++++RIPETIZIONE CORRETTA++++ Prezzi agricoli: più3,7 per cento in 2010. Ma ancora non sono remunerativi

Ma ancora non remunerativi Secondo la Cia, l'incremento dell'indice dei prezzi alla produzione nell'anno non compensa il crollo segnato nel biennio 2008-2009.

31/gen/2011 17.37.22 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Prezzi agricoli: più 3,7 per cento in 2010. Ma ancora non remunerativi
 
Secondo la Cia, l’incremento dell’indice dei prezzi alla produzione nell’anno non compensa il crollo segnato nel biennio 2008-2009. Permangono ancora troppe differenze tra i comparti, segno di speculazioni e ritardi nella filiera. Ora è necessario garantire la stabilità dei prezzi, altrimenti le imprese non sopravvivono.    
 
 
I prezzi alla produzione dei prodotti agricoli restano non remunerativi per le imprese del settore. L’incremento del 3,7 per cento segnato nel 2010 non compensa affatto il crollo del 14 per cento registrato nel 2009 e il calo altrettanto marcato nel 2008. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, nel giorno in cui l’Istat diffonde i dati sui prezzi alla produzione industriale, che nel 2010 sono cresciuti del 3 per cento sull’anno precedente.
Tra l’altro, il bilancio positivo che il 2010 ha riservato ai mercati agricoli -ricorda la Cia- è da ricondurre quasi esclusivamente alla dinamica sostenuta dei prezzi all’origine nell’ultimo trimestre, in particolare dicembre (quando l’indice è schizzato al più 16,4 per cento), mentre i primi mesi dell’anno sono rimasti altalenanti.
Inoltre -continua la Cia- guardando i dati Ismea relativi al 2010, ci si rende conto delle grosse differenze che permangono tra settore e settore, con i cereali e il lattiero caseario in forte recupero (rispettivamente più 10,2 per cento e più 10 per cento) mentre perdura la crisi degli ortaggi (meno 1,2 per cento), delle colture industriali (meno 3,2 per cento) e degli avicunicoli (meno 2,1 il pollame e meno 4,5 per cento i conigli).
Anche nello stesso comparto, alla rivalutazione dei prezzi del frumento tenero (più 21,8 per cento), del granturco (più 28,6 per cento) e dell'orzo (più 25,4 per cento), fa da contraltare la flessione verticale del grano duro (meno 9,8 per cento) e dei risoni (meno 23,5 per cento). Ugualmente, nella macroarea latte e derivati, alle variazioni positive del burro (più 30,7 per cento), del parmigiano reggiano (più 25,2 per cento) e del grana padano (più 14,9 per cento) corrisponde un calo pesante del pecorino romano (meno 7,5 per cento).
          Questo vuol dire che sulle quotazioni di alcuni prodotti agricoli “giocano” speculazioni e ritardi -conclude la Cia- e che la filiera agroalimentare italiana è ancora caratterizzata da lungaggini e passaggi poco trasparenti. Invece oggi è importante garantire la stabilità dei prezzi, innanzitutto di quelli all’origine, perché altrimenti i produttori non sopravvivono. E ciò significa meno imprese agricole sul territorio nazionale.
 
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