Vino: In 2010 "boom" dell'export (+10 per cento) ma cala consumo interno

25/gen/2011 16.28.36 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Vino: “boom” dell’export (+10 per cento) ma cala consumo interno
 
Mentre le vendite in Italia nel 2010 subiscono una flessione tra il 2 e il 3 per cento il fatturato realizzato nei mercati esteri tocca quota 3,5 miliardi di euro. Una “boccata d’ossigeno” per i vitivinicoltori alla prese con costi in crescita e prezzi delle uve poco remunerativi. Per la Cia occorre ora una nuova strategia per il settore: da un lato bisogna superare l’eccessiva frammentazione sviluppando adeguate sinergie per rafforzare l’export e l’immagine delle nostre produzioni di qualità, dall’altro è necessario dare prospettive alle imprese in difficoltà andando verso aggregazioni di filiera e semplificazione degli oneri. 
 
 
Il vino italiano mette le ali e nel 2010 registra un “boom” delle esportazioni, con un incremento del 10 per cento sull’anno precedente e un fatturato sui mercati globali stimato oltre i 3,5 miliardi di euro. Per i vitivinicoltori si tratta di una decisa “boccata d’ossigeno”, visto che sul mercato interno i consumi languono. Ai livelli altissimi dell’export, infatti, fa da contraltare un calo delle vendite nel Belpaese, soprattutto sul fronte del prodotto sfuso, con una diminuzione complessiva compresa tra il 2 e il 3 per cento. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in occasione della manifestazione “Italian Wine Week” organizzata a New York dall’Istituto per il commercio estero dal 24 al 26 gennaio.
Iniziative come quella promossa in questi giorni dall’Ice -dice la Cia- sono importanti, soprattutto ora che il vino “made in Italy” è così apprezzato all’estero. Gli Stati Uniti quest’anno sono diventati il nostro primo mercato di sbocco, tanto che il 33 per cento del vino importato negli Usa “parla” italiano. Ma l’export è praticamente raddoppiato anche verso paesi come la Cina e la Russia. Ecco perché ora bisogna percorrere una nuova e più efficace strategia per il settore, portando avanti una valida promozione che esalti in tutto il mondo la qualità del nostro prodotto e dia un’immagine positiva e propositiva del vino nazionale e delle sue specificità territoriali.
Ma per farlo -rileva la Cia- occorre superare l’eccessiva frammentazione della filiera, la scarsa vocazione all’interprofessionalità e la competitività esasperata che spesso penalizza i piccoli produttori sui grandi. Bisogna evitare di muoversi in ordine sparso, per vincere occorre un’azione sinergica comune, una strategia ad hoc più moderna e soprattutto unitaria. D’altronde, il vino rappresenta uno dei principali pilastri del sistema agroalimentare “made in Italy” con una produzione di oltre 45 milioni di ettolitri all’anno e un fatturato totale che si avvicina ai 13 miliardi di euro.
Allo stesso tempo -osserva la Cia- bisogna lavorare per recuperare i consumi interni, che in quindici anni sono drasticamente calati. Dal 1995 al 2009 il consumo pro capite di vino è passato da 55 a 43 litri, “perdendo” per strada ben 12 litri. E la colpa sta anche nella facile “criminalizzazione” del prodotto, che ha portato spesso a confondere il consumo di vino (che, se bevuto con moderazione e regolarmente, fa bene alla salute, come confermano recenti studi scientifici) con l’abuso di alcool.
Inoltre, serve sostenere i vitivinicoltori alle prese con i prezzi delle uve in caduta verticale e con costi in costante crescita -conclude la Cia- consentendo una maggiore semplificazione e una riduzione del carico burocratico. E’ necessario correggere il malfunzionamento del mercato interno, promuovendo al contrario iniziative di filiera sulla base di “governance” diffuse, favorendo una maggiore aggregazione tra le imprese del comparto e soprattutto stringendo relazione più strette con la Gdo, che ormai detiene oltre il 50 per cento della commercializzazione di vino in Italia.
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