In Italia la "donna in campo" vale quasi 9 miliardi di euro l'anno

31/mar/2011 15.11.41 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

Si allegano il comunicato della Cia "In Italia la 'donna in campo' vale quasi 9 miliardi di euro l’anno" e la sintesi del rapporto "Il pane e le rose" di ActionAid, entrambi relativi all'incontro tenuto oggi giovedì 31 marzo presso la "Casa internazionale delle donne" a Roma.



In Italia la “donna in campo” vale quasi 9 miliardi di euro l’anno
 
Le imprese agricole “rosa” sono poco più di 255 mila ma incidono per il 34 per cento sul valore aggiunto complessivo del settore, che è di oltre 26 miliardi di euro. Soltanto negli agriturismi, le donne muovono un giro d’affari annuo pari a circa 500 milioni. Ma i problemi restano: serve un nuovo modello di welfare e bisogna abbattere le discriminazioni nell’accesso al credito.

 
Creative, flessibili e soprattutto efficaci. Titolari di aziende agricole ad altissimo valore aggiunto ma anche regine dell’arte dell’accoglienza e custodi delle antiche tradizioni enogastronomiche. Sono queste le “donne in campo” in Italia. Un piccolo esercito di imprenditrici che guida oltre 255 mila aziende agricole, orientate prevalentemente verso i settori più innovativi: il biologico, le produzioni di “nicchia” Dop e Igp, la vitivinicoltura. E poi gli agriturismi, gli agriasili, le fattorie sociali e le fattorie didattiche: cioè quelle attività naturalmente femminili, nate dall’idea della “madre”, del dover unire al lavoro la cura della casa e della famiglia. Tutti servizi all’avanguardia che oggi contribuiscono a far schizzare al 34 per cento il contributo delle donne al valore aggiunto complessivo dell’agricoltura, che nel 2010 ha superato i 26 miliardi di euro. Di questi, quindi, ben 8,8 miliardi sono “rosa”: una cifra importante, che rivela il coraggio e la tenuta delle imprese femminili, capaci di percorrere strade e mercati nuovi pur di non soccombere alla crisi. E’ quanto afferma la Confederazione italiana agricoltori, in occasione della presentazione del rapporto “Il pane e le rose” di ActionAid con l’associazione Donne in Campo della Cia.
Soltanto negli agriturismi, per esempio, metà del giro d’affari “dipende” dalle donne: su 19 mila strutture in tutt’Italia, quasi il 40 per cento è gestito da imprenditrici, che muovono ogni anno un fatturato di circa 500 milioni di euro su un totale di 1,1 miliardi dell’intero settore.
I numeri delle donne in agricoltura-Insieme al commercio, ricorda la Cia, l’agricoltura è il settore produttivo dove il tasso di “femminilizzazione” è più elevato. Dal 1970 a oggi è stato un vero crescendo: si è passati da 19 aziende su 100 condotte da donne a 31 su 100 nel 2010. Più in dettaglio, nell’ultimo anno in Italia la quota di donne titolari di aziende agricole si è attestata al 29,2 per cento del totale: vuol dire che oggi un imprenditore agricolo su tre è donna.
Secondo le stime della Cia, elaborate sulla base degli ultimi dati Unioncamere sull’imprenditoria femminile, la “palma d’oro” di regione con il numero più alto di imprese agricole guidate da donne è il Molise, dove è “rosa” il 40,1 per cento delle aziende. Seguono la Liguria (39,1 per cento), la Campania (37,6 per cento), la Basilicata (36 per cento), il Lazio (35 per cento), la Valle d’Aosta (33,9 per cento) e il Friuli Venezia Giulia (33,4 per cento). Di contro, in fondo alla classifica e molto al di sotto della media nazionale, si trovano il Trentino Alto Adige (17 per cento), la Lombardia (22,7 per cento) e la Sardegna (23,3 per cento).
Le agricoltrici italiane hanno anche un profilo ben preciso: fanno innovazione di processo e di prodotto e hanno forti aspettative professionali, si mettono in gioco più per scelta che per necessità, prediligono la dimensione aziendale “micro” e resistono meglio dei “colleghi” uomini alle fluttuazioni del mercato. Un trend confermato da Unioncamere, secondo cui tra giugno 2009 e giugno 2010 le imprese femminili (1,4 milioni in totale) sono aumentate del 2,1 per cento (più 29 mila unità), a fronte di una crescita negativa (meno 0,4 per cento) delle imprese maschili, che hanno perso nello stesso periodo 17 mila unità.
Tra i giovani agricoltori la componente femminile sale al 40 per cento- Dal 2000 al 2007 la quota di giovani imprenditrici (con meno di 40 anni) sul totale dei giovani nel comparto agricolo è diminuita in maniera costante, passando dal 30 per cento al 27 per cento. Ma negli ultimi tre anni la tendenza si è decisamente capovolta. Sulla base di un’indagine effettuata sulla propria base associativa, la Cia ha rilevato come oggi ben il 40 per cento delle giovani imprese è condotta da una donna. E le “under 40” che guidano le aziende del settore hanno anche un elevato tasso di scolarizzazione: due su tre sono laureate. All’agricoltura giungono per scelta: in moltissimi casi non proseguono semplicemente l’attività di famiglia ma arrivano da altri settori. Una determinazione che si traduce in decisioni coraggiose e innovative: 5 imprese su 10 guidate da imprenditrici giovani, infatti, praticano agricoltura multifunzionale con una produzione diversificata e sostenibile.
I problemi: poca visibilità e difficoltà di accesso al credito. Servono incentivi e un nuovo welfare- I saperi antichi, l’arte dell’accoglienza e l’arte della trasformazione dei prodotti -che hanno sempre fatto parte della vita quotidiana delle donne rurali- sono diventati oggi “fattori d’impresa”, utili a integrare se non a sorreggere i redditi agricoli in caduta libera. Eppure, rispetto ai colleghi uomini, le agricoltrici hanno ancora poca visibilità, e quindi poco spazio per denunciare i problemi che le riguardano. In particolare, le donne subiscono ancora forti discriminazioni nell’accesso al credito agricolo, mentre oggi servirebbero garanzie precise da parte di banche e Istituzioni, per esempio studiando un progetto sul microcredito specifico per la categoria o un fondo ad hoc.
Più in generale, andrebbero sbloccati gli incentivi all’imprenditoria agricola femminile, visto che la legge 215/92 -che prevedeva azioni positive e facilitazioni per le imprese “in rosa” sia da avviare che già esistenti- non viene rifinanziata.
Inoltre, non va dimenticato che le aziende agricole multifunzionali possono essere la risposta alle esigenze di un nuovo “welfare” che veda rafforzati i servizi per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti a livello rurale e che quindi permetta alle donne, sulle quali ricade la maggiore responsabilità di cura, più libertà di scelta senza dover rinunciare alla conduzione dell’impresa. Tanto più che incoraggiare la realizzazione di asili rurali e aziende agro-sociali costituirebbe non solo un supporto alle donne ma nuove occasioni di reddito.
“Le donne sono una risorsa che ancora non viene adeguatamente valorizzata -sottolineano il presidente della Cia Giuseppe Politi e la presidente di Donne in Campo Mara Longhin- e che, invece, può rivelarsi uno dei driver vincenti per lo sviluppo dell’Italia. Un loro maggiore coinvolgimento nel mondo del lavoro, e quindi nelle aziende agricole, può e deve avvenire. Anche perché le donne hanno dimostrato di saper fare impresa. E di saperlo fare anche bene”.
Dall’Italia al Sud del mondo. La Fao: meno affamati con agricoltura “rosa”- L’esperienza italiana, pur con i suoi problemi, può costituire un esempio per il Sud del mondo. Come rivela ActionAid, proprio l’agricoltura rappresenta ancora oggi una fonte di sopravvivenza insostituibile in molti Paesi in via di sviluppo, dove le donne costituiscono larga parte dei piccoli agricoltori. Eppure -nonostante il ruolo cruciale che ricoprono all’interno dei nuclei familiari rurali- le donne contadine in Kenya, in Mozambico, in Etiopia, in Brasile, spesso non ricevono adeguato sostegno da parte delle Istituzioni locali e nazionali, né sono sempre riconosciute come soggetti economici da coinvolgere nei programmi di sviluppo rurale e spesso affrontano discriminazioni nella proprietà ed eredità della terra. Una situazione a cui bisogna necessariamente porre rimedio, garantendo alle agricoltrici dei Paesi in via di sviluppo accesso al suolo e all’acqua; accesso al credito e ai servizi di supporto, ricerca e sviluppo; accesso alla commercializzazione dei prodotti.
D’altronde, come ha spiegato la Fao lo scorso 8 marzo, “se le donne nelle zone rurali avessero le stesse opportunità degli uomini nell’accesso alla terra, alla tecnologia, ai servizi finanziari e ai mercati, la produzione agricola dei Paesi in via di sviluppo potrebbe aumentare tra il 2,5 e il 4 per cento e il numero degli affamati ridursi di 100-150 milioni di unità”.
 
 
 
 
 

 





 
 

 

______________________________________
Settore Comunicazione e Immagine
CIA- Confederazione italiana agricoltori
Via Mariano Fortuny, n. 20
00196-ROMA
Tel. 06-3227008
Fax 06-3208364
E-mail: cia.informa@cia.it

blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl