civile; a settembre 2009 viene emessa una sentenza di condanna nei confronti della proprietà: un anno e due mesi di reclusione per inquinamento ambientale, un multa di 7 mila euro, il risarcimento di 23 mila euro delle spese di recinzione sostenute dal Comune, la rimozione dei materiali pericolosi e la bonifica dell’area.

Sembrava fatta! Invece un anno dopo, è dicembre 2010, ancora tutto tace: nessuno sgombero dell’amianto, nessuna bonifica del territorio, nessuna messa in sicurezza, niente di niente, ancora lo stallo e il silenzio.

Insisto con le istituzioni e apprendo finalmente, ma con tanta fatica, che la parte condannata è ricorsa in appello e che il procedimento penale è passato dal Tribunale di Avezzano alla Corte d’Appello dell’Aquila.

Ora, considerando che il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio e che i procedimenti giudiziari non possono sempre definirsi celeri, si debbono verosimilmente temere tempi lunghi, ulteriori proroghe e rinvii.

Gennaio 2011; gli appelli incassano sempre i moniti e le esortazioni delle istituzioni, quelle che hanno il garbo di rispondere, e suscitano ancora la solidarietà di molti giornalisti, esperti sanitario/ambientali e politici. 

Io ringrazio quanti hanno fatto e stanno facendo, ma lo scenario di stasi e dilatazione dei tempi di attesa che si profila è francamente inaccettabile da parte di chi vive questa infinita emergenza amianto; si ritiene insomma che, indipendentemente dai passaggi giudiziari, si debba intervenire con somma urgenza per la protezione della persona umana e dell’ambiente.

E tuttavia, nonostante tempi biblici e scarsi risultati, io confido nella possibilità di portare presto a buon compimento questa storia di malambiente e ciò rafforza vieppiù il mio già dichiarato convincimento; ribadisco, io ho fiducia nelle Istituzioni.

E l’estremo atto di una fiducia che talvolta vacilla, ma non crolla, sta nell’appello e nel sollecito rivolti a tutte le istituzioni, particolarmente al Comune di Oricola, alla Provincia dell’Aquila e alla Regione Abruzzo, perché orientino la soluzione di questo caso verso l’unica praticabile e cioè quella che passa per l’esercizio dei poteri sostitutivi da parte della pubblica amministrazione, come previsto dalle ordinanze sindacali, dalle leggi vigenti (decreto legge numero 152/2006 - Norme in materia ambientale), in nome dei principi di rispetto sanitario/ambientale in cui credono tutti coloro che ritengono di avere il diritto di respirare senza amianto nell’aria e in virtù del fatto che l’osservanza dei principi medesimi significa sempre un risparmio di vite e oneri sociali.

Un informale appello è anche indirizzato ai sindaci delle comunità limitrofe perché assumano un approccio proattivo e sinergico nella tutela della salute pubblica.

Il consenso politico dipenderà sempre più dalla cura del territorio e dalla qualità della vita che gli amministratori sapranno attuare.

Una preghiera è destinata agli operatori dell’informazione, della sanità e dell’ambiente, perché continuino a informare di più e meglio su come alcune gravi malattie si possano sconfiggere o ridurre eliminando all’origine le cause che le producono.

Si rinnova infine il ringraziamento a quei responsabili e dirigenti degli uffici contattati i quali, fin qui rispondendo ad appelli e segnalazioni, hanno dato assistenza e manifestato la loro vicinanza al cittadino.

23 Gennaio 2011

 

blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl